“Tutte le montagne sembrano destinate a passare attraverso tre fasi: una vetta inaccessibile, la salita più difficile delle Alpi, una giornata facile per una signora”. Quando l’alpinista e scrittore A. F. Mummery scrisse queste parole nel 1896, forse pensava di essere ironico o forse fotografava, senza accorgersene, il pregiudizio di un’epoca. Perché quelle “signore” che la società vittoriana voleva composte, silenziose e protette nei salotti stavano già salendo più in alto di quanto molti uomini osassero immaginare. Le Alpi non furono soltanto il teatro delle loro imprese sportive: diventarono un luogo di libertà, un confine da oltrepassare con il cuore in gola, le mani fredde, la gonna frustata dal vento e una determinazione capace di sfidare convenzioni, medici, moralisti e giornali.
La libertà cominciava con un passo
Nell’Ottocento l’alpinismo era considerato una faccenda da gentiluomini: club esclusivi, guide robuste, diari di viaggio, brindisi in vetta. Alle donne si concedevano passeggiate ordinate, non ghiacciai crepacciati o creste affilate. Molte di loro, però, non avevano alcuna intenzione di accettare limiti e iniziarono a salire. Come uomini, più degli uomini, meglio degli uomini. Salivano con scarponi chiodati sotto abiti pesanti, cappelli fissati contro il vento, corde di canapa e attrezzature essenziali. Non cercavano soltanto una cima: cercavano spazio. Ogni metro guadagnato sulla neve era una piccola disobbedienza. Ogni bivacco, ogni traversata, ogni ritorno a valle raccontava che il corpo femminile non era fragile per natura, ma spesso reso prigioniero da regole e paure altrui. In montagna, invece, il giudizio sociale si faceva più lontano, quasi muto, coperto dal silenzio del ghiaccio.

Lucy Walker e la presa del Cervino
Tra queste pioniere, Lucy Walker occupa un posto luminoso. Britannica, nata nel 1836, iniziò a camminare per curare i reumatismi, ma quel consiglio medico si trasformò in una vita intera di montagne. Con il padre Frank, il fratello Horace e la guida Melchior Anderegg, divenne una presenza costante sulle Alpi. Salì il Balmhorn, l’Eiger, il Wetterhorn, il Piz Bernina, il Lyskamm e molte altre vette quando il solo pensiero di una donna su quelle pareti sembrava scandaloso. Nel 1871 seppe che l’americana Meta Brevoort stava preparando il Cervino. Lucy non attese. Organizzò in fretta la cordata e raggiunse la vetta, prima donna nella storia a farlo. Immaginarla lassù, sopra Zermatt, in abito vittoriano e con il respiro spezzato dall’altitudine, significa vedere un’intera epoca incrinarsi.
Meta Brevoort e la forza della rivalità
Meta Brevoort, viaggiatrice americana di origini olandesi, fu molto più di una rivale battuta sul tempo. La sua ambizione alimentò una stagione nuova dell’alpinismo femminile, fatta di confronto, desiderio e orgoglio. Poche settimane dopo l’impresa di Lucy Walker, anche Meta salì sul Cervino, e nel 1871 compì una traversata memorabile della montagna, da Zermatt verso il versante italiano. La sua presenza ricordava che non esisteva una sola pioniera, ma una generazione di donne pronte a misurarsi con le vette più severe d’Europa. La competizione tra Lucy e Meta non va letta come una semplice corsa al primato: fu una scintilla. Dimostrò che le donne non si limitavano ad accompagnare spedizioni maschili, ma avevano progetti, strategie, desideri propri. Cercavano la cima con la stessa urgenza con cui cercavano il diritto di essere nominate.

