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Clay Regazzoni. Pista e cuore

Due vite. Potrebbe sembrare un lusso, ma probabilmente è solo una gran fatica riservata ai migliori, a chi ha il coraggio per poterla affrontare con il sorriso. Clay Regazzoni ha attraversato il suo tempo con il sorriso e con coraggio, è stato un campione in pista e fuori ed ha fatto guardare con fiducia al futuro a tanti che l'avevano persa. Idolo per noi ragazzini cresciuti nei primi anni '70, Clay Regazzoni oggi manca a tutti.
Clay Regazzoni

Gian Claudio è un ragazzo come tanti, forse un po’ più fortunato; nasce il 5 settembre 1939 a Lugano, Svizzera neutrale. Appena cinque giorni prima il mondo ha aperto le porte alla follia; per richiuderle ci vorranno cinque anni e una settantina di milioni di morti. È un nome che suona familiare Gian Claudio; fa pensare a un compagno di banco, uno di quelli che fanno sempre i compiti, non fanno mai tardi e salutano sempre i professori.
Le cose andranno un po’ diversamente. Il fatto è che Gian Claudio presto tutti lo chiameranno Clay e Gian Claudio e Clay sono mondi paralleli e lontani. Provate a pronunciare i nomi ad alta voce, la differenza vi assalirà.
Gian Claudio Regazzoni avrebbe potuto avere una vita normale, ordinaria.
Clay Regazzoni ha invece avuto una vita straordinaria e no, non è stato un ragazzo fortunato; è stato molto di più.

Clay Regazzoni è stato un esempio.

Il destino da subito

Gli occhi di un ragazzino guardano dove quelli di un adulto hanno smesso di vedere. Clay non ama studiare, preferisce passare il suo tempo nell’officina di papà a Mendrisio, dove armeggia con carrozzerie, motori e nutre il suo immaginario. Non so cosa pensasse e cosa vedesse quando curiosava o dava una mano, ma è così che il destino ha bussato alla sua vita regalandogli passione. Ecco, passione. Tutto quello che Clay Regazzoni ha fatto, lo ha fatto con passione. Correre per lui non è mai stato un lavoro, persino vincere non era strettamente necessario. Era invece indispensabile sfidare il tempo con tutto sé stesso, mettere il cuore in pista in un eterno presente da rendere bello al di là del risultato.
L’officina, la passione che preme, il ragazzo che cresce, Fangio che in quegli anni vinceva l’impossibile e diventa un suo mito. E poi il bar, già, il bar Galleria di Tommy Spychiger che più che altro a Lugano era un piccolo tempio del motorismo. È qui che Clay incontra Silvio Moser. Incontro elettivo. Quasi coetanei, i due si capiscono e da inseparabili faranno insieme un pezzo di strada. Una strada che per Moser, primo ticinese a prendere punti in Formula 1, si fermerà il 26 maggio 1974 per le conseguenze dell’incidente alla 1.000 km di Monza di un mese prima. Destino, appunto.

Le prime corse

Nel 1963 un’Austin Healey Sprite 950 con il musetto modificato, nel 1964 una Mini Cooper S. Cronoscalate, gare da fine settimana; sono queste corse che fanno capire a Clay Regazzoni che quella è la vita che vuole. Tanta passione, certo, ma serve anche tecnica. Nel 1965 frequenta un corso di pilotaggio di Jim Russell, inglese di solida esperienza che aveva inanellato sessantaquattro vittorie in Formula 3, undici in Formula 2 e sei in Formula Sport prima di fermarsi per un incidente nel ’59 e dedicarsi solo alla scuola di pilotaggio che aveva fondato.  Dei 200 partecipanti al corso, lui sarà il migliore e si guadagna l’esordio in Formula 3. Corre con la scuderia ticinese Martinelli e Sonvico, compra una De Tomaso con grandi aspettative, ma ne rimane deluso quasi subito. Quando gira con la Brabham è invece tutta altra storia.

