Finchè sono viva ho speranza
Ho freddo, non so cosa sarà di me, né di Vic. La sera viene vicino a me ci facciamo forza a vicenda, sento il suo cuore battere forte, le accarezzo il pelo mentre nel silenzio si fanno spazio timide fusa. Quasi come se volesse ringraziarmi di questo amore incondizionato. Ripenso a Bennett che mi aspetta a casa. Le poche righe che riesco a scrivere mi danno conforto, anche solo per lasciare una mia impronta in questo mondo. Per fare in modo tale che un domani si sappia che Ada Blackjack, no, Ada Delutuk è stata qui.
Oltre alla fine del mondo, dove nessun’altro è voluto venire. Ma non l’ho fatto per l’avventura. Il mio unico faro è e sarà sempre l’amore.
L’inizio di tutto
La mia storia però ha inizio molto tempo prima, il 10 maggio 1898 a Spruce Creek, un remoto insediamento Inuit oltre il circolo polare artico. Del mio popolo so poco e niente; i miei insegnanti sono stati monaci missionari metodisti che mi hanno voluto insegnare come si sarebbe dovuta comportare una donna: sapevo cucinare, cucire e soprattutto leggere la Bibbia. A soli 16 anni cambio per la prima volta identità: Jack Blackjack mi vuole in sposa. Di lui ho pochi ricordi e sempre segnati dalla violenza, mai un sorriso o una parola gentile. Insieme avremmo avuto 3 figli, due di loro morti bambini. Il terzo è Bennett, l’unica vera gioia della mia vita, che però purtroppo è debole di salute. Pochi anni dopo la nascita del nostro ultimo figlio, nel 1921, Jack decide definitivamente di lasciarci: siamo nel centro della penisola di Seward, solo io e il bambino che adesso ha 5 anni. Mi guardo intorno e ricordo che la città di Nome dista 65 km da qui. Non so cosa fare, ma guardo Bennett che è malato di tubercolosi: “non finisce così”. Prendo mio figlio e inizio a camminare. Non posso fermarmi, mi aspetta il resto della mia vita.

L’amore come faro
Arrivati in città Bennett è molto malato e io non posso permettermi le cure. Decido dunque di affidarlo a un orfanotrofio. “Tornerò” gli sussurro mentre due lacrime mi solcano il viso. Io lo so che tornerò. Lo so con tutta l’anima.
L’essere Inuit non è mai stato un qualcosa che facesse propriamente parte di me. Lo ero, ma non mi definiva. In quel momento di difficoltà economica però sarebbe stata la mia arma più forte: venni a sapere infatti che assumevano nativi che sapessero parlare in inglese per una spedizione artica.
Vihjalmur Stefansson, celebre quanto discusso esploratore artico, voleva rivendicare una remota isola del Nord sotto la bandiera canadese, nonostante il governo del paese non fosse interessato a sostenere economicamente la spedizione. Stefansson invece non aveva dubbi. Dovevamo andare lì.
Farsi coraggio
“Wrangler Island, io sto per andare a Wrangler Island” continuavo a ripetermi come a voler concretizzare l’idea che avrei viaggiato verso il Mare Artico, un luogo così lontano da non poterlo neanche riuscire ad immaginare.
Il piano era in qualche modo semplice: partire, guadagnare soldi, tornare, riprendere mio figlio e vivere una vita migliore.
Nella squadra, oltre a me, c’erano gli americani Lorne Knight di 28 anni, Milton Galle di 19 e Fred Maurer di 28 e infine il canadese Allan Crawford di 20. Tra di noi l’unico che aveva più esperienza era Maurer che aveva già trascorso 8 mesi sull’isola, in seguito al naufragio della Karluk. Rimasi di sasso quando mi trovai davanti quei ragazzi: ero l’unica donna e anche l’unica nativa. I patti erano altri, si sarebbero dovute unire altre famiglie, ma all’ultimo si tirarono tutti indietro perché consideravano il viaggio troppo pericoloso. Se le condizioni fossero state diverse anche io non ci avrei pensato due volte a fare dietrofront, ma la paga promessa era troppo buona per avere paura: 50 dollari al mese, da riscuotere al ritorno. Per rivendicare una terra era necessario che vi si stabilisse una colonia per due anni, quello era il termine previsto per la fine della spedizione.
Stefansson non avrebbe partecipato all’impresa, troppo impegnato in una tournée di conferenze in giro per gli Stati Uniti. Ci diede viveri per 6 mesi garantendo che ci avrebbe raggiunto sull’isola l’estate successiva, e disse anche che quella terra brulicava di selvaggina che avremmo potuto cacciare senza problemi.
Noi non lo sapevamo ancora, ma quelle erano tutte bugie.
La vita selvaggia ci avrebbe trasformato e io avrei cambiato pronta nuovamente la mia identità, sarei diventata Ada, l’esploratrice Inuit che ha sconfitto l’Artico e conquistato Wrangler Island.

