Pietro Bordino. Il Diavolo Rosso

Correva come se il mondo dovesse finire dopo un minuto, o forse come se non dovesse finire mai. Figlio di un’Italia che iniziava a respirare olio e acciaio, Pietro Bordino fece della velocità pelle, carattere e destino
 Marco Panella
Pietro Bordino. Il Diavolo Rosso

Siamo alla fine dell’Ottocento, in un’Italia in gran parte analfabeta le strade sono percorse da cavalli, carretti di ogni specie, biciclette e qualche rara automobile. Eppure, sotto la crosta ottocentesca un fremito serpeggia tra le città industriali del Nord, una febbre che non lascia scampo, che ammalia e seduce. Una febbre di cui Torino, soprattutto, è il cuore pulsante. È qui, infatti, che tra capannoni, officine e sirene delle fabbriche, nasce la religione del Novecento: la velocità.
Quegli uomini che nelle officine manipolano ferro e acciaio, battono lastre, oliano ingranaggi, trasformano il ritmo dei pistoni in potenza e costruiscono macchine che divorano tempo e distanze come mai prima, sembrano titani stretti nelle loro fucine.
In questo paesaggio che dà l’assalto al futuro, cresce Pietro Bordino, pilota tra i più spericolati e affascinanti della storia automobilistica italiana. Non diventerà soltanto un campione. Diventerà il simbolo di un’epoca che corre troppo veloce perfino per capire sé stessa.

L’infanzia tra ferri e officine

Pietro Bordino nasce il 22 novembre 1887 a Torino con un destino che sembra già scritto; suo padre lavora come custode negli stabilimenti Fiat e lui cresce respirando un ambiente dove le macchine non sono oggetti misteriosi, ma creature vive, quasi familiari. I motori lo affascinano sin da bambino, appena può sgattaiola, si infila ovunque pur di vederli e mentre altri sognano tamburini o giocattoli di latta, lui rimane lì, incantato, ipnotizzato, rapito e perso a cercare di entrare dentro quella magia che faceva pulsare i cilindri come se fossero animati da un cuore segreto. Il Piemonte di fine Ottocento è un grande laboratorio industriale. La Fiat è stata fondata da pochi anni, Torino sta cambiando volto, ovunque sorgono officine e la città si popola di meccanici, tecnici, carrozzieri, tutti pionieri del grande futuro dei motori.
Pietro Bordino non è un ragazzo elegante né disciplinato. Ha un carattere impulsivo, ma possiede un istinto naturale per la meccanica e, soprattutto, una qualità che nessuno può insegnare: non ha paura.

Torino, la vocazione alla velocità

Le automobili di quegli anni sono ancora mostri instabili, la sicurezza è un concetto estraneo e quei piloti che cercano di domarle indossando occhialoni, calotte di pelle, guanti e coraggio, sanno benissimo che guidarle significa giocarsela da paro a paro con la morte. A 15 anni Pietro Bordino entra in Fiat come apprendista meccanico, ma presto diventa collaudatore, mestiere duro e pericoloso che gli insegna a sentire la macchina come se fosse un’estensione del suo corpo. I tecnici Fiat si accorgono presto di lui. Non guida soltanto bene, guida in modo diverso. Aggredisce le curve, domina i sobbalzi, tiene velocità che altri considerano suicide e quando tutti staccano il piede dall’acceleratore, lui lo affonda.
In un’epoca in cui la figura del pilota è ancora un ibrido tra l’aristocratico e l’avventuriero, Bordino è invece un uomo del popolo: ruvido, diretto, istintivo. Forse proprio per questo piace alla gente.

Pietro Bordino

Gli incontri decisivi e il mondo della FIAT

Quello con la Fiat è senza dubbio l’incontro più importante della sua vita, le sue qualità lo fanno emergere sino a farlo entrare nel nucleo sportivo e nel cuore dell’azienda. Frequenta ingegneri, meccanici, progettisti, vive le corse dall’interno, condivide notti passate nei box, prove infinite, motori smontati all’alba. Tra gli uomini che segnano il suo percorso ci sono figure fondamentali del motorismo italiano come Vincenzo Lancia e Felice Nazzaro, conosciuti quando era poco più che bambino.  Sarà proprio Vincenzo Lancia che gli chiederà di seguirlo nelle gare e gli farà respirare per primo il mix di olio bruciato e adrenalina che lo inebrierà per tutta la vita. È in una di queste occasioni, al Gran Premio di Francia, che Bordino conoscerà un altro uomo di snodo della sua vita: Ettore Bugatti.

