Lennart, per tutti e sempre Nacka, il nome del suo quartiere di Stoccolma dove nasce il 24 dicembre, non un giorno qualsiasi. Un po’ come Scaratti che per i romanisti era semplicemente Torrimpietra, perché noi non siamo bravi come gli argentini con i soprannomi, ma la nostalgia non è solo tango. Così come Skoglund, scandinavo per caso.
Da Stoccolma a Milano
Ricordare Nacka è ricordare di quell’amore impossibile, breve, per tanti versi straziante. È il bambino biondo occhi azzurri, ma di una terra che ne sforna a ripetizione, mentre lui è diverso dalla cintola in giù, con i piedi fa magie, parla con la palla e la palla ubbidisce ai suoi comandi. È il fratello Georg che lo aiuta ad entrare nel calcio dei più grandi. A Lennart, 14 anni, va solo spiegato che si gioca in undici e che se c’è un compagno meglio piazzato, forse è il caso di passare la palla. Hammarby IF è un buon club che galleggia tra seconda e terza serie, la nave scuola che già a 16 anni gli offre la possibilità di esordire in prima squadra. Dove l’ha preso quel dribbling irridente, imprevedibile nessuno lo sa, porta a casa le prime corone ma non sufficienti per convincere mamma che il lavoro di elettricista sia di troppo. Cambia tutto quando arriva l’AIK, altra e più prestigiosa squadra della capitale, con la proposta indecente: 1.000 corone svedesi, un appartamento, un lavoro in un negozio di tendaggi con orari compatibili all’allenamento, una tuta sportiva ed un cappotto da signora.
Un talento fuori dal comune
Prima ancora dell’inizio di stagione, Lennart viene selezionato per un tour di amichevoli in Inghilterra e Francia ed un raduno della nazionale. Gli osservatori concordano che qui siamo davanti ad un talento fuori dal comune. È nella Svezia che supera l’Italia nella prima partita del mondiale, amaro per noi ancor prima di iniziare, del ’50 (3-2). Si gioca al Municipal di Pacaembu di San Paolo del Brasile e sono proprio i paulisti, a torneo appena archiviato, a farsi avanti con un assegno da 10mila dollari. Lennart è una pepita d’oro, i dirigenti svedesi sanno che il calcio europeo può offrire molto di più. Per 12 milioni si chiude la trattativa con l’Inter, il ragazzo ventunenne viene accolto da un bagno di folla.
A Milano Nacka esplode come ciliegio in primavera
Bello di una bellezza che una vita ad inseguirla è una vita spesa bene. È’ mancino, punta l’avversario e poi la porta, l’egoismo si perdona. Con Alfredo Foni in panchina, Nyers e Lorenzi davanti, esalta San Siro e si prende una fetta importante delle torte scudetto 1953 e 1957. Con l’Inter sono nove stagioni, non tutte al top, per 246 partite e 57 reti. In nazionale torna e vive l’avventura magica del mondiale di casa (1958) dove è sempre titolare, sei su sei, la dieci sulle spalle e l’altro si chiama Pelé nella finale con il Brasile. La perla del goal ai tedeschi in semifinale. Sarà la sua unica rete in nazionale con undici presenze, non i numeri di un fuoriclasse.

Irrequieto, imprevedibile, immortale
Nacka è per gli occhi, non per la statistica. Lo trovi sul campo anche senza cercarlo, fascia sinistra, biondo che di più non si può, elettrico. Una scossa di giocatore, un corto circuito di fili scoperti, divisivo tra innamorati del fumo e pragmatici della sostanza. Le mani si spellano allo stadio e finiscono tra i capelli a leggere cosa combina fuori, si ritagliano gli articoli dei giornali, si aspetta il derby. E lui, Nacka, la prima stracittadina giocata l’aveva vinta (3-2) con due goal suoi, l’ultimo al minuto 83, ribadendo in rete un pallone di Nyers che Buffon era riuscito a deviare sulla traversa. Ecco di Nacka, non si fa fatica, si ricorda solo il bello come quando si riavvolge la pellicola di un’intera vita e si rivedono solo le immagini che vogliamo noi. Maledizione, quante ne hai passate, ma adesso io vedo solo George Raynor strabuzzare gli occhi, mentre il giovane Nacka si beve la difesa della nazionale in una partitella dove lui gioca in una rappresentativa messa insieme dalla stampa sportiva svedese. George è un compassato inglese dello Yorkshire, ne ha viste e ne vedrà di più – compresa una parentesi italiana sulle panchine di Juventus e Lazio -, letteralmente fulminato dalla semplicità con cui Nacka riesce a fare le cose, anche a distruggere. Un fuoco sacro e fatuo. Incomprensibile.
Nacka Skoglund deve restare il segreto di un amore sciupato da custodire.