Muhammad Ali. Dieci anni dopo

Non la storia di un campione, ma il ritratto di un uomo. Tra lotta, orgoglio, dolore e amicizia, Muhammad Ali emerge oltre il mito: fragile, immenso, umano. Un uomo che nell'amicizia con Cus D’Amato trova forse ciò che il mondo gli ha negato più spesso: uno sguardo capace di leggergli l’anima.
 Marco Panella
Muhammad Ali

Dieci anni dopo. Dieci anni dopo gli anni del grande silenzio che ha accompagnato Muhammad Ali nel suo ultimo match, quello contro il Parkinson, impossibile da vincere danzando, ma combattuto in piedi fino all’ultimo. Dieci anni dopo tutto questo, mi piace ricordare Muhammad Ali con la storia minuta di un’amicizia, la storia di un incontro tra due giganti, anche se uno dei due – Cus D’Amato – era alto poco meno di un metro e settanta.

Una storia italiana

Toritto, altopiano pugliese delle Murge, alba del Novecento: Damiano D’Amato ed Elisabetta Rosato, come tanti, vanno via, tagliano l’Italia, a Napoli s’imbarcano in terza classe, attraversano l’oceano e si vanno a prendere una vita nuova. Non facile, solo nuova. Damiano è uomo di fatica, nel Bronx si attrezza con un carretto e consegna ghiaccio e carbone. Tre degli otto figli non passano l’infanzia, ma uno, il settimo in ordine di arrivo, entra nella storia del pugilato. Cus nasce nel 1908 e cresce per strada. A cinque anni perde la madre, il padre lo educa a suon di botte e in strada le risse sono pane quotidiano. I pugni fanno male, ma lì, nel Bronx, significano rispetto e riscatto. Cus ha dodici anni quando una rissa gli lascia un segno che non passa; un pugno gli fa quasi perdere la vista dall’occhio sinistro. Il sogno accarezzato di fare il pugile finisce lì, ma non del tutto; Cus D’Amato non salirà sul ring, ma del pugilato sarà un gigante.

Dalla strada alla palestra

Manhattan, 116 East 14th Street, Lower East Side. Nel 1933 zona dura, depressa, popolata solo da immigrati e dove l’inglese era una lingua masticata con difficoltà, non ancora l’East Village fighetto che sarebbe diventato.  In piena Grande Depressione, a 25 anni, è qui Cus D’Amato apre la Gramercy Gym. Palestra, ma soprattutto un posto dove tanti ragazzi in cerca di vita imparano non solo a boxare, ma trovano anche Cus che li ascolta e gli parla. Uno di quei ragazzi, Floyd Patterson, a solo 21 anni, nel 1956 diventerà il più giovane campione dei pesi massimi della storia.
A Cus non basta insegnare pugilato e dare una possibilità di riscatto ai ragazzi: lui vuole incontri puliti, trasparenti e di questo fa una battaglia personale. Mai piegato agli interessi mafiosi che condizionavano molta parte del pugilato americano, Cus sarà il principale antagonista dell’International Boxing Club, di quegli interessi principale strumento. L’inchiesta federale che nel 1959 porterà allo scioglimento dell’IBC è in gran parte merito suo. Un successo, ma con un prezzo che per Cus e i suoi pugili significa anni di boicottaggi, minacce e isolamento.

Cassius

Nel frattempo, a più di 1.000 km di distanza, è nato Cassius Marcellus Clay. Siamo nel 1942, a Louisville, Kentucky, il segregazionismo non è un ricordo e il ragazzo guarda al pugilato come via d’uscita. Non può sapere che sarà la sua via per entrare nella storia. Debuttante tra i dilettanti a 12 anni, nel 1960 Cassius Clay è oro olimpico dei mediomassimi a Roma.  Potrebbe avere il mondo in tasca, ma al ritorno a Louisville lo fanno uscire da un ristorante perché, gli dicono, lì i neri non li servono. La strada è ancora in salita e quell’oro olimpico diventa la patacca di una beffa. Anni dopo, lui dirà di averla buttata per protesta nel fiume Ohio, ma per qualcuno è solo una scusa per non dire di averla persa. In ogni caso, ad Atlanta 1996, dove già minato dal Parkinson sarà lui ad accendere il braciere olimpico, di quella medaglia gliene sarà consegnata una copia.
Il fatto è che tra Roma e Atlanta Cassius Clay è diventato un mito.
Il fatto è che
tra Roma e Atlanta, Cassius Clay è diventato Muhammad Ali, the Greatest.

