Longboarding. LA to NY.

Longboarding. LA to NY. La sfida lanciata al mondo da quattro ragazzi. Partiti da Los Angeles per attraversare gli Stati Uniti, a New York arriveranno solo in due e non saranno più ragazzi, ma skater. E anche un po' eroi.
Longboarding

Quando i miei amici si iscrivevano al college o decidevano di andare a lavorare, oppure uscivano il venerdì sera per tornare la domenica mattina, io Rupert Rixon, ero “solo” un fanatico di cinema.
Ovvio che ricordi molto bene quando i miei genitori mi regalarono la prima videocamera. Adrenalina allo stato puro mentre incredulo la giravo e rigiravo tra le mani.
L’idea che accarezzavo da tempo e che mi teneva con gli aperti anche di notte ora aveva la sua chance.
Così a 21 anni fondai la Prospettiva Pictures.
Incredibile” mi dicevano tutti, sorpresi da come un poco più che ragazzino avesse già le idee così chiare. Ero fiero di quello che stavo facendo, ma la sfida più importante l’avevo davanti: i contenuti.
Non può esserci una casa di produzione, senza qualcosa da presentare.
Probabilmente non c’è neanche una strada dove il longboarding non ti possa far andare, ma questo l’avrei capito dopo.

Da Regent’s Park a Los Angeles

Passò del tempo prima che arrivasse la prima buona idea. Ai tempi giravo per Londra cercando inspirazione, vagavo tra le vie affollate aspettando che qualche cosa colpisse la mia attenzione e diventasse la mia idea.
Mentre passeggiavo per Regent’s Park, diretto verso casa dopo l’ennesimo giorno senza aver trovato nulla, sentii delle risate accompagnate da un rumore sconosciuto. Seguii le risate fino a quando trovai un gruppo di ragazzi, miei coetanei. Caschetti buffi in testa e ginocchiere altrettanto colorate, tenevano in mano delle tavole lunghe che assomigliavano a degli skateboard.
Non potei resistere e mi avvicinai, mi spiegarono che quelle che avevano in mano erano delle tavole da longboard. Confesso che ne sapevo davvero poco. Il ragazzo più vicino mi disse “Tieni sentila” e mi passò la tavola.
In un secondo tornai bambino a quando i miei genitori mi avevano regalato la videocamera, gli stessi brividi.

Eccola la mia buona idea!

Corsi a casa e iniziai a fare ricerche sul longboard. Dove procurarmi la tavola, dove imparare ad andarci e chi, prima di me, ne avesse fatto un uso in qualche modo memorabile.
Ed ecco un’altra buona idea.
Presi il telefono, cercai il numero del mio amico David in rubrica: “Mate, ho un’idea. LA buona idea”.
Ci trovammo qualche giorno più tardi a Brighton, sulla spiaggia. Gli spiegai la mia visione: un documentario sul longboard con noi come protagonisti.
All’inizio mi rispose con occhi smarriti, perciò continuai: “Nel documentario siamo noi che in un determinato arco di tempo percorriamo una grande distanza, ma solo con la tavola. Lo so che neanche te sei pratico di questo sport, ma io ho già iniziato da un mese a prendere lezioni”.  
Mentre parlavo gli mostrai anche i tagli che mi ero procurato con le cadute e il livido sul braccio dopo la corsa in ospedale della settimana prima.
Ci guardammo, lui mi mise una mano sulla spalla e fece cenno di sì con la testa.

America”, mi disse.

A quel punto ero io quello confuso. “America”, ripetè.
Se dobbiamo farlo bisogna farlo in grande. Proviamo l’America”.
Mi ci volle un secondo per processare quell’immagine, ma sì. Ovviamente. Come avevo fatto a non averci pensato prima.
America was the place to be.
Da quel momento passarono due anni di tentativi e organizzazione.
La prima nostra vera esperienza documentata fu la “spedizione” in Wales dove tentammo di percorrere tutta la regione in lunghezza.
Fu un fallimento, male equipaggiati e anche peggio allenati.
Tornammo a casa con poco materiale e tanti bernoccoli.
Ma la voce si era sparsa: due ragazzi inglesi sognavano l’America. Presto venimmo contattati da veri sponsor che ci proposero di accompagnarci in questo viaggio dove avremmo raccolto fondi per la Teenager Cancer Trust.
Prima che ce ne potessimo accorgere eravamo su un aereo diretto a Los Angeles.
Avremmo percorso la distanza tra Los Angeles e New York in 73 giorni.
3000 miglia, tanto per vederci chiaro.

longboarding
(longboarding)

Quattro ragazzi inglesi alla conquista dell’America

Il gruppo era composto da: David, l’amico di sempre, Tom, lo skater con più esperienza, Oli, il simpatico videomaker e sportivo improvvisato e me, Rupert, il regista sognatore che adesso iniziava ad avere paura.
Prima di partire avevo contattato dei ragazzi americani che con il loro van viaggiavano liberi per il Paese. Van with no plan si facevano chiamare e in cambio di una piccola cifra ci avrebbero seguito per fare campo base la notte e per pit-stop il giorno.