L’esordio nelle corse automobilistiche

Pietro Bordino debutta nelle competizioni ai primi del Novecento. All’inizio sono gare minori, corse su strade sterrate, percorsi accidentati che diventano nugoli di polvere che ingombrano l’orizzonte. Le auto attraversano paesi, campagne, tratti di montagna e lambiscono moltitudini di persone incredule che si assiepano sul ciglio delle strade, a pochi metri dalle vetture lanciate a velocità folli per quei tempi.
Bordino si fa notare da subito, sin da quando – nel 1908 – su Fiat 24HP vince la cronoscalata Chateau-Thierry, sua gara d’esordio. Nel 1912, invece, Vincenzo Lancia che ha smesso di fare il pilota per iniziare a costruire macchine, lo iscrive alla Targa Florio e gli affida una sua vettura. Il risultato è di tutto rispetto: ottavo posto assoluto, complice anche un errore di percorso che lo attarda. Bordino non è un pilota calcolatore. Corre d’istinto, non pratica la prudenza ed esagera in quella che sembra una sua personale sfida alla morte, quasi come se con lei avesse dei conti regolare. Mentre gli avversari iniziano a temerlo, i giornalisti lo tratteggiano come un uomo incapace di rallentare e, in effetti, non hanno torto perché Pietro Bordino non rallenta mai.

Pietro Bordino

Il record inglese

Non rallenta neanche nel 1911 quando, ingaggiato dal principe russo Boris Soukhanov, sul circuito britannico di Brooklands, tocca i 200 km/h. Lo fa guidando un mostro di potenza, una Fiat S76 Record, macchina da 28 litri di cilindrata che sviluppava 300 cv di potenza con freni solo sull’asse posteriore e che si guadagnerà il meritato nome de La Bestia di Torino. Seppur reclamato, il record non riceverà mai l’omologazione ufficiale per mancanza di una serie di requisiti tecnici. La cosa, però, non scoraggia nessuno; subito dopo Bordino e tutto il team si trasferirono a Saltburn Sand dove, sulla sabbia dura e liscia, la Fiat S76 raggiunge in prova le 125 mph e, in prestazione ufficiale omologata, le 116 mph, ovvero circa 187 km/h. Velocità impressionante, ma non abbastanza per abbattere il record detenuto dalla Benz.

Nasce una leggenda

La stampa lo ribattezza Diavolo Rosso, ma non soltanto per la livrea rosso cremisi delle automobili Fiat.
Quando è in gara, più che guidare una macchina, Bordino sembra inseguire qualcosa che nessun altro vede. Le sue corse sono un brivido imprevedibile; recupera distacchi impossibili, sorpassa in punti inimmaginabili, brucia rettilinei dissestati senza staccare mai il piede dall’acceleratore. Chissà se anche lui, come Senna, parlava con Dio.

Molti lo considerano il pilota più talentuoso della sua generazione, ma il suo stile ha un prezzo e su quelle vetture ogni gara è una lotteria che Bordino affronta come se volesse vincere contro il destino stesso.

Pietro Bordino

I rutilanti anni Venti

Come quasi tutti i piloti dell’epoca, Pietro Bordino corre anche su due ruote. Nel 1920 vince su Harley-Davidson i 100 km del circuito di Orbassano – il 13 giugno – e i 190 del Circuito di Cremona – il 26 giugno -.
Gli anni Venti vedono anche il suo esordio americano. Il 5 marzo 1922, al Beverly Hills Speedway dove si corre la 250 Miglia di Los Angeles, fa segnare il giro più veloce su Fiat 801, anche se poi una rottura del motore lo costringe al ritiro. Complice  l’amicizia con Ralph De Palma, altro monumento del motorismo, Bordino si trattiene a Los Angeles e il mese dopo vincerà due gare sprint, la 25 e la 50 miglia.
In ogni caso, è proprio in questi anni che  Pietro Bordino diventa l’uomo simbolo della Fiat e dell’automobilismo italiano.

Nell’Olimpo

La vittoria che conclama Bordino nell’Olimpo del motorismo, è quella del 10 settembre 1922. A monza, sul circuito appena inaugurato, vince il Gran Premio d’Italia su Fiat 804. La partenza è annegata da un violento temporale, ma  Bordino batte anche Giove Pluvio e domina la gara con una superiorità impressionante.
Qualche mese, il 27 agosto 1923, sempre a Monza, il destino gli batte però forte su una spalla.
Impegnato nelle prove per la seconda edizione Gran Premio d’Italia, Bordino chiede a Enrico Giaccone, amico oltre che pilota, di girare con lui dandogli il cambio alla guida. Va così fino a qualche centinaio di metri dalla fine, poi la vettura perde la ruota anteriore destra, va fuori controllo, si ribalta e prende fuoco. Bordino, spalla lussata e traumi al braccio e al collo, ne esce vivo. Giaccone muore sul colpo. Poco dopo, sempre nelle prove, un incidente si porta via Ugo Sivocci.

Pietro BordinoIl 9 settembre Bordino è in pista su Fiat 805, ma tra le ferite dell’incidente che gli mordono il fisico e i due amici morti che gli mordono l’anima, si ritirerà a metà gara. Solo per quella volta, però, perché per loro, per quei piloti, la vera morte sarebbe smettere di correre. Il 27 aprile 1924, lo troviamo infatti sul Circuito delle Madonie dove, su Fiat 803, è terzo in classifica assoluta della Targa Florio, ma primo nella categoria 1.5 litri.
La vita continua, le corse anche.