Clay Regazzoni
(Clay)

L’esordio di Siracusa

Tempi perduti quelli dei Gran Premi nei circuiti cittadini italiani, al tempo una moltitudine. Siracusa era uno di questi e come spesso accade alle cose perdute, solo evocarne il nome fa venire i brividi. Anche parlare di Clay Regazzoni a Siracusa fa venire i brividi.
È il 25 ottobre 1965 e si corre la X Coppa d’Oro di Sicilia, ultima corsa del campionato Formula 2. La Martinelli e Sovico schiera Silvio Moser e Clay Regazzoni, il primo su Brabham BT16 Cosworth, il secondo su Brabham BT15 Cosworth. Per Clay l’esordio assoluto in Formula 2 va nel migliore dei modi. Quasi. Alla griglia di partenza è in prima posizione, la vita è tutta davanti, è tutta in quei 40 giri, tutta in quei 223 chilometri da bruciare. Non è ancora tempo, però. Un incidente lo costringe al ritiro, per lui la gara finisce prima, ma è pronto a festeggiare la vittoria del suo amico Moser.

Argentina!

Quasi una storia a parte quella della Temporada, una grande classica argentina articolata in quattro gare: Buenos Aires, Cordoba, Rosario e ancora Buenos Aires. Silvio Moser ne conosceva bene il fascino, nel 1964 aveva trionfato vincendole tutte e quattro. Nel 1966 c’è anche Clay che, però, finisce solo la prima di Baires. Nel 1968 ci sarà ancora, ma questa volta è con la Tecno, guida la T68 Cosworth, completa tutte e quattro le gare, guadagna la pole position sul circuito Alta Gracia di Cordoba e sarà nono in classifica generale.
Gli anni della Tecno, iniziati nel 1967, sono entusiasmanti.

Clay Regazzoni
(Montecarlo 1968)

La Tecno dei fratelli Pederzani

Un piccolo gioiello della motoristica italiana la Tecno, scuderia indipendente di Bologna che dal 1966 al 1973 prova a pensare in grande arrivando, seppur senza successo, anche in Formula 1.
Nel 1967 sul circuito di Jarama a Madrid, per la Formula 3 Clay Regazzoni su Tecno TF/67 – Ford/Novamotor porta a casa pole position, giro più veloce e la vittoria finale. Nel 1968 è settimo in classifica generale per la Formula 2, nel 1969 è decimo dopo una parentesi con Ferrari.

Il trionfo è nel 1970, quando Clay vince a Hockenheim, Pergusa e Imola e agguanta il titolo europeo.
Se con la Tecno il trionfo è nel 1970, il miracolo è invece nel 1968.
Siamo al Gran Premio di Monaco, il 25 maggio. L’anno prima, il 10 maggio, Lorenzo Bandini aveva trovato qui la sua ultima chicane. Clay è su Tecno 68 e le foto sono terribili. Alla chicane la sua macchina si infila sotto il guard-rail. Il miracolo è che la sua testa sia ancora attaccata al corpo.

Clay Regazzoni
(Montecarlo 1968)

Gli anni Ferrari

Maranello è un’attrazione fatale, il Drake uomo oltre misura; quando lui chiama è impossibile non rispondere. Clay si è fatto notare, ha talento, carattere, grinta ed è veloce. A Enzo Ferrari piacciono i piloti così e lo chiama, non una, ma due volte. La prima volta è per ingaggiarlo per la Formula 2 nel 1969; si rivelerà solo una breve parentesi perché la Dino ha problemi e Clay torna alla Tecno.
Nel 1970 invece accade l’impossibile.
Tornato in Ferrari, Clay esordisce in Formula 1 il 21 giugno sul circuito di Zandvoort in Olanda: è quarto. 
Non male per essere la seconda guida di Jacky Ickx, peraltro condivisa con Ignazio Giunti. L’indimenticato Ignazio Giunti. Il fatto è che a Clay non basta. A Brands Hatch è ancora una volta quarto, in Austria secondo.
Il 6 settembre a Monza si corre con la tragedia di Jochen Rindt, morto in pista nelle qualifiche del giorno prima.
Clay duella in maniera memorabile con Jackie Stewart, taglia il traguardo per primo, entra nella leggenda e nel cuore degli italiani. È poi secondo in Canada e in Messico. Nessun punto solo negli Stati Uniti.
Otto gare e un solo ritiro gli fanno chiudere la stagione al terzo posto in classifica conduttori.

