Francesco “Cesco” Giovanelli. Un pioniere della vela italiana

Tra vento e carta, Francesco “Cesco” Giovanelli ha insegnato a generazioni di velisti a capire il mare: con le sue barche, le sue regate e le sue parole. Oggi resta il vuoto di un maestro, e una scia che non si spegne.
 Roberto degli Uberti
Francesco Giovannelli

 

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Questo è articolo è stato pubblicato per la prima volta sul numero 07

della Rivista del Mare del Centro Studi Tradizioni Nautiche ed è tratto da Vela e Motore del gennaio 1946

 

La degna commemorazione che del compianto Francesco Giovanelli fatta da Roberto Degli Uberti nel numero di ot­tobre di questa rivista [1946], ci sia concesso di far seguire ancora queste note, fatte di ricordi che valgono a dare nuovo rilievo alla figura duello scomparso pioniere della vela italiana. Meritato rilievo, che il buon Cesco – così era conosciuto fra i velisti liguri – ha lasciato nel nostro sport tracce indimenticabili, non soltanto per le vittorie di sportivo praticante conseguite in Italia e all’estero, ma anche per gli insegnamenti prodigati con i suoi scritti, con la sua opera e con la sua parola di maestro della tecnica nautica. Specialmente per i giovani, la sua scomparsa rappresenta una grave perdita, perché in lui essi identificavano l’autentico uomo di mare, cui potevano ricorrere per conoscere una formula di stazza, per essere illuminati su un regolamento di regata o sul modo di condurre una barca; su tutto quanto, insomma, concerne gli scafi e le vele. Degli uni e degli altri conosceva i segreti più reconditi, da lui ap­profonditi in tantissimi anni di esperienza pratica, talché era considerato il velista perfetto: l’uomo che sapeva disegnare il progetto di una barca, portarla in costruzione, armarla – marinarescamen­te parlando con tutti gli accorgimenti, e su di essa gareggiare come skipper e vincere.

Vele al vento e gloria in regata

Riandare la carriera di Giovanelli sarebbe troppo lungo, soprattutto perché essa compendia un cinquantennio di attività, svol­ta in tutti i rami dello yachting: dalla tecnica all’agonismo, dall’organizzazione alla letteratura e poi, delle sue barche e delle sue vittorie si è già parlato. Quanti nomi e quanti ricordi! Dal Tada al Colibrì, dal Bamba sei metri al Nele, dall’Ea al Petra, dal Mebi al Cheta, dal Bamba otto metri al Maene al Bambetta, ultima sua creazione, varata nel 1937 a Varazze. Tutti scafi che hanno legato il nome del progettista Giovanelli a quello del costruttore Bagliet­to: due nomi che tanta parte hanno avuto nell’ascesa dello sport velico italiano e nel suo progressivo affermarsi nel campo internazionale. Bamba otto metri fu certo la barca che diede la maggior fama all’uno e all’altro. E rivengono gli anni in cui il nome di Bamba era popolarissimo tra gli sportivi del mare, tanto frequenti e brillanti erano i suoi successi: Bamba e Giovanelli erano un po’ la Legnano e il Binda della vela: e come questi, quanti tifosi, avevano anch’essi! – fatte, naturalmente le dovute proporzioni sul grado di popolarità dei due sport. La vela ha sempre avuto, peraltro, competizioni illustri, per così dire, che hanno dato larga fama ai loro vincitori. La Coppa di Francia la Coppa d’Italia, la Gold Cup e l’One Ton Cup, ad esempio, hanno per la vela l’im­portanza che al tennis si annette alla “Davis”, nel calcio alla Coppa del Mondo e nel ciclismo ai due “Giri”, italiano e francese, anche se ad esse si è sempre interessato il solo pubblico degli appassionati competenti di cose marinare. Appunto in una di queste competizioni tradizionali, precisamente nella Coppa d’Italia, Giovanelli seppe vincere quattro volte, il che rappresenta una bella, an­zi superba performance per un campione di vela. Se nel 1928, durante le Olimpiadi di Amsterdam, un’avaria non avesse ostacolato la gara del suo Bamba, Giovanelli avrebbe potuto anticipare di otto anni la conquista, per lo sport italiano, del primo titolo olimpionico, realizzata nel 1936 a Kiel, da un altro scafo costruito in Liguria, l’Italia, dovuto a Costaguta, e sul quale timonava un altro ligure, Domenico Mordini, che raccoglieva il buon seme get­tato dal suo illustre predecessore.