Febbraio 1962: Cus e Cassius

In vista del match contro Sonny Banks, da qualche tempo Cassius Clay è a New York. Si allena sotto la guida di Angelo Dundee, ma i manager che curano la promozione l’incontro gli hanno organizzato una serie di interviste in radio e televisione. In una di queste, negli studi televisivi dell’ABC, ci sono lui e Cus D’Amato, allenatore e manager di Floyd Patterson. Svolto in favore di telecamere, l’incontro fu effervescente con Cassius Clay – già padrone di uno stile che lo avrebbe reso famoso negli anni – che non perse occasione di vantarsi che avrebbe potuto battere facilmente anche Floyd Patterson, il campione di Cus. A telecamere spente i due però si parlano a lungo e forse avranno ricordato di quando, qualche anno prima, Cassius Clay – già pugile dilettante – era partito in macchina insieme al fratello da Louisville per andare a vedere da vicino un allenamento di Floyd Patterson nella palestra di Cus D’Amato. Episodio a parte, l’incontro negli studi dell’ABC fu comunque l’occasione che fece nascere tra i due  un’intesa che non sarebbe mai più venuta meno.

Danza come una farfalla, pungi come una vespa

Il 25 febbraio 1964 è in programma il match Clay-Liston, sfida per il titolo mondiale dei pesi massimi. Liston è fortissimo, ma Cus D’Amato, pur criticando la boxe a guardia bassa di Clay, si espone pubblicamente dicendo che avrebbe puntato sulla sua vittoria. Più che una scommessa, una profezia.
Danza come una farfalla, pungi come un’ape” non è una frase, ma una filosofia. Clay e Drew “Bundini” Brown, il suo assistente allenatore e motivatore, l’avevano ripetuta come un mantra nelle settimane di allenamento. Sul ring, quella sera, va esattamente così e la farfalla che punge come un’ape mette in scena un capolavoro di tecnica, estetica e violenza psicologica. Dopo sette round Sonny Liston abbandona, Cassius Clay si prende il titolo e mentre salta sul ring urla in faccia al mondo, ma soprattutto ai giornalisti che non avevano creduto in lui, “I am the greatest!”.
Il futuro è tutto qui.
Il 28 febbraio Cassius Clay annuncia la conversione e l’ingresso nella Nation of Islam, movimento afroamericano guidato da Elijah Muhammad e cambia il nome in Cassius X, dove la X stava a significare l’originario cognome africano andato perduto. Dura poco; appena una settimana dopo, il 6 marzo,in un discorso radiofonico Elijah Muhammad lo chiama Muhammad Ali ed è così che, da quel giorno, il ragazzo di Lousiville, campione olimpico e campione del mondo, andrà incontro al suo destino.  

No Vietcong ever called me nigger

A metà anni Sessanta, l’escalation della guerra in Vietnam apre negli Stati Uniti un fronte interno. Al fronte c’è bisogno di uomini, le liste di leva vengono ampliate e anche Muhammad Alì riceve la chiamata alle armi. 
Perché dovrei mettermi una divisa e andare a 10.000 miglia da casa a sganciare bombe e sparare a persone di colore in Vietnam, mentre i cosiddetti negri a Louisville sono trattati come cani e privati dei più elementari diritti umani?” e ancora “Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro”. Così dice.

il rifiuto gli costa una denuncia e un processo che lo dichiara renitente; nel 1967 è condannato a 5 anni di prigione, privato del titolo mondiale e della licenza di pugile. Dietro cauzione non sconta il carcere, ma è proprio in questo esilio forzato dal ring che diventa un gigante globale. Viaggia nelle università, parla ai giovani, diventa il volto del movimento per i diritti civili accanto a Martin Luther King e Malcolm X. Sacrifica gli anni migliori della sua carriera per un principio e diventa il campione della gente comune, degli oppressi e dei tanti che in quegli anni, negli Stati Uniti, si sentivano senza voce. 
La revoca della licenza rimarrà sino al 1970, quando è annullata prima da una sentenza in Georgia e poi da una sentenza federale. La riabilitazione piena arriverà invece solo il 28 giugno 1971, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti annulla con voto unanime la condanna per renitenza. 
Nei giorni grigi della vita lontano dal ring, Muhammad Ali trova in Cus D’Amato un amico; spesso è suo ospite in palestra e insieme parlano di pugilato e del loro posto in un mondo che tutti e due hanno saputo prendere di petto.

A.K.A. Cassius Clay

La confidenza di dialogo tra i due trova un momento ufficiale nel documentario che, per la regia di William Clayton, nel novembre 1970 esce nei cinema.  Realizzato lavorando su materiali di repertorio, A.K.A. Cassius Clay ha un momento lirico quando Cus D’Amato e Muhammad Ali, ripresi in studio, si confrontano su tecnica e psicologia del combattimento. Il vecchio allenatore mette a nudo il pugile che danza, ne fa vedere il volto oltre la maschera della provocazione, ne fa un ritratto psicologico oltre che atletico e lui, Muhammad Ali, il più grande, ascolta e pende dalle sue labbra.

