Roma-Lauria. La cronaca cicloturistica

Seicento chilometri tra mare, vento e salite impossibili. Fatica, amicizia e libertà si intrecciano in un viaggio dove ogni curva regala stupore, ogni dolore diventa ricordo e ogni arrivo assomiglia, per un istante, alla felicità.
 Luigi Neri
Roma- Lauria

Iniziamo così: da Roma verso la fettuccia di Terracina. Una giornata bellissima e durissima: 120 chilometri cuciti addosso al vento, alla fatica e a quella gioia sottile che solo chi pedala per ore può capire davvero. Donato rompe una pedivella: bici ai box, inevitabilmente. Nico allora passa alla guida e gli lascia la sua bici, senza perdere un attimo. Da mezzogiorno il vento ci viene contro con cattiveria, ma il gruppo continua a spingere oltre i 32 all’ora, come se quel muro invisibile non esistesse.

Verso Ostia voliamo

In certi tratti sfioriamo i 40 km/h, sospesi tra il rumore delle ruote e l’odore del mare che si avvicina. Alla fine chiudiamo con una media di 27, nonostante quella prima ora lenta sul Lungotevere, quasi una processione a 15 all’ora. Con noi il gruppo “Barcollo ma non mollo”: simpatici, generosi, pieni di quell’umanità semplice che rende speciali i viaggi. Pasquale ci offre il caffè, poi Nico si mette davanti e decide che si va forte davvero. Da lì a Ostia non scendiamo praticamente mai sotto i quaranta.
Io termino lì il mio giro e passo in macchina, ma loro continuano. Nico, dopo 120 chilometri tirati senza respiro, comincia a soffrire: dietro il ginocchio gli si gonfia tutto, il dolore rallenta il gruppo ma non ne spegne lo spirito. Anche ferito, non si scende mai sotto i trenta. Chris, Giancarlo — i nostri brasiliani — e Giuliano spingono come indemoniati.

La seconda tappa verso Napoli vola via

Sarà stato il cielo. E forse davvero, in questo viaggio meraviglioso, il cielo ha deciso di stare dalla nostra parte. Ogni giorno luce perfetta, aria leggera, temperatura ideale, vento quasi sempre amico. Pedalare sembrava naturale come respirare. Forse gli astri erano allineati, oppure semplicemente certe avventure nascono già benedette. Ma il vero privilegio di questa esperienza sono state le persone. Anime speciali, qualcuno arrivato dall’altra parte del mondo, che per pochi giorni di maggio hanno scelto di ritrovarsi insieme. E allora ci siamo scoperti bambini: rapiti dall’azzurro del mare, immobili davanti ai golfi e alle curve della costa come davanti a un’opera d’arte. In quegli sguardi persi dentro il Mediterraneo c’erano tutte le ragioni che ogni volta mi spingono a partire ancora. Perché un ciclo-viaggio non è mai soltanto un altro viaggio: è qualcosa che ti entra dentro e ti cambia il respiro.

Terzo giorno

Lasciamo Giuliano per raggiungere la Costiera Amalfitana.
Attraversare Napoli è stato un delirio. Strade devastate, traffico senza regole, auto che tagliano da ogni lato come particelle impazzite. Roma, al confronto, sembrava Montecarlo. Per i ciclisti era un inferno: asfalto inesistente, caos continuo, clacson, smog, tensione. Un supplizio. Poi, all’improvviso, arriva la Costiera. E tutto cambia. Il mare si apre davanti a noi come una promessa mantenuta, il paesaggio diventa irreale, le persone sorridono, salutano, rallentano persino il tempo. Sembra il paradiso.
La giornata è stata dura, ma quando arriviamo ad Atrani bastano una doccia e una cena straordinaria per rimettere insieme corpo e anima. La sera, io e Giuliano scendiamo a piedi fino ad Amalfi. Gli altri crollano dal sonno. Noi invece camminiamo nel silenzio tiepido della notte, tra vicoli illuminati e profumo di mare.

Domani ci aspetta la tappa più dura: Atrani–Pisciotta.