Monza 1970
(Monza 1970)

Sfiorare il futuro

Adesso tutto sembra possibile, ma il 1971 non è una bella stagione, la Ferrari gira male. Clay si toglie solo la soddisfazione di vincere a Brands Hatch la Race of Champions. Interessante, ma niente a che vedere con il Campionato del Mondo. Nel 1972 corre dieci Gran Premi, ne finisce sei, ottiene un secondo e un terzo posto, ma soprattutto lo può raccontare. L’incidente del 4 giugno a Nivelles è brutto, ma Clay rimane fermo solo per due gare: gli va di lusso. Nel 1973 altra pausa Ferrari. Clay passa con la Marlboro BRM, la 160 non è una gran macchina e la stagione si chiude con 2 soli punti. Lato positivo, è qui che conosce Niki Lauda apprezzandone subito le qualità. Clay è quello che ti aspetti guardandolo in viso, non ha invidie, non ha paura. A fine stagione sarà lui a segnalare l’austriaco alla Ferrari e insieme si trasferiranno a Maranello. Altro lato positivo è che il 3 marzo, dal pauroso incidente sul circuito di Kyalami, Clay esce vivo. L’angelo custode in questo caso ha volto, mani e coraggio di Mike Hailwood che, coinvolto nell’incidente insieme a Ickx, si getterà nelle fiamme della BRM di Clay per tirarlo fuori dal fuoco. E forse a dare coraggio ad Hailwood è stata proprio la medaglietta con la Madonna che Clay portava cucita all’interno della sua tuta da corsa.

Clay Regazzoni
(Kyalami 1973)

1974. Il titolo sfuggito

Tra le tante date importanti di Clay Regazzoni, il 1974 merita uno spazio tutto suo. Nel 1974 la Ferrari schiera due piloti: Clay e Lauda. Difficile dire chi sia la prima e chi la seconda guida.
Lauda si porta a casa nove pole position, ma su quindici Gran Premi si ritira in sette.
Clay guadagna una sola pole position, in Belgio, ma ha solo tre ritiri e va sempre a punti.
Sempre tranne una volta.
Tutto sembra andare al meglio. Un monumento la sua corsa al Gran Premio di Germania del 4 agosto, quando Clay non solo vince, ma conduce dall’inizio alla fine.
Il sogno dura due mesi.
Watkins Glen International, Gran Premio degli Stati Uniti, 6 ottobre. Quel giorno sono tante le cose che non vanno bene. Il decimo giro è l’ultimo per Helmuth Konigg; alla curva Toe la sua Surtees va fuori controllo e si schianta contro il guard-rail. Konigg muore sul colpo, decapitato, con il casco che rotola lontano dalla macchina. I soccorritori stendono un telo bianco sulla macchina. Il Circo non si ferma, il Circo continua.
La Ferrari di Clay non gira bene in gara, così come non aveva girato bene nelle qualifiche. Tre soste ai box, di cui due per cambiare gomme, ritardi su ritardi che diventano incolmabili che non portano Clay a punti e una serie di altri ritiri spalancano la strada a Emerson Fittipaldi. Il brasiliano vince e si aggiudica il titolo mondiale con tre punti di vantaggio su Clay che, quando erano entrati in pista, lo superava di sei. 

Monza 1975
(Monza 1975)

1975

Nel 1975 il dubbio al riguardo di chi fosse la prima guida Ferrari, è sciolto. Nonostante Clay Regazzoni avesse sfiorato il titolo mondiale, adesso la prima guida è Niki Lauda. L’austriaco non deluderà le attese e, proprio a Monza, vincerà il titolo. Monza però è anche altro.
Non è questa la sua migliore stagione, ma Clay, ancora una volta, fa qualcosa di straordinario. Monza non è un Gran Premio qualunque. Non lo è per noi, non lo è per la Ferrari e non lo è per Clay.
Il 7 settembre a Monza, dopo quelli in Belgio, Gran Bretagna e Germania, Clay fa registrare il quarto dei suoi giri più veloci della stagione. Il 7 settembre Clay vince nuovamente il Gran Premio d’Italia. Il pubblico – sul circuito, ma anche chi è sprofondato nei divani di casa – ha un sussulto, impazzisce e si alza in piedi ed esulta come se fosse un solo uomo.

Mi piace pensare che questa sua seconda vittoria a Monza Clay l’abbia dedicata anche al suo amico Silvio Moser che proprio qui, l’anno prima, aveva avuto l’incidente che dopo un mese se lo sarebbe portato via.

Il tempo è veloce per tutti, ma se sei un pilota di Formula 1 è ancora più veloce

Da Monza ’75 a Long Beach ’80 passa un attimo. Clay non è più rosso Ferrari, ma indossa l’Union Jack inglese delle scuderie Ensign e Williams. Di questi anni fissiamo il 1979. Al Gran Premio di Monaco Clay arriva secondo dopo una gara tutta in recupero iniziata al sedicesimo posto della griglia, a Silverstone, sul circuito di casa, regala alla Williams il primo successo della sua storia, ad Hockenheim ha un secondo posto straordinario. A fine stagione è quinto in classifica finale piloti, chiude e per tornare alla Ensign l’anno seguente.

