Quattro lettere messe insieme che a leggerle in questo modo sembrano non avere alcuna importanza, eppure per tanti della mia età hanno significato tanto. Potrei dire un periodo, ma sarebbe riduttivo, forse è meglio dire un’epoca. NAGC, ovvero Nucleo Addestramento Giovani Calciatori, in poche parole la prima vera scuola calcio, il laboratorio del pallone dove un giovane si ritrovava proiettato in un percorso con regole assolute da rispettare: rispetto e condivisione.
Classe 1957, millesimo importante
All’età di dieci anni frequentavo il campo di calcio per eccellenza, un rettangolo di gioco all’interno dell’Oratorio Don Bosco di Cinecittà, estrema periferia di Roma fatta di palazzoni alti otto piani con migliaia di famiglie con i figli da crescere e gestire tra scuola e tempo libero dove, per i maschi e solo per loro, il pallone regna sovrano. Prima dell’Oratorio la vita di un ragazzino si svolgeva su enormi praterie di terra e polvere, dove giocare partite di calcio infinite tra sole e pioggia, scarpe come capitava, pallonate al cielo e spesso anche in faccia. Nessuna regola, sfide tra ragazzi più o meno della stessa età, forti, fortissimi alcuni, modesti tanti e infine schiappe rigorosamente catapultate nel ruolo di portiere, tra due mucchi di sassi a delineare una fantomatica porta, con la traversa a piacere.
L’Oratorio, la seconda casa per tutti noi
E con l’Oratorio ecco nascere le prime regole di vita sociale, ossia il rispetto, l’amicizia vera, il senso del dovere. Il campo di calcio era l’area che prendeva gran parte di questo immenso cortile, a seguire un campo di pallacanestro e uno di pallavolo, dove a giocarci erano uno sparuto manipolo di ragazzi. Una palestra poco frequentata completava il centro di aggregazione. Il campo di calcio era d’asfalto, lo ricordo molto bene, purtroppo. Un’entrata scorretta da parte di un avversario, diventato poi amico, mi procurò una enorme ferita su tutta la gamba destra tanto da essere “bucato” più volte dalla moglie del portiere del palazzo dove abitavo, esperta infermiera, professionista di punture. C’erano le porte, quelle vere, con la rete montata solo la domenica per via del campionato interno suddiviso per classi, dai dieci ai quattordici anni, i migliori giocavano alle dodici. Durante la settimana se non avevi il pallone potevi prenderlo in affitto, previa esibizione della tessera annuale che si faceva di solito a settembre, prima dell’inizio dell’anno scolastico. Regola inderogabile da rispettare era l’uso adeguato della palla presa in comodato d’uso, da riportare alla fine in direzione. Apertura alle ore 15,00, in poco tempo l’area era gremita di piccoli e grandi calciatori, palloni che volavano da tutte le parti. Durante i pomeriggi, alcuni “signori” che frequentavano l’area, cercavano di scoprire piccoli talenti da inserire nel proprio organico domenicale. Una volta passato l’esame dei diversi campionati ecco che l’impegno si faceva più interessante.

La squadra ambita
Entrare a far parte della squadra rappresentativa dell’oratorio era l’obiettivo di ognuno. La prima “sigla” fu P.G.S. DON BOSCO seguita da un altro impronunciabile acronimo: NAGC. Cosa fosse e cosa comportasse nessuno ne sapeva. Poi scoprimmo che NAGC voleva dire Nucleo Addestramento Giovani Calciatori, quella che oggi si chiama scuola calcio o addirittura, pomposamente, Academy. Comunque, la cosa si fa seria e le prime regole di calcio iniziano a cambiar e il nostro modo di giocare. Si fa gruppo e cerchio a centrocampo, ci si conosce meglio, senza fare nessuna distinzione sociale. Il primo vero e proprio laboratorio del calcio, nato per far crescere sportivamente, e non solo, chi, a quel tempo, conosceva il gioco ma non le regole. Per noi non c’erano mai stati allenament,i ma solo interminabili partite su pratoni scoscesi a ridosso delle mura di Cinecittà. Tutti autodidatti, pochi leader tanti portatori d’acqua, non si giocava a calcio, si giocava a pallone.
Gli allenamenti
L’appuntamento per questi nuovi calciatori, nessuno con più di 14 anni, era due volte alla settimana, di solito il mercoledì e il venerdì pomeriggio. L’area di istruzione calcio era fatta da una fetta del campo di calcio, in quegli anni superaffollato, di solito mezzo campo e una porta a disposizione. I primi giri di campo, tutti in fila, con addosso la maglia bianca che serviva per la scuola nell’ora di educazione fisica, insieme al rigoroso pantaloncino cortissimo di colore blu. Le scarpe erano quasi sempre Superga in tela, quasi sempre alte, acquistate a fine anno scolastico da calzare tutto il giorno, tutti i giorni, fino che duravano e anche oltre. Lo sponsor ancora non esisteva. Le maglie, per chi le aveva, erano quelle delle squadre per cui si tifava, nessuna sgargiante come si usa oggi, ma solo con i colori sociali. Qualche ragazzino, benestante, possedeva gli scarpini dai dodici tacchetti, senza nessuna marca in evidenza, ma i più ambiti erano i Pantofola d’oro. I palloni, presi in direzione, come sempre, non erano poi tanti. Serviva dividersi in gruppi e fare così lezioni collettive. Di tanto in tanto c’era l’allenatore che ti chiamava e ti metteva da solo a palleggiare mentre ti guardava per capire se da qualche parte avessi un briciolo di talento. Pochi minuti e poi di nuovo nel gruppo. Dimenticavo una cosa importante, non c’erano genitori intorno al campo d’allenamento.
Ma questo è solo il primo tempo, la partita continua nel prossimo articolo…
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