Ora X

Era arrivato il grande giorno.
Al pier di Santa Monica, partì il conto alla rovescia per dare il via all’impresa.
In quel momento il cuore mi batteva forte, sentivo il casco stringermi la testa, le ginocchiere iniziare a scendere. Per chissà quale istinto mi guardai istintivamente le scarpe per assicurarmi che fossero allacciate più strette possibile per farmi sentirmi al sicuro. Guardai David che invece aveva lo sguardo fisso avanti, determinato; si girò e mi fece l’occhiolino. Io chiusi forte gli occhi e tornai a quel pomeriggio a Regent’s park, ai volti di quei ragazzi, alle risate e a quando presi la tavola la prima volta.
Riaprì gli occhi. Ero pronto.
Partiamo.

Il primo giorno non fu semplice

Presto ci rendemmo conto quanto fosse difficile sopportare il caldo afoso della California e che le strade non erano come quelle in Inghilterra.
Presto perdemmo anche la cognizione dello spazio.
Perdemmo tanto tempo nell’uscire dalla città. A sera avevamo raggiunto il meeting point con i ragazzi del van che ci diedero la spiacevole notizia che non avevamo raggiunto le miglia decise per quel giorno.
Armati di coraggio decidemmo di continuare il percorso di notte, almeno per qualche ora. Con qualche contrario nel gruppo iniziammo ad andare, ma poco dopo Tom cadde a terra violentemente perdendo il controllo della tavola. Un TIR la distrusse a metà, mentre lui, per fortuna, si era “soltanto” abraso quasi tutta la schiena.

Abbandonare?              

Fu un duro colpo per il gruppo, ma mai quanto per Tom che era deciso ad abbandonare l’impresa. Ci litigai, ma riuscii a convincerlo a continuare e che quello era stato solo un incidente che nelle avventure poteva capitare.
Lo dicevo a lui, ma cercavo di convincere anche me stesso.
Mi sentivo addosso tutta la responsabilità del gruppo. Anche io ero stanco, ma non potevamo lasciare.
Il secondo giorno fu praticamente uguale, la sfortuna continuava a non darci tregua, infatti Tom cadde di nuovo, facendosi molto male alla gamba.
L’impresa per lui finiva lì.
Rimanevamo noi tre. Mi impegnavo al massimo per non farmi vedere turbato o stanco, ma mai avrei pensato che potesse essere così scoraggiante.
Non facevamo i progressi che ci eravamo stabiliti, ma andavamo comunque avanti.
La prima grande città che raggiungemmo fu Las Vegas.
Luci, gente e finalmente un letto comodo dove dormire, cosa che migliorò l’umore di tutti migliorò.
Ripartimmo solo in due: Oli doveva andare in West Virginia per raggiungere la famiglia. Ancora oggi non si dà pace per aver lasciato l’impresa così presto, ancora oggi noi non glielo facciamo pesare, ma dentro sappiamo che niente fu più lo stesso. Oli era l’ultimo di noi tre ad avere ancora lo spirito di prima, lo stesso ragazzo che aveva salutato l’Inghilterra per tornare vincitore.

longboard
(Longboarding)

 David ed io

Verso il quarantesimo giorno capii che qualcosa in me stava cambiando. Ero più arrabbiato, meno deciso di prima, non avevo pazienza e volevo stare da solo.
E dire che da solo ci stavo per circa 20 ore al giorno, perché sebbene David ed io percorressimo la strada insieme, non parlavamo quasi mai, se non per chiederci se andasse tutto bene. Dopo un po’ smettemmo di fare anche quello.
Dormivamo 4 ore a notte, stesi gli uni sugli altri, in quel piccolo van bianco.
Guardavo passarmi avanti interi campi di pannocchie, poi il fire desert e infine le montagne fresche e verdi, ma non ero più lucido. Le gambe mi facevano male, sentivo la pelle viva sotto i tagli e dovevo costantemente ricordarmi perché avessi iniziato. Ripensavo a me bambino, alle colazioni la domenica mattina con mamma in cucina, a quando David ed io a 15 anni correvamo con le bici in quello stesso Regent’s park che aveva visto nascere per primo questa folle idea.