Clay Regazzoni
(Long Beach 1980)

Long Beach

30 marzo 1980, quarto appuntamento stagionale del Circo, siamo in California e in 80 giri di circuito cittadino si corrono i 260 chilometri del Gran Premio degli Stati Uniti-Ovest. La Ensign fatica, ma a Clay Regazzoni non interessa, lui corre per correre e ogni corsa è una storia a sé. Ventitreesimo alle qualifiche, Clay può solo fare una corsa onorevole. Al primo giro un tamponamento mette fuori gioco la Lotus di Mario Andretti e la Brabham di Ricardo Zunino.
Giro cinquantuno, Clay Regazzoni è sulla Shoreline Drive a 250 all’ora, deve frenare, spinge sul pedale, ma il pedale non c’è. Rotto, inspiegabilmente rotto. Cose che capitano dirà poi Clay in un’intervista.
Cose che capitano trovarsi davanti la macchina di Zunino che non era stata rimossa, saltare le barriere degli pneumatici, schiantarsi contro un muro di cemento a 250 all’ora e rimanere quasi mezz’ora intrappolato in quel che resta della macchina. Mezz’ora in cui non senti niente, forse non sai neppure se sei vivo o morto. Forse sono cose che capitano solo ai migliori.

Paris- Dakar
(Parigi-Dakar)

L’altra vita

La prima vita di Clay Regazzoni finisce a 250 all’ora.
182 gare mondiali, 5 primi posti, 12 secondi, 10 terzi e 15 giri più veloci finiscono con quattro anni di ospedali vari e circa 60 ore di operazioni.
La sua seconda vita inizia con una certezza: non camminerà più.  Se credete però che non poter camminare più sia sufficiente anche per non correre più, vi sbagliate.
Nella sua seconda vita Clay Regazzoni corre sui kart, fa gare di endurance, partecipa alla Parigi-Dakar e si impegna nella gara più importante di sempre, quella di migliorare la vita di chi è nelle sue condizioni.
È così che Clay studia, sperimenta e promuove la ricerca per perfezionare strumenti di guida per i paraplegici.
Clay studia, già. Proprio come avrebbe fatto Gian Claudio che, in fondo non l’ha mai abbandonato. Il fatto è che tutti i super eroi hanno un alter ego che ne cela i super poteri. Abbiamo Clark Kent di Superman, il Bruce Wayne di Batman e il Peter Parker dell’Uomo Ragno. Poi abbiamo Gian Claudio.

Nella sua seconda vita Clay si è ricongiunto con Gian Claudio e insieme si sono dedicati al prossimo. Ci vuole coraggio per farlo e il coraggio, tra i superpoteri, è quello più ambito.
Nella sua seconda vita Clay ha dovuto imparare da capo tutto; il rapporto con sé stesso, con i suoi affetti, con gli altri, con il tempo e con lo spazio. Ha dovuto fare i conti con il passato e con il futuro. Lo ha fatto con semplicità, probabilmente con sacrificio, sicuramente con coraggio. Lo ha fatto con il sorriso, senza mai perdere la fiducia e senza mai farla perdere agli altri.

Di corsa. Ancora una volta.

Il 15 dicembre 2006 Clay è in autostrada, vicino a Parma. Inspiegabilmente la sua auto tampona un camion. Nessuna manovra pericolosa, nessun ecesso di velocità, niente di niente. Semplicemente l’auto non frena. L’autopsia imputerà l’incidente a un malore che gli ha fatto perdere il controllo dell’auto
La grande corsa per Clay Regazzoni inizia adesso.
Per me, ragazzino cresciuto nei primi anni ’70, Clay Regazzoni è stato un idolo. Tra di noi dicevamo “...ma chi sei Regazzoni?” quando ci rincorrevamo con quello che potevamo. A piedi, in bicicletta, persino quando salivamo sull’autoscontro al Luna Park.
Adesso capisco meglio perché.
Adesso capisco che essere Clay Regazzoni sarebbe stato un onore per chiunque.

Marco Panella, (Roma 1963) giornalista, direttore editoriale di Sportmemory, curatore di mostre e festival culturali, esperto di heritage communication. Ha pubblicato "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015), "Pranzo di famiglia. Una storia italiana" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016) il thriller nero "Tutto in una notte" (Robin 2019) e la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021)

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