Centotrenta chilometri e 1300 metri di dislivello, con la salita che comincia praticamente appena usciti.
Si spinge forte. La strada scorre via e i chilometri sembrano quasi leggeri, almeno all’inizio. Arriviamo in albergo ancora interi, ma la stanchezza comincia a presentare il conto. Ognuno combatte con qualche dolore, con una contrattura, con una terapia improvvisata. Eppure nessuno molla.
La giornata è stata semplicemente meravigliosa. La parte finale della Costiera Amalfitana ci ha stregati: mattina presto, traffico quasi assente, le salite di Minori e Maiori che accendono le gambe come caldaie, poi le discese. Curve perfette, disegnate come pennellate di Giotto, asfalto libero, velocità folli ma sempre dentro una sensazione assoluta di controllo e libertà.
Poi arriva Salerno. Io e Chris, freschi perché fino a poco prima eravamo stati in macchina, prendiamo il comando. Gli altri dietro, compatti, allineati. Risultato: trentasette chilometri a trentasette all’ora. Una di quelle coincidenze perfette che sembrano uscite da una storia inventata.
Ad Agropoli ci fermiamo a fare rifornimento di carboidrati. Giuliano lascia l’auto a Giancarlo e da lì iniziano i chilometri più sorprendenti del Cilento. Una terra che ci conquista curva dopo curva. Salite, silenzi, panorami immensi. Ogni tornante apre uno scenario nuovo e noi restiamo lì, increduli, con gli occhi spalancati come bambini davanti al mare per la prima volta.
Io, Donato e Nico andiamo in fuga, sapendo bene che Giuliano e Chris, con quei wattaggi fuori scala, ci avrebbero ripresi presto. Per fortuna sbagliano strada e ci raggiungono tardi.
A venti chilometri dall’arrivo — oggi erano 130 km e 1200 metri di dislivello — io prendo l’auto e aspetto gli altri a Marina di Ascea, all’imbocco della salita finale verso l’Hotel Belvedere. Ad accoglierci troviamo Rosa: giovane, gentile, luminosa. Una di quelle persone che riescono a farti sentire a casa in pochi secondi. E poi Claudio, doverosa una citazione per lui che i finali, evidentemente, li ama rumorosi. Proprio a Marina di Ascea, poco prima di prendere il treno per Roma, ha avuto una collisione con un’auto. Un grande spavento, per fortuna niente di grave. Solo il cuore rimasto sospeso per qualche minuto di troppo.

A scanso di equivoci

Una cosa va detta chiaramente. Noi non ci prendiamo troppo sul serio. Vogliamo solo divertirci facendo ciò che amiamo, ciò che ci fa stare bene. È tutto lì. Un’idea semplice che mi ricorda sempre un antico detto dei contadini della Borgogna, che porto con me da anni: “Loda Dio per tutto, bevi il vino e lascia che il mondo sia il mondo.”

Roma-Lauria

Da Pisciotta a Lauria

La tappa finale, da Pisciotta al Cristo di Maratea fino a Lauria, è stata forse ancora più dura della precedente. A renderla sopportabile c’era soltanto un pensiero: i chilometri stavano finendo. E questa consapevolezza, a volte, riesce a dare forza perfino alle gambe più stanche.
Partiamo da Pisciotta. Donato prende la macchina e la porta all’arrivo; poi tornerà indietro in bici per raggiungerci e tagliare il traguardo tutti insieme, fianco a fianco, sui nostri cavalli d’acciaio, carbonio e alluminio.
La mattina è fresca, frizzante. Siamo a duecento metri sul mare e il panorama è così bello che l’albergo non poteva chiamarsi diversamente: Belvedere.
La prima meta è Capo Palinuro, che ormai sembra inseguirci nei sogni. Ieri ci appariva lontanissimo, oggi eccolo lì, davanti a noi, confine naturale del Tirreno e porta del Golfo di Policastro. Un luogo che meriterebbe da solo un intero capitolo. Mentre ci avviciniamo, continuiamo a perderci nell’azzurro irreale di questo mare. Un azzurro così intenso che, penso, puoi trovarlo solo al largo del Mozambico. Oppure — come racconta Nico — negli occhi di Elin, una ragazza finlandese con cui pedalò per un chilometro verso la vetta del Pordoi. Secondo lui, quel chilometro non sarebbe mai dovuto finire.