Inverno
È il 9 settembre 1921. L’estate sta volgendo a termine, la Silver Wave è pronta ad accoglierci. Il viaggio fu tranquillo e pochi giorni dopo, oil 15, eravamo già sull’isola pronti alla nostra nuova vita e pronti, soprattutto, a resistere fino all’estate successiva.
L’entusiasmo generale durò poco. La vita sull’isola si rivelò presto durissima: le provviste iniziarono a scarseggiare, di selvaggina praticamente nulla e io vivevo con un nodo alla gola costante all’idea di aver lasciato mio figlio. Mi ripeto che l’amore è il mio faro, tutto quello che faccio e che sono è solo per lui, ma quando nella notte i morsi della fame mi stringono da dentro, anche le mie certezze profonde vacillano.
Le giornate sono piene di piccole faccende, il mio ruolo è quello di cuoca e sarta. Cucio abiti con le pellicce dei pochi animali cacciati che poi lavoro per essere mangiati. Ma su di noi incombe un nemico potente: l’inverno artico.

Estate
Il buio ci inghiotte presto e a stento riusciamo a sopravvivere fino all’estate 1922. Guardiamo l’orizzonte dandoci il cambio, attendendo che qualcosa o qualcuno appaia all’orizzonte. Ma nulla. Siamo inconsapevoli del fatto che la Teddy Bear ha tentato di arrivare, ma i ghiacci si sono formati in anticipo, rendendo impossibile procedere con la spedizione di recupero.
Stefansson non era riuscito a trovare abbastanza soldi, fu costretto a rivolgersi al governo canadese che accordò la partenza della spedizione solo a stagione inoltrata, il 20 agosto.
Autunno
È ormai ottobre quando ci fu chiaro che non sarebbe venuto nessuno. Ogni giorno si fa più corto e più buio e con lui anche noi.
Il morale è già a terra e Lorne Knight è malato di scorbuto. Lui ed io non andiamo d’accordo, mi chiama “la donna” e mi tratta come una serva. Gli altri tre decidono di partire per cercare aiuto, Knight ed io saremmo rimasti al campo base. La paura della solitudine e degli orsi non mi fa sentire le parole dell’uomo che mi incolpa di non prendermi cura di lui come dovrei.
Il 28 gennaio 1923 i nostri compagni hanno davanti 1.000 km di ghiaccio sul mare fino alla Siberia, sperando di trovare aiuto e cibo. Ci salutiamo, promettendoci che ci saremmo rivisti. Avrei voluto piangere, ma non ho le forze e Knight lo avrebbe visto come un segno di debolezza.
Da quella partenza, dei miei compagni non si seppe più nulla: di loro ormai rimane solo un ricordo sempre più fievole
Siamo rimasti Knight, la gatta Vic ed io
Ci sentiamo gli unici sopravvissuti al mondo. Ci ignoriamo per la maggior parte del tempo, tranne quando lui mi ordina qualcosa o io cerco di girarlo per evitare le piaghe da decubito. Lui vede ogni gesto come una dimostrazione di crudeltà.
A giugno mi avrebbe lasciato anche lui e tutto ciò che mi rimane è questo diario. “Ada Blackjack, unica abitante di Wrangler Island”.
Andare oltre
Dovetti dar fondo a tutte le mie forze, soprattutto alla voglia di rivedere mio figlio. Una madre che combatte per ciò che vuole.
Non ebbi la forza di seppellire Knight, gli costruii una fortificazione intorno per riuscire a proteggerlo dagli elementi e gli animali. Vic ed io ci spostammo nella tenda magazzino dove avremmo passato i successivi due mesi in solitudine.
Tra le cose che gli altri avevano lasciato indietro c’erano delle armi e una fotocamera. Nei mesi precedenti avevo imparato a “rubare con gli occhi”, quando i miei compagni discutevano sulle armi da usare o come costruire trappole io ero lì, in silenzio, ma annotavo tutto quanto. Era la prima volta che nelle mie mani diventava un’anima pronta a darmi tutta la sua potenza. Se l’arma non fosse bastata, avevo costruito una piattaforma sopra la tenda per proteggermi dagli attacchi degli orsi, ma anche delle trappole per volpi.
Riuscii a darmi una scaletta di cose da fare ogni giorno, organizzare il mio tempo era l’unico modo per non impazzire del tutto. I giorni trascorrevano, sentivo di essere forte, non solo fisicamente, ma avevo una nuova consapevolezza di me.
Non mi ero spezzata, ero lì e stavo combattendo.

