Stella Polare. La prima vittoria italiana in una Regata Transatlantica

Recuperato dalla rivista "Vela e Motore", un articolo del 1968 racconta l'impresa di Stella polare, nave scuola della Marina Militare, prima barca italiana a vincere la Regata Transatlantica. Lo riceviamo dalla nuova rivista "Notiziario del Mare" e volentieri pubblichiamo.
 Beppe Croce
Stella Polare

Sono stato a Travemünde per l’arrivo della Regata Transatlantica e per la celebrazione del Centenario del N.R.V. (Norddeutscher Regatta Verein). Travemünde, ultimo porto e ultima spiaggia della Germania, ai confini con la Germania Orientale, è uno dei luoghi più “belle époque” che si possano immaginare: si chiama persino così l’unico night-club, ultima Thule per acrobati o “fini dicitori”, oramai quasi scomparsi da tutti i cabarets. Travemünde, proprio all’estuario del fiume Trave (munde = mouth), ha ventiquattro traghetti al giorno per la Scandinavia, e sfoggia il Passat (gemello del più noto Pamir, affondato in Atlantico nel 1957 nel corso di una tempesta), ormeggiato all’uscita del canale, a protezione del porto degli yachts. Travemunde, fino a poco tempo fa, ha lottato con Kiel quale Sede delle Regate Olimpiche 1972: la sua immediata vicinanza con la Germania Orientale, ed altri motivi, gli hanno fatto preferire Kiel, già consacrato da una perfetta Olimpiade nel 1936. All’uscita dal porto canale si stende, a sinistra, lato Germania Occidentale, la spiaggia tipicamente nordica, con i capanni di paglia infossati nella sabbia a protezione del vento, le sue “promenades”, il suo Casinò, il suo Kursaal e una folla strabocchevole di turisti balneari, protagonisti e spettatori, al tempo stesso, di una eterna festa paesana: sulla destra, in un deserto lunare, il confine corre lungo il filo spinato, attraverso una spiaggia senza un’anima viva, con, ad intervalli regolari, alte torri (o, meglio garitte) di sorveglianza, abitate solo da un “polizei” orientale carico di mitra e di bombe, come un triste albero di Natale, per ricordarci che, da tempo, viviamo su una polveriera. Ma non è questo l’argomento: sono venuto qui per stringere la mano al Comandante Giancarlo Basile ed alla sua gente, vittoriosi con Stella Polare nella classe “A” della Regata Transatlantica: parliamo quindi di loro, perché è la prima volta che una barca italiana vince una Regata attraverso l’Atlantico.

Uno sguardo al passato

La prima Regata Transatlantica si svolse, come è noto, nel dicembre del 1866, da New York all’Inghilterra: tre barche vi presero parte, Henrietta, Fleetwing e Vesta, per una scommessa di diecimila dollari: le tre barche erano nord-americane. Varie Regate, verso Ovest o verso Est, fecero seguito alla prima: ma la prima Regata con l’arrivo in un porto tedesco venne corsa nel 1936, in occasione delle Olimpiadi. La Regata, dalle Bermude a Cuxhaven (3.400 miglia), vide tra i suoi protagonisti un debuttante, uno sconosciuto olandese, Comelius Brynzeel, arrivato quarto con Zeearend: oggi Brynzeel è l’armatore di Stormvogel e uno dei pochi grandi protagonisti delle Regate mondiali d’altura.

Bermude- Travemünde

La Regata di quest’anno, dalle Bermude a Travemünde, è stata la seconda regata transatlantica con l’arrivo in un porto tedesco: ce ne occupiamo soprattutto perché ha offerto l’occasione, all’Italia e alla Marina Militare, di una affermazione clamorosa. Diamo, intanto, un’occhiata alle istruzioni di Regata: abituati alle nostre Regate mediterranee, dove siamo tutti, in fondo, un po’ viziati, dove le navi scorta sono, da molti, ritenute indispensabili, dove, ogni tanto, le regate lasciano una scia di polemiche e di discussioni (è difficile, si sa, anche per i latini saper perdere!), è sommamente educativo, per tutti noi, ridimensionare i nostri problemi e dare alle cose l’importanza che hanno, e comprendere che una Regata di duecento miglia è appena l’ “inizio” di una Regata d’altomare, serve soltanto, per così dire, a “scaldare i motori“ per una vera Regata d’altura.

Istruzioni di regata

Dicono le istruzioni di regata (scusate le divagazioni, la giornata piovosa scioglie le briglie al cavallo della fantasia): “percorso da Bermuda alla nave-faro di Fehmarn, al largo di Travemünde, Germania. Distanza 3.534 miglia marine”. E aggiungono: ogni concorrente “si assume la completa responsabilità per le condizioni di navigabilità della propria barca, sotto tutti gli aspetti”. Succinto e al tempo stesso molto chiaro! Ma le istruzioni mi sembrano, nella loro aridità e semplicità, quasi commoventi, quando stabiliscono le norme per il percorso: “Il percorso passerà a sud-est di un punto chiamato “Punto A”, allo scopo di mantenere i concorrenti sicuri dal limite meridionale dei ghiacci. Tale punto sarà determinato quando, alla vigilia della partenza, il Comitato avrà ricevuto le ultime notizie sui ghiacci da parte della Coast Guard degli USA”. E poi, con estrema semplicità, le seguenti notizie: “si dovranno lasciare a dritta: l’Irlanda, le Isole Ebridi, l’estrema punta Nord delle Isole Orcadi, la nave faro dello Skagen. L ’isola di Laeso dovrà essere lasciata a sinistra”. Abituati, come siamo, a ragionare in termini di “isolotto della Giraglia”, boa Cousteau, S. Antioco o Lavezzi non fa un certo effetto l’idea di lasciare a dritta addirittura l’Irlanda?

