Antonio Rattin. Il gigante che non volle lasciare il campo

Una vita intera può restare appesa a un gesto, a una protesta, a un campo che non si vuole lasciare. Antonio Rattin se ne va portando con sé orgoglio, radici e ferite: quelle di un calcio ruvido, epico, capace ancora di commuovere.
 Roberto Amorosino
Antonio Rattin

Le immagini della finale sono ancora vive. La selezione argentina tutta schierata davanti ai propri tifosi, mentre Rodri alza al cielo la Coppa della seconda stella spagnola. Distrazione, anti sportività o semplicemente “arder de invidia”? È andata come è andata, il campo ha premiato i migliori e già questa è una cosa, dei comportamenti poco esemplari chissà forse anche i protagonisti si interrogheranno a bocce ferme. Ha scelto i giorni del mondiale, Antonio Rattin, per andare avanti. Il 12 luglio l’Argentina affronta la Svizzera nel quarto di finale con il lutto al braccio. Si incrociano mille storie. Dall’espulsione di Rattin, mondiale ’66 altro quarto di finale, la rivalità tra inglesi ed argentini sale per non scendere mai più. Dall’espulsione verbale di Rattin, che si rifiuta di lasciare il terreno di gioco, nasce una nuova era: quella dei cartellini gialli e rossi per segnalare chiaramente i provvedimenti.

Antonio Ubaldo Rattin, scomparso a 89 anni, è stato molto altro

Soprattutto è stato una bandiera del Boca Juniors, dei Xeinezes perfetto esempio di radici, non genovesi, ma fortemente italiane. Bartolomeo e Teresa, i suoi genitori, lasciano Canal San Bovo in Trentino ad inizio Novecento per cercare il futuro. Antonio nasce alle porte di Buenos Aires, a Tigre dove si parla e mangia e prega in italiano e dove il pallone è di strada e,  se ti arriva in faccia, fa comunque meno male degli scapaccioni di mamma.
Antonio sa fare un po’ tutto, soprattutto cresce alto e con un carattere carismatico da paura. Il Boca fa bingo e si assicura il ragazzo che non andrà mai via. Quattordici stagioni, una maglia. Esordio contro il River perché se sei predestinato lo sei da prima di subito, ed il Superclasico ti marchia a fuoco.  382 partite, 28 reti, sei titoli nazionali, finale Libertadores 1963. Solo un’altra maglia, quella della Seleccion, 33 presenze, due mondiali, due coppe America. 

Eppure, passi alla storia per dieci minuti di calcio non giocato

Il tedesco Rudolf Kreitlen è impassibile, sono trascorsi solo 36′ ma ne ha abbastanza di scorrettezze e proteste ed invita decisamente Rattin a lasciare il campo e consentire la ripresa del gioco. Il 10 argentino – prima di Kempes, Maradona, Messi – non capisce, non vuole capire, chiede l’interprete. Wembley erutta, quando finalmente finisce il tiramolla Rattin esce dal campo stropicciando la bandierina del corner con l’Union Jack e passando sopra il tappeto rosso reale a bordo campo. 
Dal 2015 al museo della Pasion Boquense c’è una statua di Antonio Rattin, sezione leggende.
Uno tutto di un pezzo. 

Ecco, ci siamo
Ci sentite da lì?
Ma ci sentite da lì?

[Italiani d’Argentina – Ivano Fossati, album “Ho sognato una strada”  2005

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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