Il giorno
Il 19 agosto 1923 l’orizzonte cambia. Nella distesa del nulla appare una sagoma, è la Donaldson, capitanata da Harold Noice che venendo verso di noi, non sapendo di trovare solo me. Corro, corro con tutto il fiato e le gambe e il cuore che ho. Quandto attracca il capitano Noice è il primo a scendere, ci guardiamo negli occhi sorpresi uno dell’altra. Stretta nel parka di pellicce che mi ero cucita da ola, trovo solo la forza di dire “Ada Blackjack, unica sopravvissuta”.
Al mio rientro mi acclamarono come un’eroina.
“Eccola, è lei la Robinson Crusoe dell’Artico!” mentre io continuavo a sgranare come un rosario i giorni che avevo passato lì da sola: 703 giorni, 57 in solitaria.
Stefansson e Noice mi portarono ovunque, mi mettevano in mostra come un fenomeno da baraccone, ma a me di questo importa poco. Io volevo Bennett. In ogni intervista che abbia mai rilasciato ho sempre voluto sottolineare come l’amore fosse stato il mio unico motore: non ero un’eroina, ero solo una madre che voleva tornare dal figlio. Dei soldi che mi erano stati promessi, ne ottenni solo una piccola parte, sufficiente però a farmi prendere mio figlio e a farlo curare in un ospedale di Seattle.

Cambio di rotta
Non ci volle molto prima che l’entusiasmo nei miei confronti svanisse, lasciando spazio a sospetti e accuse. Arrivarono a dire che io avevo ucciso Knight, negai fino allo sfinimento, riuscendo anche a dimostrare che erano state strappate delle pagine dal suo diario per nascondere la verità.
La vita mi ha portato a sposarmi nuovamente. Non durò molto, divorziammo poco dopo, ma non prima di aver avuto un altro bambino.
Ormai ho 85 anni, vivo a Nome da tempo dove allevo renne, raccolgo bacche e fino a quando ho potuto ho cacciato per me e i miei figli. Sono loro ad avermi dato sempre la forza di andare avanti. Li guardo ormai grandi e sento un calore dentro che mi dice che ho fatto tutto bene. Di essere un’eroina non ho mai avuto interesse, sono loro che mi hanno fatto diventare chi sono: Ada. E penso sia abbastanza così.

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Il diario si è chiuso
La rivendicazione dell’isola da parte del Canada è ormai un ricordo lontano, così come quello della donna che ha combattuto per portare a termine il suo compito. Oggi Wrangler Island è una riserva naturale protetta, il nome di Ada Blackjack è quasi sparito dalla storia di quel posto. La sua storia è raccontata nel suo diario, dove ha annotato la vita quotidiana di quei giorni.
Nel raccontare di lei avrei potuto farne la cronaca, ma ho voluto fare qualcosa di più.
Ho voluto provare a essere lei e a quel diario aggiungere alcune pagine non solo per aiutare a non dimenticare, ma per aprire un nuovo capitolo della sua vita.