Vittorio Adorni. La grande fuga

Un uomo gentile, una carriera di rimpianti e poi un giorno solo: Imola 1968, primo settembre. Adorni scatta, resiste, diventa spietato e trasforma 90 km in un’epopea azzurra, fino al rettilineo regale e alle braccia al cielo.
 Silvano Calzini
Vittorio Adorni

Vittorio Adorni, nato a Parma nel 1937, si è innamorato tardi del ciclismo, a diciotto anni durante una gita in bicicletta con due amici sul Passo della Cisa. Dopo essersi messo in luce già tra i dilettanti, una novantina di vittorie da professionista tra il 1961 e il 1970, tra cui spiccano il Giro d’Italia del 1965, il Mondiale del 1968 e il Campionato italiano del 1969.

La consacrazione tra i protagonisti assoluti del ciclismo di quegli anni è del 1965, quando trionfa al Giro d’Italia.

Prende la maglia rosa nella parte iniziale del Giro, la perde a Cadenzano per poi riconquistarla definitivamente vincendo a Madesimo. Quel giorno, dopo l’arrivo Sergio Zavoli lo trattiene al “Processo alla tappa” per oltre un’ora. Simpatico, educato, buon parlatore, Adorni diventa un personaggio.
Tecnicamente la sua lacuna era lo sprint, non aveva lo spunto veloce negli ultimi 200 metri, ma quello che forse gli è veramente mancato, almeno in alcune occasioni decisive nella sua carriera, è stato il punch, il killer instinct.

Vittorio Adorni

Lo ha pagato a caro prezzo

La prima volta nel 1964 a Sallanches quando perse il Mondiale. Quel giorno stava bene, diede battaglia e andò in fuga, ma non spinse a fondo per chiudere la corsa, consentendo il rientro di altri quattro corridori e sul traguardo fu secondo, battuto allo sprint dall’occhialuto olandese Jan Janssen. Un’occasione persa. La storia si ripeté l’anno dopo alla Milano-Sanremo, la corsa allora stregata per gli italiani, che non la vincevano dal 1953. Ancora una volta è in condizione smagliante e va in fuga con Balmamion, facilmente battibile in volata. Sembra fatta, ma nella discesa del Poggio sui due piomba Arie Den Hartog, un altro olandese, che sul traguardo di viale Roma brucia Adorni allo sprint.

Vittorio Adorni

Poi venne quel primo settembre del 1968

Quel giorno il campione gentiluomo indossò i panni del campione spietato, che si sente il più forte e impone la sua legge con ferocia, senza pietà per gli avversari. Sì, perché quel Mondiale Vittorio Adorni non lo ha vinto. Lo ha stravinto.
Vale la pena raccontare la storia di quella giornata partendo da lontano. Non era stata una grande annata per il campione parmigiano, che quell’estate per di più era impegnato in televisione dove conduceva un quiz insieme a Liana Orfei, dal titolo Ciao mama. A prima vista un corridore in via di smobilitazione. E invece Adorni ha un piano ben preciso in testa.

Il Mondiale del 1968 si corre a Imola

Si corre a un passo da casa sua, con partenza e arrivo all’autodromo, sul circuito dei Tre Monti. Dopo il terzo giro, quando mancano ancora 200 chilometri all’arrivo, scatta la prima mossa del piano. Adorni va in fuga con il vecchio Van Looy, il portoghese Agostinho e l’altro italiano Carletto. Quando si accorge che i compagni di avventura non ne hanno più, Adorni scatta sulla rampa di Frassineto e se ne va da solo. Il percorso è durissimo, ma lui lo conosce a menadito e sa quel che fa. Mancano ancora 90 chilometri al traguardo e saranno una cavalcata esaltante tra due ali di folla in delirio. Dietro anche il grande Merckx resta chiuso nella morsa della squadra italiana. Il distacco aumenta a dismisura e alla fine il belga Van Springel, che sarà secondo, accuserà un ritardo di nove minuti e cinquanta secondi. Ancora oggi è il massimo distacco nella storia dei Mondiali, almeno dal dopoguerra in poi.

L’arrivo sul rettilineo finale è regale

La maglia azzurra che luccica al sole di quel tardo pomeriggio d’estate, Vittorio Adorni alza le braccia al cielo, manda un bacio e poi si copre per un istante gli occhi, come a volere trattenere per sempre quell’immagine.
Chapeau!

 

Silvano Calzini è nato e vive a Milano dove lavora nel mondo editoriale. Ama la letteratura, quella vera, Londra e lo sport in generale. Ha il vezzo di definirsi un nostalgico sportivo.

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