The Rumble in the Jungle

La notte di Kinshasa è leggenda. Alí boma ye non è un grido, ma un inno di rivolta. Sul ring al centro dello stadio non ci sono due pugili, ma due titani capaci di scatenare forze primordiali proprio come il temporale che finito l’incontro squarcia il cielo con tuoni e fulmini.
Muhammad Ali, 32 anni, batte l’imbattibile George Foreman, 25 anni.
Prima di partire per lo Zaire, Ali era andato da Cus a chiedere consiglio.
Foreman non è un mostro” gli disse Cus, “è solo un uomo che fa paura a tutti. Il primo round, non scappare. Guardalo dritto negli occhi, colpiscilo duro con un diretto destro e fagli capire che non hai paura di lui. Se superi il primo round dimostrandogli che sei lì per combattere, lo avrai già sconfitto psicologicamente.”
Ali fece esattamente così. Colpì duro nel primo round, disorientò Foreman e poi mise in scena la famosa strategia del Rope-a-Dope: uso delle corde per ammortizzare i colpi di Foreman, guardia chiusa e alta, trash-talking per farlo innervosire, nessuno spreco di energia. Alla settima ripresa, Foreman era esausto. All’ottava ripresa, Ali esce dalle corde e con una combinazione micidiale e fulminea di colpi al volto manda Foreman al tappeto. Il Re è tornato.

Dopo Kinshasa

Ali continuò a frequentare Cus D’amato, a conversare con lui di pugilato e dei massimi sistemi, andava nella palestra ormai trasferita a Catskill per incitare i suoi pugili. Tra questi, nel 1980, anche un giovanissimo Mike Tyson al quale Cus portava sempre Ali come esempio di stile e di tecnica. Il 4 novembre 1985, una forma acuta di polmonite si porta via Cus D’Amato. Qualche mese dopo, Mike Tyson – togliendo il primato a Floyd Patterson – diventerà il più giovane campione del mondo dei pesi massimi della storia e dedicherà il titolo a Cus, più che un allenatore, il suo secondo padre.

Oltre le apparenze

Ritiratosi dal ring nel 1981, quando Cus muore Ali era già stato attaccato dal Parkinson e, progressivamente, stava limitando anche le sue uscite pubbliche.  
Di Cus dirà “…è stato l’unico uomo nel mondo della boxe capace di leggermi dentro prima ancora che cominciassi a parlare. Non guardava la mia velocità, guardava la mia mente.
In questa frase credo ci sia tutto quello che ad Ali spesso è mancato e che invece aveva trovato in Cus.
Stretto nell’immagine spavalda e provocatoria che del campione ha fatto personaggio, Ali troppo spesso deve aver sentito la mancanza di essere guardato come persona. Uno sguardo che il mondo ha posato su di lui forse solo quando ne ha visto il braccio tremante accendere il braciere olimpico di Atlanta.

Non credo che se ne sia accorto, ma io Muhammad Ali l’ho salutato

New York, 2005. Di rientro nel mio albergo a Times Square, nella hall, vicino agli ascensori. lo vedo.  Non era solo, o forse lo era tremendamente. Accanto a lui c’era una turista in posa, una seconda era davanti a loro armata di macchina fotografica.  Il rito si stava compiendo.
Elegante in completo color tabacco e camicia bianca, braccia stese lungo i fianchi, mani che seguivano il ritmo di un loro tempo misterioso, occhi che guardavano chissà dove, il campione che era ancora dentro di lui forse non aveva saputo dire no alle due turiste che, di quel viaggio, avrebbero conservato un’istantanea fortunata. Non sapevano che stavano fotografando solo un’apparenza.

Mi sono fermato ad osservare la scena. Ho visto le turiste darsi il cambio per lo scatto della fotografia.  Ho maledetto tra me la mancanza di rispetto, ma poi ho capito che forse doveva andare così.
Quando ho deciso di andare oltre, gli sono passato davanti, ho guardato i suoi occhi e gli ho sorriso.
Non so se abbia visto, ma spero che da qualche parte adesso sappia che un giorno del 2005, nella hall di un albergo newyorkese, qualcuno lo ha guardato sorridendo alla persona che era.

 

Cassius Marcellus Clay, Louisville, 17 gennaio 1942 – Muhammad Ali, Scottsdale, 3 giugno 2016
Cus D’Amato, New York, 17 gennaio 1908 – New York, 4 novembre 1985

 

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Marco Panella, (Roma 1963) direttore editoriale di Sportmemory, giornalista, scrittore. Ha pubblicato i romanzi "Io sono Elettra" (RAI Libri 2024) e "Tutto in una notte" (Robin 2019), la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021), i saggi "Il pranzo della domenica. Una storia italiana" (Artix 2025)"Pranzo di famiglia. 1950-1980" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016), "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015).

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