Il Regolamento CCA

La Regata, si sa, è stata corsa col Regolamento del CCA: le barche suddivise in quattro classi, con il solito sistema CCA, con un totale (in realtà, notevolissimo) di ben trentatré partenti (e, naturalmente altrettanti arrivati). La Regata aveva una classifica, la più importante, sul percorso totale di oltre tremilacinquecento miglia, e due classifiche parziali sui tratti Bermuda-Skagen-Fehmam. Particolarmente facile per le condizioni del vento e del mare (se se ne esclude qualche giornata nella nebbia più assoluta), la Regata non è stata molto veloce: il primo in tempo reale, il nuovissimo Ondine (vera macchina da corsa ma con eccellenti comodità a bordo tra cui, udite udite, perfino una sauna!), impiegando ventun giorno, sette ore, quarantadue minuti e otto secondi, non ha certo stabilito un primato; ma se si pensa che meno di sei ore separavano, in tempo reale, il primo dall’ultimo della classe A, si avrà chiara l’impressione della durezza della lotta, condotta ininterrottamente per tre settimane, senza un attimo di respiro, senza la possibilità di una relaxation.

I mostri d’alto mare

Stella Polare, opposta ai più noti “mostri” dell’alto mare, quali Ondine, Stormvogel, Kialoa II e Germania VI, ha corso, sotto la sagace guida di Giancarlo Basile, la sua Regata-capolavoro. Distanziato nelle prime mille miglia della traversata da una persistente bonaccia, senza possibilità fondate di ricupero, sfruttava abilmente la profonda preparazione tecnica del suo navigatore, puntava decisamente più a nord, si avvantaggiava, prima e meglio degli avversari, di un bel vento di nord- ovest, e arrivava al traguardo alle spalle dei “purosangue”, tranquillo sul risultato per le varie ore che tutti gli avversari dovevano passargli, ottenendo la vittoria a pugni bassi e precedendo, in tempo corretto, Germania VI di circa sette ore, Kialoa di circa sedici ore, Ondine di ventitré ore e Stormvogel di ben ventiquattro ore.

A bordo

Ho avuto il piacere – e l’onore – di essere il primo italiano accolto a bordo della Stella Polare, dopo il suo arrivo a Travemünde: vecchi ricordi comuni mi legavano – e mi legano – al Comandante Basile, mio compagno di regata sul Corsaro nella Regata di Bermuda del 1962, ed è stato, in realtà molto commovente per me, pur abituato da anni a questo genere di cose, vedere l’unica barca italiana concorrente impavesata per la grande vittoria, centro dell’attenzione di un enorme pubblico di appassionati, attrazione numero uno di un Paese che conosce e capisce i pericoli e le difficoltà del mare e sa compiutamente apprezzare una impresa di grandissima portata internazionale. I ricordi, a quest’ora, si affollano alla mia mente: ma non posso, soprattutto, dimenticare, la modestia e la semplicità di quei quindici giovani italiani, reduci dall’aver sconfitto, in una delle regate più significative, il fior fiore dell’altomare americano, olandese e tedesco, eppur così schivi da ogni teatralità, da ogni gesto banale di primadonnismo, oggi, purtroppo tanto di moda.

Oltre le regate

Stella Polare, si sa, non è nata per vincere le regate: è una nave scuola, creata per formare dei marinai e dei caratteri, non per battere dei record o per competere contro le “racing-machines” che uno sfruttamento abnorme dei regolamenti sta oggi producendo nel mondo. Eppure Stella Polare, sfruttando al massimo la preparazione professionale del suo equipaggio, non lasciando nulla al caso ma vagliando freddamente e serenamente – come è costume nella nostra Marina – le situazioni e le probabilità, ha saputo donare all’Italia, a tutti noi che sul mare e pel mare viviamo, una delle vittorie che ci esaltano di più. Nell’anno olimpico, questa vittoria che ci è arrivata attraverso l’Atlantico è certamente, – o almeno ce lo auguriamo – un auspicio: e l’esempio di Giancarlo Basile e del suo equipaggio – che tanto responsabilmente la Marina Italiana ha voluto presenti alla grande regata del più anziano Club velico tedesco – dovrebbe nell’immediato futuro essere seguito da altri italiani, sempre piuttosto restii a lasciare le acque di casa per correre in altri mari le grandi regate d’altura. Eppure, le affermazioni che, nel tempo, la Marina Militare, Italo Monzino, Antonio Pierobon, Beppe Diano, Gianni Pera, Aldo Machiavelli, Straulino e Marina Spaccarelli, hanno saputo ottenere, dovrebbero esortare i miei “compaesani (proprietari, oggi, di yachts di livello internazionale altissimo) ad affrontare i disagi e le incognite di trasferte più impegnative.

II Mediterraneo è troppo piccolo, ci è ormai – direbbe Renato Rascel stretto di spalle

Il Fastnet, la Bermuda, la Transpacifica, e perché no, la prossima Transatlantica, dovrebbe far vibrare profondamente le corde dei nostri yachtsmen più preparati. Una vittoria nelle acque straniere vai bene una Messa, e certamente, a dieci Giraglie, è preferibile la vittoria, o una onesta partecipazione, a regate cui prendono parte i migliori yachts statunitensi, australiani, tedeschi, olandesi, argentini, inglesi e francesi. Anche sotto questo profilo, la splendida affermazione di Stella Polare dovrà dare i suoi frutti; ed anche di ciò dobbiamo dire grazie a chi ideò, a chi diresse e a chi condusse la vittoriosa impresa della bella Nave-scuola della nostra marina.

 

Beppe Croce (1914-1986) velista olimpionico, presidente della FIV, dello Yacht Club Italiano e della Federazione Internazionale della Vela

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