Trecento giovani calciatori italiani sono caduti nel corso della Prima Guerra Mondiale. Tra loro Benigno Dalmazzo, centravanti della Juventus. Gioca nella squadra della sua città, nelle prime dieci giornate della stagione 1914-‘15 segna sette reti. Poi la guerra….
Hurrà Juventus
La più antica pubblicazione dedicata ad un club calcistico si chiama Hurrà Juventus. Va alle stampe per la prima volta il 10 giugno 1915. L’intento dei tre fondatori (il calciatore Fernando Nizza, il dirigente Sandro Zambelli ed il pioniere Gioacchino Armano) è riportato in un breve frase a fianco della testata: “Un omaggio degli juventini rimasti a Torino ai loro consoci sotto le armi”.
Un mensile di sei pagine senza foto per mantenere il collegamento tra soci, giocatori e tifosi impegnati al fronte. Già nelle prime settimane sono decine tra soldati ed ufficiali, centosettanta dopo un anno di conflitto. Le lettere dai campi di battaglia sono una testimonianza del patriottismo e di tutti i principi, le paure, le passioni di ragazzi innamorati della vita e del football.

Ten
Benigno Dalmazzo era un’attaccante di belle promesse, classe 1895, cugino di Eugenio ed Enrico Canfari, fondatori di quella che sarà ed ancora è la Vecchia Signora del calcio italiano. Non è raccomandato, è bravo di suo e la guerra non ci voleva a fermare la corsa verso il goal. Esordio a 16 anni, cinque stagioni con 38 presenze e ben 20 reti. Lo chiamano Ten e non si deve essere raffinati conoscitori per capire che prima o poi finirà con la maglia azzurra della nazionale italiana. Lo chiama prima però il 162° Reggimento Fanteria della Brigata Ivrea, anzi è lui che firma volontario. Tenente di complemento, aveva studiato dai gesuiti, gioca l’ultima partita (brutto 2-5 con il Genoa) prima della sospensione dei campionati a marzo ’15. La Brigata Ivrea è sull’Altopiano di Asiago per quattordici mesi da maggio 1915, andrà poi sul Carso ed in Macedonia. Benigno non vedrà oltre le Prealpi Vicentine dell’altipiano dei sette comuni.
La trincea
Benigno ha partecipato alle operazioni di attacco alle posizioni austriache nella zona di Passo Vezzena, alla difesa strenua sotto l’azione di controffensiva nemica di primavera, al ripiegamento congiunto alle Brigate Etna e Sassari. La reazione italiana è del 25 giugno 1916, ci riprendiamo i monti Stenfle e Sisemol, si avanza fino a Rodighieri, si forza la linea austriaca sui monti Rasta ed Interrotto. Benigno cade a seguito di una ferita provocata da una raffica di mitragliatrice dopo essere sbucato fuori dalla trincea baionetta in resta. Sono le ore 11 dell’1 luglio 1916.
Di lui abbiamo la lettera più bella inviata ad Hurrà Juventus
“Non abbiamo premura di vincere, ma la vittoria la vogliamo completa. Il girone sarà lungo ma otterremo il campionato. Se non basta il tempo regolamentare faremo delle riprese supplementari, ma la debacle degli avversari sarà clamorosa e il capitano Cecco Beppe sarà costretto a dare le dimissioni. I limiti del campo sono un po’ estesi, la Svizzera e la Serbia sono due buoni lineamenti, che come tutti gli altri si accontentano di gridare il loro falli, senza però poterli impedire. Trento e Trieste i due pali del goal che noi, novelli zio Bomba (nb. il soprannome del grande attaccante juventino, Valerio Bona) sfonderemo. Se pensi poi che tutti i soldati hanno ormai la camicia bianca e nera, più nera che bianca, potrai figurare lo slancio dei nostri vent’anni”.

Ieri e oggi
La Juventus FC piange otto tra giocatori e dirigenti. Tra loro Enrico Canfari cade sul Monte San Michele, Luigi Forlano campione d’Italia del 1905, Biagio Goggio de Togino che aveva giocato anche nel Torino, Nicolò Canepa ufficiale degli Alpini.
Hurrà Juventus interrompe le pubblicazioni nell’ottobre 1916 per la crisi di materie prime provocata dal conflitto in atto. Il grido si fa largo tra i ragazzi nelle trincee, ha origini cosacche, ma sembra fatto apposta per lanciare l’attacco. Dice il primo numero del bollettino: “…dovrà raggiungere il fronte, insinuarsi nelle trincee e, richiedendolo il bisogno, finire nelle retrovie”. Riprende nel dopoguerra con Vittorio Pozzo tra i suoi collaboratori. Lunga pausa e poi nel 1963 nuovo rilancio con la prima copertina dedicata a Omar Sivori, il fuoriclasse che più di ogni altro ha avvicinato migliaia di tifosi alla zebra al di là di ogni divisione geografica. HJ magazine ed infine J sono le ultime versioni della nostra era digitale, aggrappata per quel che si può alla tradizione.
Guidando i suoi fanti all’assalto qui moriva da prode.
Così il cippo sul Monte Interrotto che ricorda Benigno Dalmazzo, il centravanti bianconero con il fiuto del goal.