Elena Muchina. Il volo spezzato

Campionessa del mondo a diciotto anni, favorita per le Olimpiadi di Mosca, Elena Muchina si spezzò il collo venti giorni prima dei Giochi eseguendo un salto che sapeva essere troppo pericoloso. La storia di un talento immenso e di un sistema che non volle ascoltarla
 Giulia Colasante
Elena Muchina

Elena Mukhina nasce a Mosca il 1° giugno 1960 e impara presto cosa significa restare sola. La madre muore quando lei è piccolissima, il padre si allontana e a crescerla è la nonna, Anna Ivanovna. Donna semplice, è nella sua casa modesta che Elena apprende il valore della tenacia e scopre la passione per lo sport che le fanno praticare a scuola: pattinaggio e ginnastica. È proprio a scuola che accade tutto. Il destino, infatti, bussa alla porta della sua classe: un selezionatore cerca piccole ginnaste ed Elena si fa avanti tra le prime.

Il CSKA e l’incontro con Klimenko

Al CSKA di Mosca, la società sportiva dell’Armata Rossa, quella ragazzina minuta e silenziosa mostra subito un coraggio fuori dal comune. Il suo primo allenatore, Aleksandr Eglit, capisce di avere davanti qualcosa di speciale e la affida a Michail Klimenko, ex campione e tecnico della ginnastica maschile, che non aveva mai allenato una ragazza. È un incontro che cambierà per sempre la sua vita, nel bene e nel male. Klimenko vede in lei una ginnasta capace di esercizi mai tentati dalle donne, e la spinge oltre ogni limite conosciuto. Gli esercizi di Elena Mukhina sembrano arrivare dal futuro. Alle parallele asimmetriche, al corpo libero e alla trave porta elementi che fino ad allora appartenevano solo agli uomini: doppi salti all’indietro con avvitamento, uscite acrobatiche che lasciano i giudici senza fiato. Due di quegli elementi portano ancora oggi il suo nome nel Codice dei punteggi. Ma dietro quella leggerezza c’è un prezzo che nessuno vede. Si allena con una lesione alla colonna vertebrale che le impedisce di girare la testa, gareggia con un tendine d’Achille lesionato, nasconde il dolore per paura di deludere. Non si lamenta mai. Non sa come si fa.Elena Mukhina

Il trionfo di Strasburgo 

Il 1977 la consacra in Europa: agli Europei di Praga vince l’oro a trave, corpo libero e parallele, e l’argento nel concorso generale. Ma è a Strasburgo, nel 1978, che il mondo si inchina davanti a lei. Ai Campionati del Mondo conquista l’oro a squadre, l’oro nel corpo libero e soprattutto il titolo assoluto, battendo due leggende come Nadia Comăneci e Nelli Kim. Ha diciotto anni ed è la ginnasta più forte del pianeta.
Mosca 1980, le Olimpiadi di casa, sembrano scritte per lei.
Nel 1979, però, il destino comincia a incrinarsi. Elena si frattura una gamba e salta i Mondiali, dove l’Unione Sovietica perde contro la Romania. La pressione per rimetterla in pedana è enorme. Il gesso le viene tolto prima del tempo, nonostante le sue proteste, e la frattura si rivela non saldata: serve un intervento d’urgenza. Poco dopo è di nuovo in palestra, costretta a perdere peso, a recuperare in fretta, a inseguire un traguardo che il calendario non vuole aspettare. Il suo corpo chiede tempo. Nessuno glielo concede.

Elena Muchina

Il salto Thomas, un presagio ignorato

Nel suo esercizio al corpo libero c’è un elemento che la spaventa più di tutti: il salto Thomas, un salto e mezzo all’indietro con avvitamento che si chiude rotolando in avanti. Per riuscire a completarlo bisogna arrivare a terra con un margine minimo perché un piccolo errore può significare atterrare di testa. Elena lo dice, lo ripete. Anni dopo racconterà di aver detto più di una volta che con quell’elemento si sarebbe rotta il collo. Nessuno la ascolta e la sua voce si perde nel rumore della macchina politica sovietica che dallo sport pretende solo medaglie.

3 luglio 1980, Minsk

Mancano venti giorni alle Olimpiadi. Nel Palazzo dello Sport di Minsk, durante il ritiro della nazionale, Elena prova ancora una volta il salto Thomas. Klimenko è partito per Mosca il giorno prima. Lei è stanca, la gamba non è ancora quella di prima, la rotazione non basta. Atterra sul mento. Tre vertebre si spezzano in un istante. Elena Muchina, campionessa del mondo, resterà tetraplegica per il resto della vita. Mentre la portano via, secondo il suo stesso ricordo, il pensiero è quasi di sollievo: almeno alle Olimpiadi non dovrà più andare.
Per mesi i giornali sovietici parlano solo di un atterraggio sbagliato, di un infortunio, di una ragazza che migliora giorno dopo giorno. La verità arriva per gradi: prima la lesione spinale, poi, oltre un anno dopo, il racconto del salto e delle vertebre fratturate. È il volto di un’epoca in cui l’immagine dello Stato sovietico valeva più dello sport e della vita degli atleti.

Elena non si arrende

Nel 1980 Elena riceve l’Ordine del Distintivo d’Onore, nel 1981 il Comitato Olimpico Internazionale le conferisce l’Ordine Olimpico. Studia, si laurea all’Istituto di Cultura Fisica, scrive per un giornale di Mosca. Accanto a lei restano la nonna e poi un’amica ginnasta, Elena Gurina, che se ne prende cura con dedizione. Negli ultimi anni si avvicina alla fede. In un’intervista dirà di essere stata tradita dalla propria incapacità di dire di no. Ancora oggi, però, la domanda è se avrebbe mai potuto dire di no.

Elena Muchina

L’eredità di Elena

Elena Mukhina muore a Mosca il 22 dicembre 2006, a quarantasei anni. Nel 2021 entra nella International Gymnastics Hall of Fame. Il salto Thomas, nel frattempo, è stato vietato nella ginnastica femminile.
Quella di Elena non è però solo la storia di un tempo in cui lo sport sovietico era asservito alla propaganda del regime. Quella di Elena è una ferita aperta che parla a tutti e che reclama di non essere dimenticata. 

 

 

Giulia Colasante si affaccia al mondo nell'ultimo anno del secolo scorso, in tempo per sentirne raccontare in diretta, abbastanza per rimanerne incuriosita. Giornalista pubblicista, laureata in Filosofia e in Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione, continua a studiare il futuro che attende lei, ma anche un po' tutti gli altri.

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