L’Huracan il metropolitano non l’ha più vinto. Da quel 1973. Club di quartiere, schiacciato nel centro di Buenos Aires dalle altre squadre tradizionalmente più solide e vincenti. Luis Cesar Menotti è consapevole di avere tra le mani un gruppo fortissimo, ci sono due direttori d’orchestra Babington e Brindisi, due solisti del goal Avallay e Larrosa, Basile e Carrascosa a presidiare in mezzo e sulla fascia ed un folletto, René Houseman, capace di immaginare giocate che nessuno mai. La scossa viene sempre da lui. Palla c’è, palla non c’è con tutta l’incoerenza di un talento di quelli che vivono perennemente aggrappati ad un filo che, se regge, vuol dire soldi e fama, ma che se si spezza è l’ennesima meteora sciupata perché la testa è quella che è. René Houseman ce la fa, anche per merito del Flaco. E viceversa.

Houseman non ama allenarsi e, se può, evita il ritiro pre partita.
C’è il compleanno di Diego, figlio undicenne, lui non può mancare e questo ci può anche stare, ma si ubriaca mischiando JB e vino. Eppure lui lo sa che, tempo poche ore, troverà i difensori del River a cercare le sue caviglie, ma non ci pensa. E quando realizza che deve correre al campo, sale sulla Peugeot che finisce la corsa contro il muro del parcheggio nell’antistadio. Menotti lo schiera contro il parere dei dirigenti, potrebbe dormire un’oretta ma preferisce spedirlo sotto la doccia tra un caffè e l’altro. Houseman sonnecchia in campo, aspetta 86′ per la palla buona, anzi una palla normale che lui trasforma come forse solo re Mida. Dribbla due difensori da destra a sinistra per ritrovarsi la leggenda di Fillol davanti, tocco morbido di destro in controtempo e portiere battuto. 1-0, a casa si fa festa e tutti gli chiedono di raccontare la rete, lui non ha idea, sa di aver fatto centro ma come… no, non se lo ricorda.

Il Loco e l’Italia
Cosa sarà passato per la testa del buon Ferruccio Valcareggi, CT azzurro, non lo sapremo mai. Affidare la marcatura dell’inarrestabile Houseman a un centrocampista compassato, Fabio Capello, di altra cadenza, poco incline al confronto tanto meno allo scontro. Scelta obbligata dirà: Morini su Yazalde, Spinosi su Kempes, Facchetti su Ayala. L’Argentina che ci troviamo davanti nella seconda uscita del mondiale ’74 deve vincere per forza e mette davanti tutti i pezzi pesanti a disposizione. Sono 20′ da incubo, Houseman è un apriscatole devastante, il suo goal – di sinistro, bello – è una liberazione. Zio Uccio raccoglie gli improperi dei nostri a Stoccarda e davanti alla TV, sposta Benetti su Houseman con Capello sulle piste di Babington, più o meno stesso passo. L’Italia la raddrizza, quattro giorni dopo si saprà che serve a poco, si chiude un ciclo destinato a chiudersi in malo modo.
Quattro anni dopo
Houseman lo ritroviamo quattro anni dopo negli ultimi 20′ della partita che ci porta il primo posto nel girone e soprattutto la consapevolezza di avere una squadra destinata se non a vincere, ma a stare lì al vertice del calcio mondiale. Il cambio con Ortis si ripete nella finalissima con i tulipani, ancora beffati in finale dai padroni di casa. Houseman è campione del mondo, Mario Kempes è la stella indiscussa, il loco non ruba quasi mai l’occhio, rispetta le consegne di Menotti che gli chiede anche sostanza e di far ripartire la squadra cercando le bocche da fuoco, Bertoni Luque ed el Matador Kempes, ispirato come mai.

Il piromane
Houseman non è Maradona, lo ricorda nel momento di sregolare genialità, ma el Pibe può giocare nel calcio di una volta, nel calcio di ora e di quello che sarà. Houseman no e tutto cambia attorno a lui, anche le regole, atletiche e comportamentali, necessarie per giocare ai massimi livelli. Lui, alla fin fine, vuole solo divertirsi e tornare al barrio. Con l’Huracan chiude dopo otto anni da professionista, 266 partite e più di cento reti che sono tante per uno che aveva quasi più gusto a mandare in porta il suo centravanti piuttosto che la palla. Indossa poi la maglia di River, Colo Colo e Independiente, ma lui ha incisi a pelle due colori, il bianco ed il rosso dell’Huracan, il club del 1908 che ha per simbolo una mongolfiera ed un soprannome “los Quemeros” (i piromani) omaggio all’inceneritore nei pressi del campo.

Oltre
Il 22 marzo 2018, 65 anni e dall’alto dei suoi imprendibili 1.65cm, René Houseman si è presentato nel paradiso dei Campioni scendendo, barcollando, da una mongolfiera tra due ali di hinchas non solo suoi, ma di tutte le squadre che lo hanno affrontato almeno una volta. Perché chi lo ha conosciuto, non lo dimentica.