Nel 1925 è ancora America

L’1 marzo 1925 è sul Culver City Speedway, il circuito che ha sostituito quello di Beverly Hills per la 250 Miglia di Los Angeles e, nonostante quattro cambi di gomme, si piazza al sesto posto. Il 30 maggio, corre invece la 500 Miglia di Indianapolis; alle qualifiche si conquista l’ottavo posto, ma la corsa la finirà al decimo a causa di un infortunio a un polso avuto durante un pit stop che lo rallenta. Sempre su Fiat 805 – macchina potente, ma difficile da controllare – correrà una decina di gare dell’American Championship Car Racing. Non ha grandi successi, ma la visibilità internazionale è enorme e il pubblico lo ama perché vede in lui un uomo che rischia davvero la vita a ogni curva.

Pietro Bordino

Da Fiat a Bugatti

Nel 1927 è di nuovo in Italia, la Fiat l’ha chiamato per correre a Monza il Gran Premio di Milano e lui, con la sua 806, onora l’impegno e lo vince.
È un canto del cigno, però.
Praticamente subito dopo la vittoria, la Fiat annuncia il ritiro dalle competizioni. Per Bordino è un colpo duro, ma Ettore Bugatti, che non lo aveva mai perso di vista, lo chiama e lo ingaggia per correre per la sua scuderia.
L’esordio su Bugatti è il 25 marzo 1928 al Circuito del Pozzo di Verona, dove Bordino si scontra da subito con Tazio Nuvolari e al quale si deve arrendere per una rottura della macchina.  Il duello si ripete pochi giorni dopo alla Mille Miglia quando Bordino, in coppia con il co-pilota Gildo Gioannini, su Bugatti Type 43 conquista il 6° posto di classe 3.000 e il 16° assoluto contro il 14° di Nuvolari su stessa vettura.

Appuntamento con il destino

Alla rivalità con Nuvolari, Bordino rispondeva come sapeva fare lui: cercando l’estremo e la velocità assoluta.
Il 22 aprile si corre il Gran Premio di Alessandria; la Bugatti lo iscrive insieme a Nuvolari e Varzi.
Bordino vuole preparare la gara alla perfezione e domenica 15 aprile è in prova con Bugatti Type 35 insieme al meccanico di bordo Gianni Lasagne.
Accade tutto alla periferia est di Alessandria.
In prossimità di frazione San Michele mentre Bordino spinge la Bugatti a circa 140 km/h, un grosso cane attraversa la strada di corsa. Non solo è impossibile evitarlo, ma l’animale va ad incastrarsi sotto l’assale anteriore e blocca il comando dello sterzo. Bordino stringe il volante con tutta la forza che ha in corpo, con quella dei suoi antenati e con quella dei suoi amici che la velocità si è mangiati già. Non basta. La Bugatti non rientra in traiettoria, va fuori controllo, addrizza la curva e finisce nel Tanaro.
L’impatto è devastante. Bordino muore sul colpo.
Quando lo recuperano, lo trovano ancora aggrappato al volante, stretto come se stesse trattenendo la sua anima. Gianni Lasagne morirà qualche giorno dopo per il trauma cranico.

Pietro Bordino

Pietro Bordino se ne va come aveva vissuto: velocemente

La notizia si diffonde rapidamente in tutta Italia. Con Bordino non muore soltanto un pilota, ma un mondo intero e una filosofia della velocità.
Il funerale è un rito collettivo. Dopo una prima esposizione ad Alessandria, il feretro è portato a Torino dove, in una camera ardente allestita presso le officine Fiat, migliaia tra operai, meccanici, dirigenti, cittadini comuni, appassionati e autorità accorrono per l’ultimo saluto al campione che gli aveva infiammato l’anima. In migliaia si accoderanno al corteo funebre che, aperto dal fondatore della Fiat senatore Giovanni Agnelli e seguito da Tazio Nuvolari e Giuseppe Campari, lo accompagna in chiesa. E ancora in migliaia attraversano con lui la città sino al Cimitero Monumentale, tagliando due ali di folla che piange e applaude al passaggio.

Pietro Bordino nella memoria dell’automobilismo italiano

L’Automobile Club di Alessandria, organizzatore della gara che Bordino non riuscì a correre, intitolò subito il circuito a suo nome e ancora oggi, seppure in versione solo rievocativa e di regolarità  per auto storiche, il Veteran Car Club Pietro Bordino di Alessandria ne tiene viva la memoria.
Pietro Bordino è stato irripetibile, interprete assoluto della velocità come passione totale, pilota capace di trasformare ogni gara in una sfida coraggiosa infischiandosene della sottile linea di confine che separa il possibile dalla paura.
Un confine che se lo è portato via perché lui, Pietro Bordino, al confine faceva paura.

 

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Marco Panella, (Roma 1963) direttore editoriale di Sportmemory, giornalista, scrittore. Ha pubblicato i romanzi "Io sono Elettra" (RAI Libri 2024) e "Tutto in una notte" (Robin 2019), la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021), i saggi "Il pranzo della domenica. Una storia italiana" (Artix 2025)"Pranzo di famiglia. 1950-1980" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016), "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015).

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