Margaret Jackson, Emily Hornby e le altre senza monumento
Accanto ai nomi più celebri, la storia conserva figure come Margaret Jackson ed Emily Hornby, spesso meno ricordate ma decisive. Jackson fu tra le alpiniste più audaci della sua epoca e legò il proprio nome a imprese invernali e traversate considerate temerarie, quando l’inverno sulle Alpi significava isolamento, freddo feroce e vie quasi prive di appoggi. Hornby, con lei, apparteneva a quel gruppo di donne che non chiedeva eccezioni: chiedeva montagne. Nei registri degli alberghi e nei racconti delle guide molte compaiono appena come “una signora”, senza nome, senza volto, eppure furono loro a trasformare l’eccezione in possibilità. Ogni salita cancellava un pezzo dell’idea che la fatica fosse sconveniente, che il rischio non appartenesse alle donne, che l’avventura dovesse restare una grammatica maschile.

Gertrude Bell, tra ghiaccio e deserto
Gertrude Bell è ricordata soprattutto come archeologa, linguista, viaggiatrice e protagonista della storia politica del Medio Oriente. Ma prima ancora di attraversare deserti e città antiche, conobbe anche la durezza delle montagne. Scalò nelle Alpi con una passione intensa, lasciando pagine in cui l’avventura non è mai posa, ma esperienza fisica: freddo, fame, paura, ingegno. Raccontò di aver usato la gonna come frangivento per accendere un fuoco mentre era bloccata su un fianco di montagna. In quell’immagine c’è tutta la concretezza di queste donne, capaci di trasformare ciò che avevano addosso in strumento di sopravvivenza. La gonna, simbolo di decoro imposto, diventava riparo, vela, barriera contro il gelo.
La gonna, il peso e la sfida
Oggi la praticità ci sembra un criterio ovvio. Per loro non lo era, o almeno non nel modo in cui lo intendiamo noi. Indossavano ciò che il loro tempo rendeva normale: gonne pesanti, sottogonne, corsetti, tessuti che si bagnavano e si irrigidivano. Ma adattavano, cucivano, sollevavano, accorciavano. Alcune gonne avevano cordoncini nascosti per essere rialzate; altre venivano abbottonate fino a creare un effetto simile ai pantaloni. Mary Kingsley, esploratrice instancabile, arrivò a definire “una benedizione” una buona gonna spessa quando cadde sulle punte di una trappola per animali. Questi dettagli fanno sorridere, ma raccontano una verità più profonda: le donne vittoriane non aspettarono l’abito perfetto per cominciare. Partirono con il mondo addosso e lo modificarono salendo.
Il silenzio dei diari e il rumore delle vette
È sorprendente notare quanto poco queste alpiniste parlassero dei propri vestiti nei diari e nelle memorie. Noi li osserviamo nelle fotografie, colpiti dall’assurdità apparente di quelle gonne sui ghiacciai. Loro, invece, scrivevano di neve, itinerari, guide, creste, temporali, fame, ritardi, bellezza. Non si percepivano come curiosità da salotto: erano alpiniste. Questa discrezione ha qualcosa di commovente. Mentre la società fissava gli occhi sugli abiti, loro guardavano le cime. Mentre altri discutevano se fosse decoroso, loro valutavano il tempo, la qualità della neve, la sicurezza della cordata. La montagna spostava l’attenzione dal giudizio all’azione. E nell’azione, finalmente, potevano essere la persona che avevano deciso di essere.

Un’eredità che sale ancora
Le imprese di Lucy Walker, Meta Brevoort, Margaret Jackson, Emily Hornby, Gertrude Bell e di tante altre non furono soltanto record alpini. Furono gesti politici nel senso più umano del termine: dichiarazioni fatte con i piedi, con i polmoni, con la resistenza. Aprirono vie sulle montagne e nella mente di chi le osservava. Il loro coraggio non cancellò subito i divieti, né spalancò immediatamente i club maschili, ma lasciò una traccia. Oggi, quando una donna lega la corda all’imbrago e parte verso una parete, cammina anche sulle orme di quelle figure vittoriane che salirono senza clamore, spesso senza riconoscimento, portando con sé il peso del proprio secolo.
Nonostante tutto, arrivarono in vetta.
Forse è questo il dettaglio più emozionante: non aspettarono che il mondo fosse pronto. Loro il mondo lo sfidarono salendo. Loro, salendo, costrinsero il mondo ad accorgersi di quanto fosse in ritardo.