martedì, 15 Giugno 2021

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La vela di Cappa

La vela di Cappa
Raimondo Cappa

La volta precedente non avevo terminato il mio racconto.
Ho una buona ragione per ripartire dal punto in cui ci eravamo fermati, dal viaggio in Australia.

Andammo lì per partecipare a una regata molto tecnica, si trattava dei campionati mondiali del 1988, ma anche per fare qualche giorno di vacanza e per ammirare un paese nuovo per noi. Ricordo che appena atterrati la prima cosa che mi colpì fu la natura, le piante in particolar modo, erano di una grandezza e altezza inimmaginabili.
Approcciammo quell’immenso continente e in particolar modo la regata con un eccellente biglietto di presentazione, si trattava del mio personale: dieci titoli italiani, due europei e un mondiale.
Ci sentivamo dei fichi ed eravamo in quel posto per vincere. Era in assoluto il nostro obiettivo. Del resto, era così anche per gli altri sessantacinque equipaggi provenienti da tutto il mondo, ma noi ci sentivamo più bravi, l’adrenalina era a mille e così pure l’entusiasmo. Eppure le sorprese non mancarono.
Ho già detto di come reperimmo i quattrini per trasferire il nostro J24 e per il nostro volo e soggiorno a Sidney, una delle più belle città che abbia mai visitato nella mia vita.
Qualche giorno prima della partenza, uno dei nostri marinai, uno di quelli che aveva messo a punto la barca, mi chiese il favore di portare un pacco a un certo Antonio Esposito, un nome senza fantasia, mi indicò il quartiere e la via e si raccomandò di metterlo solo nelle mai di quel signore. Lui non aggiunse altro, io non chiesi altro giusto per salvaguardare il rapporto e una sorta di riservatezza.
Tutti, o quasi, abbiamo un amico, un parente o un conoscente dall’altra parte del mondo. E c’è sempre chi ti chiede quel genere di cortesia. Del resto, il pacco era ben confezionato, non sapevamo cosa ci fosse al suo interno, era solamente ben messo in evidenza il nome e l’indirizzo di colui al quale dovevamo, anzi dovevo io consegnarlo.
La cosa non mi riempiva di gioia, ma dovevo farlo. Poi, quando scoprimmo di chi si trattava, non di cosa si trattava, confesso che fummo abbondantemente ripagati.
Andiamo per gradi.

Avevamo messo piede su quella terra proprio nel pieno delle celebrazioni del secondo centenario della colonizzazione da parte degli inglesi e la vita in tutta l’Australia, ma soprattutto in ambito portuale, si era fermata. Il nostro J24 era su uno dei mercantili ormeggiati fuori della baia in attesa dell’autorizzazione ad entrare in porto. La regata avrebbe avuto luogo cinque o sei giorni dopo, e noi eravamo nel panico più totale. Non sapevamo cosa fare, la prima idea fu quella di noleggiare una barca in loco, imbarcazione che trovammo lì e di cui subito ci prendemmo cura.
Nel frattempo, pur incerti sull’esito, telefonai a mio padre, all’epoca tesoriere del Rotary Club di Napoli, per chiedergli di intercedere presso la stessa Organizzazione di Sidney. Facemmo i napoletani, insomma ricorremmo alla carta della raccomandazione.
L’intervento ebbe successo, alla nave fu consentito l’accesso in porto, la nostra barca venne scaricata e un minuito dopo la stessa nave lasciò il porto e la baia. Mi vergognai, lo ammetto, ma era davvero l’ultimo tentativo.
Gareggiare con una barca che non conoscevamo avrebbe comportato molti rischi.
Eppure di rischi, seppure di altra natura, li corremmo.
Quello che voglio raccontare non è tanto il risultato, concludemmo la competizione, erano otto race in totale, in ottava posizione e infatti ci andò anche bene, ma le sensazioni di quella prima regata per me, per noi, che eravamo abituati al Mediterraneo, non le abbiamo mai più provate in vita nostra.
Le condizioni climatiche erano buone e per tale ragione il campo di gara fu posto fuori della baia di Sidney, non molto distante dai mercantili che erano all’ancora in attesa di poter entrare in porto per lo scarico/carico merci.
All’epoca c’era la consuetudine, magari cattiva abitudine, di gettare in mare gli avanzi dei pranzi, e per questo motivo tutte le imbarcazioni erano sorvolate da gabbiani e circondate da decine e decine di squali di un metro e mezzo circa che si cibavano di quei resti. Mai visto uno spettacolo del genere, per noi fu piuttosto inquietante. Gli equipaggi australiani, al contrario, si divertivano invece a finire addosso a quei pescetti, giusto per giocare.