Nel mezzo del cammin…

A metà strada raggiungemmo Omaha in Nebraska, una tappa importante perché lì avremmo cercato di battere il record mondiale di miglia percorsa con il longboard in 24 ore. La polizia cittadina ci aveva permesso di usare il campo d’atletica dietro il liceo locale. Non eravamo riposati abbastanza per affrontare quella prova, ma il supporto che ricevemmo fu immenso: vennero da tutta la contea a vedere quei due ragazzi smilzi inglesi che giravano in cerchio per 24 ore sulle loro tavolette.
Iniziata la prova mi venne un colpo di calore, David mi disse di fermarmi, ma no. Volevo di più, spinsi al massimo delle mie possibilità, non potevo rinunciare.
Finimmo le 24 ore, non battemmo il record, ma la sensazione di aver completato una sfida così grande ci diede una carica così forte che il giorno dopo, per la prima volta da 50 giorni, salimmo sulla tavola con il sorriso.

Birra fredda

Di quei giorni ricordo con esattezza alcuni dettagli: il calore che sentivo rimbalzare sul caschetto fluo, il sudore scendermi dalla fronte e bagnare i capelli, il rumore delle ruote sull’asfalto, il mio respiro spezzato ma soprattutto la sicurezza che mi dava vedere David davanti a me.
Mancavano pochi giorni alla fine della prova e ci rendemmo conto che eravamo indietro rispetto alla tabella di marcia. Decidemmo di iniziare a percorrere le autostrade invece di prendere le strade interne, per provare ad andare più veloci. Avevamo paura per la velocità dei mezzi che ci sfrecciavano accanto, ma era l’unica cosa che ci avrebbe dato un vantaggio.
Cambiammo l’ultima tratta del percorso: saremmo arrivati a Philadelphia, la città di Rocky, per poi percorrere l’ultima tratta fino a New York.
Così come il boxeur prima dell’ultimo match, David ed io andammo su quelle scale che conoscevamo bene. Davanti a noi la città distesa sembrò fermarsi, mentre noi pensavamo che il giorno seguente ci aspettavano 200 miglia da percorrere.
Il vento fresco ci sferzava i capelli, non ci dicemmo nulla, al mio solito guardai David e per la prima volta da 3 mesi lo vidi con lo sguardo nel vuoto, come se cercasse qualcosa, ma senza trovarlo.
Sono stanco”, dissi.
Anche io”, rispose, “Vorrei una birra ghiacciata adesso”. E scoppiamo a ridere.

Go mate

Il giorno seguente indossammo la maglietta della Teenage Cancer Trust, chiudemmo per l’ultima volta il caschetto e assicurammo le ginocchiere.
Salutammo Philadelphia e via.
Se da una parte la stanchezza dei 73 giorni precedenti ci implorava di rallentare, di abbandonare lì, dall’altra David ed io spingevamo come mai prima d’ora. Davamo dei colpi forti per andare veloci, tutta l’adrenalina in corpo non ci faceva sentire il dolore, le ferite aperte, il caldo e le difficoltà dei mesi precedenti.
Dentro sentivo un fuoco che mi spingeva, non potevo fare altro.

Ed eccola, la Grande Mela.

Vedemmo subito l’Empire State Building scagliarsi fiero contro il buio della notte. Dovevamo raggiungere il punto esatto calcolato con gli altri delle 3.000 miglia.
Ormai era notte fonda, come due bambini ridevamo, ci abbracciavamo mentre percorrevamo quelle ultime miglia, vedevamo gli altri poco lontani che avevano srotolato un nastro bianco per l’arrivo. David mi guardò e con gli occhi lucidi di lacrime: “Go mate, è il tuo momento” e mi diede una spinta per farmi tagliare per primo il traguardo.

C’eravamo riusciti. Incredibile.

Le lacrime non si fermavano. Presi la tavola tra le mani e la baciaci, poi corsi ad abbracciare il mio compagno di avventura.
Non avrei mai voluto che quel momento finisse, eravamo diventati eroi.
Quella notte festeggiammo, pensai a quel pomeriggio al parco e poi a noi al mare che sognavamo il nuovo continente.
Ma tutto ritornava a quel momento da bambino con la videocamera in mano.
Io avevo fatto tutto questo per lui, per dimostrargli che il suo sogno era a portata di mano e bisognava solo andare a prenderlo.

Tornammo a casa, cambiati. Skater ed eroi.

Qualche mese più tardi uscì il documentario: “Longboarding. LA to NY”, lo presentammo a dei festival, venne anche proposto da Netflix nel suo catalogo.
In inverno tornai a Regent’s park, sentii di nuovo le risate degli skater, andai e mi riconobbero: “Rupert, unisciti a noi!”.
Guardai la tavola che ormai mi porto sempre dietro.

“Arrivo!”

 

Rachele Colasante nata a Roma nel 1999, da sempre incuriosita dalle storie, studia Lettere a RomaTre cercando di scrivere la sua al meglio. Ancora non sa dove la condurrà il suo percorso, ma per ora si gode il paesaggio.

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