Silvia Baldini. La motonauta ritrovata

Una motonauta e la storia dimenticata dei suoi record del mondo conquistati a Sabaudia nel 1956, quando correre sull’acqua era un privilegio per uomini
 Rachele Colasante
Silvia Baldini

Incontro Silvia Baldini sulla pubblicità di un concorso promosso nel1960 dalla Commissione Tutela Lino, un ente di promozione attivo in quegli di cui si trovano poche e disperse tracce. Sorridente, elegante nel suo vestito nero e giro di perle al collo, la signora “guarda in camera” per dirla in termini televisivi e buca lo schermo. O perlomeno, ha acceso la mia curiosità. La pubblicità mi dice che si tratta di Silvia Baldini, campionessa di motonautica. Voglio saperne di più, voglio provare a capire quale storia c’è dietro quegli occhi che dalla pagina ingiallita ancora mi guardano.

Un nome nell’albo dei record

Ci sono storie che sopravvivono in poche righe. Quella di Silvia Baldini sta tutta in un registro: due record del mondo, una data, un luogo, una velocità. Il 4 novembre 1956, nelle acque di Sabaudia, Silvia entra nell’albo della UIM, la Federazione Internazionale della Motonautica, nella classe C1U, quella dei piccoli scafi «utility» spinti da un motore fuoribordo. Il primo record si ferma a 57,11 km/h, il secondo a 54,47 km/h. Spinta da un motore Johnson, Silvia Baldini mette la sua firma nella storia di uno sport in cui le donne, allora, si contavano sulle dita di una mano.

Silvia Baldini

Sabaudia, il laboratorio della velocità

Sabaudia non era un posto qualunque. Il lago di Paola, lungo e riparato, con l’acqua spesso piatta come uno specchio, era uno dei campi preferiti per i tentativi di record. Già nel 1951 Franco Venturi vi aveva spinto il suo scafo oltre i 150 orari. Quel 4 novembre 1956 in quelle acque non c’era solo lei: nella stessa giornata altri piloti, tra cui Michael Galimberti e Rodolfo Funaro, tentarono e conquistarono record in classi diverse. Era una festa della velocità, con cronometristi, giudici e motori che si alternavano sull’acqua dall’alba al tramonto. In mezzo a quegli uomini c’era lei, mani sul volante e occhi fissi sulle boe.

L’età d’oro della motonautica italiana

Gli anni Cinquanta sono il momento in cui l’Italia torna a correre anche sull’acqua. Sui laghi lombardi lavorano artigiani capaci di costruire scafi leggerissimi. Tra loro c’è il cantiere Timossi, sul lago di Como, che nel 1953 costruisce l’Arno XI: spinto da un motore Ferrari e guidato da Achille Castoldi, sul lago d’Iseo supera i 241 km/h e conquista il record mondiale della sua categoria. Il paese che si sta rialzando dalla guerra ama la velocità in tutte le sue forme, dalle Mille Miglia alla Formula 1, e la motonautica diventa un altro modo per dire al mondo che l’Italia c’è.

Il fuoribordo, la velocità alla portata di tutti

Accanto ai mostri da record c’è una motonautica più popolare, quella dei fuoribordo: motori compatti, quasi sempre americani come i Johnson e gli Evinrude, montati a poppa di scafi piccoli e maneggevoli. È la motonautica dei club, delle regate domenicali, dei giovani piloti che si costruiscono la barca in garage. È in questo mondo che si muove Silvia Baldini. Le classi «utility» erano pensate per scafi vicini a quelli d’uso comune, e proprio per questo premiavano la sensibilità di chi guidava più della pura potenza.

Il mito della Pavia-Venezia

Negli stessi anni l’Italia si appassiona alla corsa più lunga e più dura del mondo: la Pavia-Venezia. Più di quattrocento chilometri lungo il Ticino e il Po, tra secche, tronchi alla deriva e curve traditrici, fino alla laguna di Chioggia e all’Arsenale di Venezia. Nata nel 1929, è una prova di resistenza prima ancora che di velocità. Negli anni Cinquanta il dominatore è Augusto Cometti, sei volte vincitore tra il 1954 e il 1963 con il suo rosso «Pelaochi». Nel 1956 a stupire tutti è Gianni Goitre, che con un fuoribordo da 650 cc batte le barche entrobordo, ben più potenti: la prova che anche un piccolo motore, nelle mani giuste, può vincere.

Le donne sull’acqua

Silvia Baldini non era la prima donna a sfidare l’acqua. Già nel 1929, alla prima Pavia-Venezia, Franci Balboni aveva tagliato il traguardo. Negli anni Trenta Pina Capè vinse la corsa per due volte, nel 1935 e nel 1936, battendo tutti gli uomini. Nel 1954 Camilla Cometti fu copilota del fratello Augusto nella sua prima vittoria. Erano eccezioni, e lo sapevano. Ogni donna che saliva su uno scafo da corsa doveva dimostrare il doppio, sopportare sguardi scettici, rispondere con i risultati. Silvia Baldini lo fece nel modo più netto possibile: con un cronometro capace di segnare il tempo più veloce dei pregiudizi.

Una storia ancora da raccontare

Di Silvia Baldini oggi sappiamo poco e me ne dispiace. L’unico volto che ho trovato è quello del mio incontro occasionale. Non so di dove fosse, né se continuò a correre dopo quel novembre del 1956. Forse è proprio questo a renderla affascinante: una pioniera rimasta nell’ombra, che per un giorno fu la più veloce del mondo. Negli archivi dei giornali, nei cinegiornali dell’Istituto Luce e nei verbali della Federazione Italiana Motonautica potrebbe ancora nascondersi il resto della sua storia. Intanto di lei restano quei due numeri, 57,11 e 54,47. Sembrano poca cosa, ma valgono un posto tra chi ha avuto il coraggio di andare più veloce di tutti.

 

Rachele Colasante giornalista pubblicista, laurea in Lettere e master in sostenibilità alla LUISS Business School. Da sempre incuriosita dalle storie, cerca di scrivere la sua al meglio. Ancora non sa dove la condurrà il suo percorso, ma per ora si gode il paesaggio.

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