Arrivò nel frattempo il segnale di preparazione alla regata e, nel rispetto dei tempi tecnici, a seguire quello di partenza.
Il mare era lungo e il vento soffiava a quindici, diciotto nodi, direi condizione eccellente per regatare. Superata la prima boa in quindicesima posizione, tirammo su lo spinnaker, ci aspettava la poppa, operazione di un attimo per esperti come noi, tuttavia il timoniere prese male un’onda e fece scuffiare la barca e io che ero al centro caddi in acqua, fortunatamente rimasi agganciato, ma la preoccupazione non fu quella di rimanere soffocato, quanto di venire attaccato dagli squali. Secondi drammatici che parvero minuti e che ancora oggi, al solo ricordo, mi fanno accapponare la pelle. Uno dei miei compagni fu veloce nel tagliare la drizza dello spin che, fino a un attimo prima, gonfio di aria, non consentiva alla barca di rimettersi in verticale.
Grazie a quel gesto, tutto ritornò alla normalità, o quasi, io risalii velocemente a bordo e proseguimmo la regata che, nonostante le vicissitudini appena raccontate, riuscimmo a portare a termine. Volevamo arrivare primi, eppure, tagliare il traguardo dopo quanto ci era accaduto finì quasi per essere la nostra vittoria.
Non potevamo che considerarci soddisfatti. La classifica finale ci vide in ottava posizione, non male dopo la débacle della prima uscita.

La nostra vacanza poté avere inizio, eravamo curiosi di visitare la realtà che ci circondava e che ancora non avevamo avuto modo di tastare. Peraltro, presi dalle vicende avverse, su tutte il nostro J24 al largo fermo sulla nave, non avevamo ancora avuto modo di consegnare quel pacco che ci era stato messo in mano prima della partenza.
Delle piante ho già detto. Quella giornata iniziò invece con l’urlo di uno dei nostri, per finire poi tutti immersi una fragorosa risata.
Noi cinque, più la moglie di Carlo che ci organizzava il pranzo la sera, alloggiavamo in un residence dove, secondo le abitudini del posto, era d’obbligo lasciare le scarpe fuori della porta. In casa si camminava a piedi scalzi. Prima di andar via, eravamo già tutti fuori della porta, più o meno in silenzio, ciascuno di noi era intento ad indossare le proprie scarpe, fino al momento in cui Michele Ungaro cacciò l’urlo e poi fece un salto di un paio di metri. Durante la notte, in una delle sue scarpe aveva pensato bene di andarsi a riparare un ragno nero e peloso di una decina di centimetri. Giuro che faceva veramente schifo alla sola vista, preferimmo buttarla in caciara dopo che Michele lanciò il più lontano possibile l’animaletto. Insomma, con il pacco sotto il braccio, riuscimmo finalmente a salire in macchina per raggiungere le due spiagge più rinomate di Sidney dove i bagnanti però potevano nuotare solo all’interno di acque delimitate da reti di acciaio, sempre per proteggersi da ospiti non graditi. Non eravamo affatto abituati al bagno in zone protette. Anche quella fu un’esperienza.

La sera ci dirigemmo verso King Cross, il quartiere dove avremmo dovuto consegnare il pacco al Signor Antonio Esposito. Scoprimmo che oltre ad essere parente del nostro marinaio, si trattava del titolare di un ristorante italiano – il quartiere era colmo di ristoranti di ogni genere – giunto in Australia quarant’anni prima, da lì non si era mai più allontanato. Antonio, originario di Castellammare di Stabia, ci accolse con le lacrime agli occhi, era davvero molto emozionato e non mancò di trattenerci per il pranzo serale. Ovvio che noi aspettavamo solo il suo invito.
Dal giorno del suo arrivo a Sidney il suo modo di cucinare non era mai mutato e forse proprio quello rappresentava il segreto del suo successo presso gli australiani. Bene, credo di non avere mai mangiato una cucina così originale e strepitosa, si trattava di piatti della tradizione napoletana antica per noi, cicinielli, gamberetti, cotti secondo le ricette della sua nonna mai aggiornate in quei lunghi decenni.
Quello che ci sorprese maggiormente fu l’acqua che portò a tavola, si trattava dell’Acqua della Madonna, prodotta a Castellammare di Stabia, detta l’acqua dei naviganti per speciali proprietà in essa contenute, e poi, roba da non credere, i pomodori pelati che usava provenivano da Sant’Antonio Abate. Insomma, Antonio Esposito quella sera ci fece sentire proprio a casa. Ma al termine di quella bellissima giornata, ci chiedemmo che fine aveva fatto il pacco. Esposito lo aveva portato via per aprirlo in solitudine lontano dai nostri occhi per tornare poi coi lucciconi ai suoi di occhi.
Ma noi mai riuscimmo a sapere qualcosa del suo contenuto.

Raimondo Cappa, prima velista, poi bancario e poi ristoratore. Ha vinto due titoli mondiali, nel 1987 su J24 con Francesco De Angelis e nel 1989 su Brava cat, OneTon con Francesco De Angelis e Paul Cayard, 4 titoli europei e 15 italiani. Partecipa e vince alla Sardinia Cup (regata per nazioni a squadre, primo delle tre barche italiane), alla Settimana delle Bocche (Porto Cervo), al Trofeo Zegna (Portofino), alla Palermo Montecarlo dove nel 2006 stabilisce il record. Nel 1989 partecipa e vince a Palma di Maiorca alla Copa del Rey su Brava, davanti a Il Moro di Venezia con De Angelis e Cayard e, terzo classificato, il Re di Spagna.