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Vincenzo Sorrentino. Il raid remiero Roma-Tripoli

La crociera dell'ardimento e della tenacia. Così nell'agosto 1930 L'Italia Marinara titola nel raccontare l'impresa di Vincenzo Sorrentino. Altri tempi, altri mezzi, altri uomini e persino altre parole, ma il raid remiero Roma-Tripoli merita di essere ricordato ancora.
Vincenzo Sorrentino

La nuova del felice esito arriso al raid del cap. Sorrentino ci fu data dal comm. Perugini, Podestà di Tripoli, con due magnifici messaggi inviati al duca di Bovine, Podestà di Napoli, ed al comm. Roberto Ausiello, Commissario Prefettizio di Castellammare. Messaggi che dicono in modo eloquente quanto faticosa ardua sia stata l’impresa nautica del nostro giovanissimo concittadino.
Vincenzo Sorrentino ormai può dire di aver realizzato il suo sogno, che ai più sembrava “follia sperar!” Perché il raid in canoa Roma-Tripoli, brillantemente compiuto dal mio amico, è stato veramente un sogno, un sogno che egli ha covato nell’animo con tutta la passione della sua calda giovinezza.

L’impresa

Io ne so la storia e la cronistoria, i sacrifici e le speranze, i dubbi e gli entusiasmi; e non mancherò forse di narrarli un giorno, facendo così opera illustrativa di una impresa nautica che è tra le più singolari e difficili di quelle fino ad oggi condotte a termine.

Vincenzo Sorrentino è un innamorato del mare

Sempre in acqua in tutte le ore, sotto il cielo lattiginoso dell’alba o sotto il sole canicolare, al timone di una yole o nella sua fragile canoa.
Castellammare-Capri e ritorno, Capri-Gaeta e ritorno, erano per lui gite di piacere, le quali si compivano, secondo il suo dire, “cantando”, ossia con grande comodità. Si trattava invece di exploits che avrebbero fatto impressione anche al più vecchio e provetto marinaio, adusato ad ogni aspra e dura fatica del mare.
La canoa del mio amico in poco tempo si rese famosa in tutto il Golfo di Napoli. Dopo il primo successo ottenuto col raid Castellammare-Roma, sembrava che la sua febbre di navigare si fosse placata. Difatti le apparizioni della piccola canoa nel Golfo erano divenute pressoché rare e il Capitano Sorrentino era sempre in gran faccende tra Castellammare e Napoli, sempre carico di libri nautici e di grossi rotoli di carta, che a mala pena riusciva a bilanciare sotto il braccio.

Vincenzo Sorrentino

L’idea pazzesca

Forse – pensai – Vincenzo si prepara agli esami. E mi sbagliavo invece di grosso. Perché – lo seppi dopo pochi giorni – l’esame per il quale si preparava era nient’altro che il viaggio in canoa Roma -Tripoli.
Quand’egli una sera, in una di quelle tranquille sere stabiesi che si trascorrono apaticamente andando su e giù per i viali della Villa Comunale, me lo annunziò, io trasecolai.
“Ma guarda che è semplicemente pazzesco!”
“Credi tu? Io invece ti dimostrerò che non è pazzesco!”
E mi parlò dei calcoli già fatti, della divisione delle tappe, dell’organizzazione, degli ostacoli, delle difficoltà da superare e di mille altre cose che non ricordo più. Volle così dimostrarmi con la sua dialettica rumorosa e che non dà requie, che la cosa poi non era tanto difficile.
“Credi pure, il raid io lo farò. Vieni a casa; ti farò vedere lo schema della crociera già abbozzato.”

Giorni di passione

Soltanto allora compresi il perché del suo affaccendarsi coi libri ed i grandi rotoli delle carte nautiche e dell’abbandono della canoa. Vennero giorni di passione e d’intenso lavoro, di dubbi e di amarezze; perché, anche gli amici che gli volevano bene, lo sconsigliavano, prospettandogli crudamente le infinite difficoltà dell’impresa.
“È rischiosissima! È pericolosissima! Ma che vuoi fare? Ma sei impazzito?!”
Di tale natura erano presso a poco gli “incoraggiamenti” che gli davano quelli ai quali confidava il suo sogno nautico. Ma Vincenzo Sorrentino, come sempre imperturbabile ed irremovibile, rispondeva: “Voi forse avete ragione; ma io sono sicuro che ci riuscirò. Nel mese di maggio partirò per Tripoli.”

