Il calcio che non c’è più. Matrimonio al campo

Il calcio, il sistema calcio, è a rischio di implosione. Lo ha detto senza mezzi termini Aurelio De Laurentis. C’è di più, però. C’è un calcio sparito, quello amatoriale, quello dei quartieri, quello dei tornei aziendali e delle partitelle scapoli contro ammogliati. C’è un calcio che ci manca.
 Nello Panzini
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Un grido di dolore. Certo, non come quello storico lanciato da Vittorio Emanuele II alla vigilia della Seconda Guerra d’Indipendenza. Certo, meno nobile del suo, ma Aurelio De Laurentis è uomo di grandi passioni e se il suo grido di dolore lo lancia alto verso un calcio, un sistema calcio, che a suo dire sta implodendo, allora fermiamoci un momento. Il fatto è che Aurelio De Laurentis ha un pulpito, quello che lui dice fa naturalmente notizia e quindi ecco giornali e televisioni che amplificano di loro. Il fatto vero, però, è che quello che ha detto Aurelio De Laurentis lo pensiamo in tanti, non così famosi, ma sicuramente non meno appassionati. Direi di più. Le sue considerazioni sono tutte giustissime, ma secondo me parziali.

Ode alle partitelle

Io aggiungerei che il cosiddetto calcio spezzatino sta portando all’assuefazione, al non uscire più la sera per stare davanti alla televisione e, imperdonabile, oggi si gioca meno, quasi più per niente, per gli stessi motivi, ovvero la televisione. Dove sono infatti le partite scapoli-ammogliati o il Torneo dei Bar che prima coinvolgevano un quartiere intero, quelle della “partitelle” che ti facevano uscire la sera con la certezza dell’immancabile pizza dopo-gara? È vero che qualche “giocatore” (sic !!) si presentava in pigiama, tra l’ilarità generale, perché lui, il giocatore, a quell’ora già “stava così”, ma tutto faceva parte dello spettacolo! C’è stato un tempo in cui ogni azienda aveva il suo Torneo di Calcio, quello del “dopolavoro” e del CRAL, tutti tornei seguitissimi e partecipati.

Il torneo delle telecomunicazioni

Tra i tornei ce n’era uno in particolare che forse era più seguito degli altri, quello delle telecomunicazioni, che raggruppava tutte le aziende, romane nel mio caso, del settore. Aziende effervescenti, pioniere al tempo di una tecnologia che stava cambiando il nostro modo di vivere, ma ancora non potevamo immaginare quanto. Va da sé che quelle aziende erano piene di giovani che, visti anche gli anni di cui parliamo, si erano fatti gambe e polpacci giocando da ragazzini a pallone su pratoni sterrati, pezzi di asfalto e cortili di oratori. Forse nessun campione, ma tanti, veramente tanti, con un senso del gioco magari meno tecnico, ma molto fisico.

La grande finale

Ebbene in uno di quei tornei, tralascio l’anno che si perde nella mia memoria, dopo partite sentite e in fondo equilibrate, arrivarono a giocarsi la finale nello stadio appena inaugurato della Roma VIII l’Italtel e la STET.  Squadre ovviamente al completo come si deve alle “grandi” occasioni, con un’eccezione. Tra le fila dell’Italtel c’era una defezione importante: mancava la punta Piero Maisti che aveva un altro appuntamento non derogabile né rinviabile, il suo matrimonio. Quando ci salutammo, la sera prima, Piero trovò il modo di dirmi: “a Ne’ domani metteme in lista“. Insomma, io lo presi un po’ come l’ultimo desiderio del condannato, una battuta insomma, ma per affetto stetti al gioco e lo misi in lista veramente.

Sorpresa al campo

Se potessi vi farei fare un salto nel tempo, un salto indietro per portarvi direttamente davanti alla mia faccia quando, un’oretta prima della partita, me lo vidi arrivare nello spogliatoio vestito da sposo con Rosetta, ormai sua moglie, vestita ovviamente da sposa anche lei. Con loro, tutti gli invitati pronto a trasformarsi in accaniti tifosi.  Ovviamente il calcio d’inizio, caso penso unico nella storia del calcio, lo dette la sposa che poi, con generosa licenza dell’arbitro, si accomodò in panchina fino a quando, più o meno a metà del secondo tempo, Piero non uscì dal campo per rimettere il vestito da sposo.  Va bene l’intermezzo calcistico, ma il ristorante attendeva e gli invitati meritavano la cena. Inutile dire che la partenza dal campo del corteo di macchine fu accompagnata da un concerto di clacson, qualcuno anche bitonale – chi ha i miei anni lo sa di cosa parlo -. Non storcete il naso, si usava così, piccole cose di un mondo ingenuo e anche un po’ “caciarone”, ma che ancora teneva la barra dritta e non aveva perso l’orientamento.

Il calcio che non c’è più

Come dicevo prima, l’anno non è importante e aggiungo che non è importante neanche sapere come sia finita quella partita. La cosa veramente importante è ricordare di essere stati tutti protagonisti di qualcosa di unico e irripetibile.
A chi pensasse che questa sia una storia inventata posso dire che la vita ha fatto il suo corso e che dopo, sempre per i casi della vita, Piero e Rosetta hanno messo un banco di fiori nei pressi di un ingresso del cimitero di Prima Porta. Ora sono chiaramente a riposo, ma spesso, molto spesso, sono al banco a dare una mano a figli e nipoti. Il bello del calcio che non c’è più.

 

Nello Panzini nasce a Roma l'8 agosto del 1947, oggi pensionato Telecom con "buona memoria", si diverte a raccontare lo sport di una volta ed il contesto storico nel quale si praticava. Tuttora tesserato con il Real Tuscolano nel quale, vista l'età, fa quello che può.

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