(1925. L’8 metri S.I. ‘Cheta’ con il quale a Genova il popolare Francesco Cesco Giovanelli vinse la Coppa d’Italia contro il francese ‘Aile IV’ di M.me Virgine Hériot)

 

La Coppa d’Italia torna a casa

Cesco, pur schivo com’era di parlare di sé e delle sue gare, ri­cordava spesso la regata che nel 1930 vinse a Le Havre su Bamba, di fronte al francese Aile VI di Madame Hériot, e che gli diede l’ambita soddisfazione di riportare in Patria la Coppa d’Italia; e poiché il Trofeo emigrò poi nei Mari del Nord, in seguito alla vit­toria conseguita nel 1938 a Genova dallo svedese Ilderim – che lo difese poi a Sandhamn dall’attacco di Pinuccia – egli attendeva di salutare la ripresa delle gare internazionali per vedere chi, dei nostri skippers, sarebbe riuscito a ripetere il suo exploit. Egli spe­rava forse, segretamente, in una rivincita indiretta, anche se non fu presente nell’ultima disputa, della Coppa d’Italia, avvenuta quando ormai aveva abbandonato lo sport attivo; e noi siamo certi che l’avrà meritato, omaggio postumo al suo valore che lo portò ad essere uno dei migliori esponenti della vela europea.

Sapienza nautica: il maestro dietro le quinte

Quanti triangoli di regata videro la bravura di Francesco Giovanelli. Da quelli scandinavi a quelli inglesi, dallo Zuiderzee alla baia di Kiel, dalla Francia del Nord alla Costa Azzurra, dal Tirre­no ai Laghi, ovunque egli portò, insieme alle sue barche e alle sue vele, il suo acuto spirito di osservazione, la sua spiccata intelligen­za, la sua giovialità e la sua modestia che lo resero simpatico a tutti gli sportivi, benvoluto dagli equipaggi e circondato di alta consi­derazione negli ambienti velici ufficiali, e specialmente nell’I.Y.R.U. di Londra, in un congresso nel quale la sua competenza ebbe apprezzamenti e riconoscimenti di primo ordine. Tanta esperienza acquisita direttamente sui campi di gara, prima nella veste di ga­reggiante e poi in qualità di componente di Commissioni tecniche, di Comitati organizzatori, di Giurie e Direzioni (fu, tra l’altro, membro della Commissione Tecnica della Federazione della Vela, Consigliere di Direzione del R.Y.C.I. Sede Centrale, di cui era so­cio vitalizio, e Presidente di Giuria delle famose regate interna­zionali del Lido di Genova) riunì nei due volumi ormai noti: “Le barche a vela vanno a vela” (1937), per la collezione “I libri delle sirene”, fondata e diretta da I. Simone Fava, e “La regata e la sua legge”, edito nel 1942 a cura del R.Y.C.I. – Sede Centrale, per lodevole iniziativa del suo Segretario Generale, dott. Beppe Croce. Sono due autentiche antologie della vela, nelle quali l’Au­tore, con la versatilità, la genialità e l’humour, che gli erano pro­pri, ha trovato modo di accostare chiunque ai più astrusi argomen­ti velici. Pubblicazioni di arida tecnica avrebbero annoiato e sareb­bero state lette solo dai competenti; invece, gli stessi argomenti, trattati, diciamo così, ridendo e sorridendo, ma pur sempre con serietà nell’intendimento didattico, costituiscono un invito irresi­stibile alla vela: sono fonte di insegnamenti per tutti, proprietari di barche e timonieri, equipaggi ed appassionati. Tutto da leggere contengono i libri di Giovanelli; ma di particolare attualità, ne “Le barche a vela vanno a vela”, sono i capitoli dedicati alle “pole­miche e critiche”, e In special modo – ora che della cosa si di­scute – quello relativo alla “necessità di un definitivo assetto del­le serie nazionali”: vi si possono trovare utili ammaestramenti.

Francesco "Cesco" Giovannelli)

La penna, la musica e l’ultima vela ammainata

Col dono del bello scrivere che aveva, Giovanelli avrebbe po­tuto essere un Bruno Roghi o un Orio Vergani della vela. Giusta­mente, Simone Fava, nel suo sempre utile Almanacco, lo definisce “scrittore come non ve ne sono e non ve ne fu dopo Jack Bolina e Cesare Imperiale di S. Angelo”. Ma Cesco non amava esibirsi e quel che scrisse lo scrisse più per diletto personale che per desi­derio di farlo conoscere; e solo si decise a pubblicarlo per le insistenze degli amici, celandosi, però, sotto lo pseudonimo di Gino Vaelli, nel quale, peraltro, chiunque conosceva Giovanelli non fa­ticava a identificare l’anagramma del suo nome. Era un poeta della vela, alla quale si era votato fin da giova­ne. come una passione giovanile fu per lui la musica. La vela e la musica! Giovanelli aveva saputo fondere armoniosamente i due elementi che più lo attrassero anche nell’ultimo scorcio dei suoi settantaquattro anni. Nella tranquilla Varazze, dove si era ritira­to con la famiglia, le sue giornate trascorrevano tra il pianoforte e le barche. Le regate locali organizzate dal Varazze Club Nauti­co – di cui era un appassionato sostenitore e socio – lo ebbero tra i più attenti spettatori e i giovani velisti varazzesi si accosta­vano spesso a lui, perché sapevano di attingere preziosi consigli. Davvero i giovani sentiranno il vuoto lasciato dalla sua scomparsa; davvero una grande vela si è per sempre ammainata.

 

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Roberto degli Uberti

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