Giancarlo De Sisti era, ed è, del quartiere e spesso, molto spesso, ci veniva a trovare al campo Ina Casa (ora campo Moscarelli); gli serviva un bagno, non nel senso fisiologico del termine, ma di sano sport dilettantistico, quello dove corri e sudi per la squadra che è quasi sempre nel tuo quartiere. Il suo carattere schivo non faceva di lui un chiacchierone, ma alcuni “fattarelli” ce li raccontò…

La partita del secolo
Nella indimenticabile Italia-Germania, quando Rivera, che era sul palo, si scansò quasi non impedendo così il pareggio di Muller, il nostro portiere Riki Albertosi gliene disse di tutti i colori e a lui, o a qualcun’altro giocatore vicino, scappò anche una mezza bestemmia. Il Golden Boy, profondamente cattolico, ne fu particolarmente toccato al punto che, a scusarsi più con Dio che con i compagni, disse “Vi prego, il Signore non c’entra nulla, è stata solo colpa mia, faccio subito gol e rimedio a tutto subito”. Miracolo del pallone o di qualcun altro, così fu. Quando i giocatori uscirono dagli spogliatoi non si erano ben resi conto che avevano giocato e vinto la “partita del secolo”, ma per primi a ricordarglielo furono i messicani che ben presto apposero una targa marmorea nello stadio Azteca a sempiterno ricordo.

Dal campo al set
Giancarlo spesso raccontava anche un aneddoto extra-calcistico riferito a quando girò alcune scene del film “L’allenatore nel pallone”. Lui non capì subito che Lino Banfi recitava a braccio, improvvisando e divagando dal copione, e quando l’Attore disse la battuta “…allora picchio De Sisti” non capì subito il doppio senso e se ne accorse solo quando vide che tutti ridevano e che Lino Banfi aggiungeva “…gli spezzo la noce del capocollo”. Per evitare che qualche giovane amico non capisca, è bene precisare che Picchio era l’affettuoso nomignolo che i tifosi della Roma, e un po’ tutti gli italiani, avevano dato a De Sisti. Il senso del doppio-senso che fece ridere tutti, maestranze comprese tranne Giancarlo che tardò a capire, era tutto lì.

Anche Bruno Conti capitava spesso al campo Moscarelli
Di lui ricordo quando ci raccontò la vigilia della finale Mundial dell’82, passata senza quasi riuscire a chiudere occhio fino a quando Cabrini disse l’ormai celeberrima frase “…che ne dite ragazzi se per calmarci ce ne andiamo un po’ in Svizzera?”. La Svizzera era la camera di Zoff e Scirea, gli unici che tranquillamente dormivano e che, svegliati, protestarono e poi ripresero tranquillamente a dormire lasciando gli invasori esterrefatti. L’episodio e le risate contribuirono però a calmare un po’ tutti che, dopo, riuscirono così a chiudere per qualche ora gli occhi per poi scrivere una delle più belle pagine del nostro sport.

Rizzi Rizzi gol!
Quella di Ruggero Rizzitelli è invece una storia raccontata, nel senso che lui non venne al Moscarelli, ma al campo di lui se ne parlo spessò. Il fatto è che la vulgata vuole che Rizzitelli fosse arrivato a Roma “con la puzzetta sotto ar naso” che, nel colorito linguaggio romano, sta a significare uno con un po’ di boria di troppo. Ora dovete sapere che in uno stadio i campi sono due: uno quello che si vede, l’altro quello che non si vede, cioè lo spogliatoio dove si gioca una partita tutta interna, di amicizie, di rivalità, di agonismo e qualche volta anche di antipatie. Fatto è che lo spogliatoio agisce e reagisce, cosa che accadde anco con Rizzitelli. Come? Ad esempio, una volta in campo, dandogli palla in controtempo, cioè un attimo prima, o dopo, che lui scattasse. Oppure, sapendo che Ruggero preferiva il piede sinistro, la palla gli arrivava puntualmente sul destro. Tutto questo fi a quando, sempre nello spogliatio perché le “cose di campo” sono là che si debbono chiarire, a porte chiuse, ci fu l’incontro-scontro chiarificatore. Non a caso, dopo, solo dopo, divenne “Rizzi-gol!”. Una storia di campo e spogliatoio che al Moscarelli ci arrivava così, poi valle a sapere le cose vere e non vere…