Oltre Capo Palinuro

Superato Palinuro, Chris si mette davanti con la sua pedalata elegante e leggera. Siamo praticamente sul mare: archi naturali, spiagge dorate, sole pieno, ragazze che sorridono mentre attraversiamo Marina di Camerota.
Poi tutto cambia. Sempre.
Il mare sparisce alle spalle, il cuore accelera, la fronte si copre di sudore, le gambe bruciano, i tendini tirano come corde di violino. Le parole tra noi si diradano fino a sparire. Siamo in salita. Una salita lunga, dura, bellissima. Nessuna auto, nessun rumore umano. Solo vento e alberi. Davanti a noi il Valico di Lentiscosa: dieci chilometri.

Poi finalmente la discesa

Entriamo e usciamo da San Giovanni a Piro in quattordici secondi. Curve larghe, velocità folli, fino a Scario. E ancora una volta: altitudine zero. Incredibile. Quindici chilometri di pianura verso Sapri. Decidiamo di andare tranquilli, a trenta all’ora. Ma dei ciclisti non bisogna mai fidarsi davvero. Quei disgraziati mi trascinano a Sapri senza mai scendere sotto i trentacinque. Ci fermiamo davanti alla statua della Spigolatrice di Carlo Pisacane e, ogni volta, un velo di malinconia mi attraversa pensando a quei ragazzi e al loro destino.

Poi si ricomincia a salire

Entriamo in Basilicata e la costa di Maratea ci esplode davanti agli occhi con una bellezza quasi inspiegabile. Il Garmin segna già oltre mille metri di dislivello positivo. Poco prima di Maratea ci rifocilliamo e poi ripartiamo verso il Cristo.Giuliano sale come Fausto Coppi. Chris sembra Bartali. Io provo a gestire la caviglia capricciosa. Giancarlo pare non accorgersi nemmeno della salita. Donato a tratti ci passa accanto al doppio della velocità. Nico, invece, arranca e impreca, ma poi arriviamo tutti lassù e quella foto ai piedi del Cristo mi sembra bellissima. Forse perché dentro c’è molto più della fatica.

Lauria però è ancora lontana

Ripartiamo felici, quasi euforici, come sempre accade con la prospettiva di una discesa. Attraversiamo il centro storico di Maratea e torniamo subito a salire: Passo della Colla, poi la discesa nella valle del Noce, infine il lunghissimo tuffo sulla statale deserta verso Lauria.
Sembra impossibile, ma ci siamo quasi.
Quasi, appunto. Perché davanti restano ancora sette chilometri di salita. Non ne possiamo più. Nessuno ne può più. Ma quando finalmente arriviamo, l’accoglienza ci travolge: abbracci, birre, fotografie, mani sulle spalle, sorrisi veri e tutta la fatica sparisce in un istante.

L’ingresso in paese, in parata, è stato un’apoteosi.

I numeri della tappa parlano chiaro: 120 chilometri e 2.288 metri di dislivello. Nessun errore. 2.288metri.
I numeri complessivi da Roma a Lauria raccontano invece 606 chilometri e 5.427 metri di dislivello totale.
Tappe dure. Alcune durissime. Ma chi pratica sport da una vita sa una cosa semplice: quando parti non devi pensare alla fine. Devi guardare soltanto oltre la curva successiva. E continuare. Un passo, una pedalata, un respiro alla volta. A Lauria però inizia un’altra festa, che finisce soltanto a mezzanotte, quando finalmente ognuno ritrova la strada verso il proprio letto.

Una frase oltre le apparenze

Per chiudere questa breve cronaca di viaggio, voglio lasciare una frase che Nico ripete spesso. Apparentemente fuori contesto, ma forse no. Una frase a cui ciascuno può dare il significato che preferisce: “Quando una donna ti dice: ‘Posso farti una domanda?’ significa che l’indagine è già conclusa e sta per iniziare il processo. Ti conviene non mentire.”

 

Luigi Neri, calciatore per amore, rugbista per passione, ciclista per necessità

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