sabato, 28 Maggio 2022

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Moacir Barbosa. L’uomo che morì cinquant’anni prima del suo funerale

Moacir Barbosa. L’uomo che morì cinquant’anni prima del suo funerale
Giorgio Ballario
Ai Mondiali del 1950 Moacir Barbosa ha 29 anni, è il portiere della Seleçao, è già un campione ed è nel pieno della forma. Il Brasile va in finale e l'esito sembra scontato. Non sarà così. Soprattutto per Moacir Barbosa.

In tempi di calcio globale e televisivo, basta un niente per diventare eroi o capri espiatori, per passare alla storia dello sport oppure rimediare una figuraccia in mondovisione e finire per sempre marchiati dal segno dell’ignominia.
A maggior ragione se sei un portiere, l’estremo difensore come scrivevano i cronisti sportivi di una volta.
Il ruolo del “numero 1” non è come tutti gli altri: all’interno di una squadra è l’unico veramente solo, l’unico che paga il prezzo più alto per un errore, come già osservava Umberto Saba nella sua celebre poesia dedicata all’uomo fra i pali: Il portiere caduto alla difesa/ ultima vana, contro terra cela/ la faccia, a non veder l’amara luce. / Il compagno in ginocchio che l’induce,/ con parole e con mano, a rilevarsi,/ scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
Non sorprende quindi che fa i tanti “perdenti” della storia del pallone uno dei posti di rilievo lo occupi proprio un portiere.
Un portiere scomparso nel 2000 che in realtà era già morto cinquant’anni prima, come hanno scritto gli immaginifici cronisti sportivi sudamericani.

Moacir BarbosaSi chiamava Moacir Barbosa Nascimento, era il numero 1 del grande Brasile e in una frazione di secondo, al 79° minuto della finale dei Mondiali del 1950, davanti ai 200 mila del Maracanà, passò dalla possibile incoronazione a una condanna a vita. La condanna di aver fatto perdere il titolo alla Seleção, causando lutto e disperazione in un intero popolo.

Barbosa, l’uomo che ha fatto piangere il Brasile

Titolarono così il giorno dopo i giornali carioca. E la sua vita non fu mai più come prima.
Moacir Barbosa Nascimento nasce nel 1921 nello Stato di San Paolo, muove i primi passi nel Clube Atletico Ypiranga e nel 1944 viene acquistato dal Vasco da Gama, una delle grandi squadre di Rio, la prima in assoluto ad accogliere atleti di colore. E Barbosa è negro, il primo portiere negro della nazionale verdeoro.

Moacir Barbosa
Con il Vasco fa incetta di titoli dello stato di Rio (1947, 1949, 1950, 1952 e 1958), nel ’48 vince anche la coppa dei Campioni del Sudamerica, battendo il River Plate. Ai Mondiali del 1950, organizzati dal Brasile, ha 29 anni ed è nel pieno della forma: è coraggioso, dotato di senso della posizione ed è molto abile nel parare i rigori.  Nella Seleção non militano ancora gli straordinari assi che trionferanno in Svezia otto anni più tardi, a partire da Pelè, ma è comunque la squadra più forte del torneo. 

La finale del 16 luglio

I verdeoro arrivano senza troppa difficoltà all’ultima partita del triangolare finale, il 16 luglio, contro l’Uruguay, sostenuta da 200 mila spettatori impazziti di gioia. Racconteranno gli uruguagi, sfavoritissimi, che i loro dirigenti gli chiesero solo di perdere con onore. Al Brasile per affermarsi bastava anche un pareggio.
Il primo tempo finisce zero a zero, ma all’inizio del secondo Friaça perfora la difesa della Celeste e porta in vantaggio i padroni di casa.
Il Maracanà esplode, partono i primi fuochi artificiali e il pubblico già intona i cori di vittoria. Ma gli uruguagi sono gente tosta, forgiata in cento battaglie sui peggiori campi del Sudamerica. Sorretti dal grande carisma del capitano Obdulio Varela tengono duro e a 25 minuti dalla fine pareggiano con un gol di Schiaffino, attaccante che poi giocherà in Italia, nel Milan.