II raid era divenuto la sua febbre

Viveva soltanto per esso. Due mesi prima della partenza, a casa sua, mi dispiegò davanti tutto un apparato geografico: carte nautiche, schizzi, libri di scienza marittima, disegni di imbarcazioni da lui ideate, bussole, ecc. Aveva affissa alla parete del suo studio una grande carta nautica.
“Guarda” e mi mostrò la carta su cui risaltavano una metà dello Stivale ed un lembo dell’Africa italiana “io ho già stabilito le tappe: Roma, Ostia, Anzio, Terracina, Gaeta, Napoli, Castellammare, Amalfi, Salerno…”
Il suo indice correva sulla carta con un tremito nervoso, con frenesia, finché lo vidi finalmente fermarsi sull’ultimo punto geografico segnato con una bandierina tricolore: Tripoli.
Tripoli, la città dei suoi sogni, la mèta ove la sua ansia di navigatore avrebbe potuto finalmente quietarsi! Scommetto che quel punto microscopico della carta nautica ogni notte doveva più ingigantire nella sua fantasia, come sfondo allo scenario vasto di fiumi, mari, golfi, insenature e stretti che bisognava attraversare e superare con la sola forza delle braccia.

Vincenzo Sorrentino

Io l’ho visto sognare sulla carta!

Roma-Tripoli, ecco i termini entro cui si estenuava la sua fantasia! Da solo si mise all’opera per preparare l’organizzazione. Inviò lettere alle Autorità sportive, partì per Roma onde ottenere l’autorizzazione delle superiori gerarchie del Partito e il patronato della Lega Navale, si recò a Livorno ove diresse i lavori per la costruzione della canoa, intervistò il prof. Eredia, capo dell’Osservatorio Metereologico, parlò con competenti e con marinari. Tutto ciò fece con un dinamismo sorprendente, animato da una volontà ferrea e ostinata. Poiché Vincenzo Sorrentino è veramente l’uomo della volontà, l’individuo per il quale non esistono difficoltà ed ostacoli di sorta.

Per riuscire bisogna volere

Vincenzo Sorrentino, infatti, ha dimostrato con il suo raid che anche nelle cose in cui pare che solo la forza ed il fisico robusto siano necessari, l’unica cosa veramente necessaria è la volontà. Quella grande forza morale, capace di far conseguire ad un giovane di fisico più che modesto come il suo, ciò che un monarca della forza bruta non avrebbe forse mai potuto conseguire. Piccolo di statura e tutto nervi, egli ha un dinamismo volitivo eccezionale. Mi raccontò un giorno che quando compì il suo primo raid Castellammare-Roma, i bravi romani rimasero alquanto delusi e stupiti vedendolo scendere dalla sua fragile canoa. Essi si aspettavano forse di veder comparire sulle acque del Tevere un colosso dalla muscolatura erculea, come si ammirano nei film e non un giovanottino dai capelli castani, tutto ilare e sorridente.
Lei è il capitano Sorrentino? Questa la domanda che tutti indistintamente gli rivolsero con un palese senso di diffidenza e di incredulità. E ce ne volle per convincerli che lui, proprio lui, era quel capitano Sorrentino di cui i giornali avevano annunziato l’ardimentoso raid.

La meraviglia a Tripoli

Ora io, nel rammentarmi di questo episodio, mi figuro la meraviglia che avranno provato i coloniali all’arrivo di Sorrentino a Tripoli. Era partito di qui accompagnato dallo scetticismo di tutta la cittadinanza, compresi i suoi amici più cari, che non gli vollero risparmiare gli ultimi incoraggiamenti: “Stai attento! Pensaci bene! L’impresa è rischiosissima!”.
Nessuno voleva o poteva capacitarsi che Vincenzo, il loquace Vincenzo Sorrentino, sarebbe stato capace di portare a termine una impresa cosi ardua. Ed oggi, a raid compiuto, quando tutti i giornali del Regno elogiano il gesto di questo valoroso nostro concittadino, Castellammare finalmente si ricrede, esulta ed inorgoglisce.

NdR

Per completare la storia raccontata da Piero Girace su L’Italia Marinara del settembre 1930, aggiungiamo ulteriori particolari recuperati da altre fonti, utili per inquadrare al meglio l’impresa.
Vincenzo Sorrentino, stabiese di nascita, socio del Reale Circolo Canottieri Aniene di Roma e del Circolo Nautico di Castellammare di Stabia, parte da Roma il 2 giugno ed arriva a Tripoli il 4 agosto. Canoa classica la sua, ma con qualche modifica giustamente pensata per il bisogno. In particolare nelle paratie furono ricavati cinque piccoli scompartimenti per riporre indumenti e materiali vari. Al posto del timoniere, fu posizionato un cassone con un serbatoio di 22 litri di acqua sul quale fu installata una bussola illuminata da un lanternino. Altra piccola lanterna fu posizionata a prora. Insomma, l’impresa straordinaria di Vincenzo Sorrentino non fu dovuta a nulla se non a volontà e coraggio. E sogni. Forse, soprattutto a sogni.

 

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L’articolo de L’Italia Marinara è stato ripubblicato sul numero di febbraio 2024
del Notiziario del Centro Studi Tradizioni Nautiche della Lega Navale Italiana

 

Piero Girace per L'Italia Marinara - settembre 1930

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