Alcides Ghiggia. L’uomo del destino

I brasiliani, invece, hanno i nervi a fior di pelle. Pensavano di aver già vinto e devono cominciare da capo, il loro credo calcistico non contempla la possibilità di pareggiare davanti al proprio pubblico. Attaccano in modo disordinato, senza mai creare grossi pericoli alla porta uruguaiana. Barbosa assiste da lontano alla sconsiderata offensiva dei suoi compagni, solo, tra i pali della sua porta.
Al 79° minuto accade l’impensabile: un rapido contropiede della Celeste manda in fuga sulla destra la piccola ala Alcides Ghiggia, un tipo rapido e nervoso con innato fiuto del gol. Ghiggia si allarga, va verso la linea di fondo e sembra voler crossare al centro in cerca di un compagno in posizione migliore. Ma a un certo punto, vedendo Barbosa pronto a uscire, decide di tirare fra palo e portiere. E fa gol.

Moacir Barbosa

Il Maracanaço

Il Maracanà diventa di ghiaccio. Nel silenzio totale dei 200 mila si sentono persino le grida di giubilo dei giocatori uruguaiani, che capiscono di essere vicini all’impresa. Ancor oggi in Brasile si definisce “Maracanaço” un disastro irreparabile, che non verrà uguagliato neppure dal cosiddetto “Mineiraço”, vale a dire l’umiliante sconfitta (7 a 1) maturata contro la Germania ai Mondiali del 2014 nello stadio Mineirão di Belo Horizonte. Dopo il gol di Ghiggia, negli ultimi dieci minuti la Seleção è sotto choc e l’Uruguay passeggia in campo, fino al 90°. Un’intera nazione piange e si dispera, si parlerà anche di alcuni suicidi. E tutti danno la colpa a Moacir Barbosa, che diventa il capro espiatorio dello psicodramma collettivo. Ho sentito subito gli occhi di tutto lo stadio su di me. Racconterà così Barbosa in un’intervista.

Il calvario di Moacir Barbosa

I cinquant’anni vissuti dopo quella partita, per Barbosa sono un calvario. Si sparge la voce che abbia lasciato passare la palla apposta, per strada la gente lo addita come un appestato, molti amici lo abbandonano. Continua a giocare nel Vasco da Gama, ma ovunque vada riceve insulti dai tifosi avversari. È anche sfortunato: nel 1953 si frattura una gamba nel derby con il Botafogo e non tornerà più quello di prima. Cade in depressione, solo i tifosi del Vasco gli sono vicini; ma alla fine perde il posto in nazionale e conclude la carriera in club minori. Lasciato il calcio, Moacir Barbosa vive quasi in povertà: negli anni Cinquanta in Brasile non si diventava ricchi con il calcio. 

Quello che ci ha fatto perdere il Mondiale

Prima lavora come custode di una piscina, poi tira avanti con una piccola pensione, nella casa di una cognata. Ma quello che più lo ferisce è il disprezzo del Brasile intero.
Per tutti Moacir Barbosa è solo «Quello che ci ha fatto perdere il Mondiale».
Anni dopo, una donna lo riconosce in un supermercato, lo addita al figlio e lo insulta.
Nel 1993 il vecchio portiere vorrebbe andare a salutare la nazionale, che sta preparando una partita di qualificazione ai mondiali, ma in ritiro non lo lasciano neanche entrare.

Moacir Barbosa
«È rimasto schiavo di quell’episodio – ha scritto il giornalista Ariel Scher – per tutto il mezzo secolo di vita che è trascorso dall’istante in cui la palla ha toccato la rete, fino all’ora in cui Barbosa ha esalato l’ultimo respiro». «È stata la persona più maltrattata di tutta la storia del calcio brasiliano», ha commentato Armando Nogueira, un altro grande giornalista carioca.

Moacir Barbosa è morto il 31 marzo del 2000 e al suo funerale non c’erano più di cinquanta persone: nessun compagno di squadra, nessun dirigente della Nazionale, nessuna autorità cittadina.
«Barbosa non si sarebbe sorpreso – ha osservato lo scrittore messicano Juan Villoro – Sapeva che la sua seconda morte sarebbe stata quella definitiva».

 

(Per gentile concessione dell’Autore, il racconto è tratto da Fuori dal coro. Eretici, irregolari, scorretti di Giorgio Ballario, Eclettica Edizioni, 16 €)

Giorgio Ballario (Torino, 1964) è giornalista del quotidiano La Stampa. È autore di racconti pubblicati in varie antologie e di dieci romanzi noir, tra i quali cinque della serie “Morosini indaga”, ambientati nelle colonie italiane in Africa negli anni Trenta e pubblicati da Edizioni del Capricorno. Insieme ad altri scrittori nel 2014 ha fondato Torinoir, associazione di giallisti, che nel 2018 e 2019 ha organizzato a Bardonecchia il festival “Montagne in noir”.

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