Betty Cook. Sfidare l’oceano e conquistare il mondo

1974, al giro di boa dei cinquanta anni, Betty Cook prende in mano il suo futuro e si siede per la prima volta al timone di un motoscafo da corsa. Nel giro di pochi anni sarebbe diventata la prima donna a vincere un titolo mondiale in uno sport al tempo pensato per soli uomini
 Giulia Colasante
Betty Cook

Nata come Betty Young nel 1923, Betty Cook aveva alle spalle una formazione che,  con la laurea con lode al Massachusetts Institute of Technology in un’epoca in cui le donne nelle discipline scientifiche erano una rarità, non lasciava immaginare una futura carriera tra le onde  dell’oceano. Trasferita in California con il marito Paul Cook fu lì, quasi per caso, che la coppia iniziò ad avvicinarsi al mondo della motonautica offshore. Nessuno, in quel momento, avrebbe potuto immaginare che quella donna minuta – poco più di un metro e sessanta per una cinquantina di chili – sarebbe diventata una delle figure più rispettate nella storia di questo sport.

Un debutto a 51 anni, un record al primo colpo

La storia di Betty Cook come pilota comincia tardi, tardissimo per gli standard di uno sport estremo come l’offshore: la sua prima vittoria arriva nel dicembre 1974, a Long Beach, in California, alla guida di Mongoose, un Bertram di 32 piedi. Non fu una vittoria qualunque: Betty guidò in testa quasi per l’intera gara, chiudendo con una media di 67,9 miglia orarie e firmando un nuovo record del percorso. Aveva 51 anni. Da quel momento, la sua carriera non si sarebbe più fermata.

Il 1977 segna la svolta definitiva

Betty Cook conquista il Bushmills Grand Prix di Newport, in California, diventando la prima donna della storia a vincere una gara offshore nazionale di rilievo. Ma è solo l’inizio: poche settimane dopo, sfidando onde alte fino a due metri e mezzo al largo di Key West, in Florida, porta a casa il titolo mondiale, diventando la prima donna a vincere un campionato del mondo di motonautica offshore in uno sport che fino a quel momento era stato un dominio esclusivamente maschile. Al suo fianco, in molte di queste imprese, il co-pilota John Connor, con il quale diede vita a un sodalizio sportivo destinato a durare per anni.

Il coraggio oltre il dolore

C’è un episodio che, più di ogni trofeo, racconta lo spirito di questa donna. Pochi mesi dopo la vittoria di Newport, a San Francisco, Betty guida dalla partenza al traguardo nonostante avesse le costole incrinate. Il mare offshore non fa sconti a nessuno, tantomeno a chi soffre: eppure lei tiene il timone, resiste al dolore e vince ancora. È in momenti come questo che si misura la vera statura di un’atleta, ben oltre i numeri e le classifiche.

Il 1978 è un altro anno straordinario

Betty Cook trionfa nella storica Cowes-Torquay-Cowes, in Inghilterra, una delle gare più prestigiose e temute del calendario offshore mondiale, affrontando le acque spesso agitate del Canale della Manica. Nello stesso anno diventa la prima donna a completare in un solo giorno la durissima San Felipe-La Paz, 580 miglia lungo le coste della Baja California, mantenendo una media superiore alle 50 miglia orarie. Sempre nel 1978 conquista anche il titolo statunitense dell’American Power Boat Association, il primo di tre che arriveranno nella sua carriera, insieme a quelli del 1979 e del 1981.

Il bis mondiale e la consacrazione

Nel 1979 arriva il secondo titolo mondiale, ottenuto questa volta a Venezia, in Italia, a testimonianza di quanto la carriera di Betty Cook avesse ormai assunto una dimensione internazionale. Al termine della sua carriera agonistica, conclusa nel 1982, il bilancio è impressionante: diciassette vittorie in gare offshore, due titoli mondiali UIM e tre titoli nazionali americani. Un palmarès che, ancora oggi, resta un punto di riferimento nella storia di questo sport.

Kaama, la barca diventata un mito

Il nome che più di ogni altro resta legato a Betty Cook è quello di Kaama, lo Scarab di 38 piedi che pilotò in molte delle sue imprese più celebri, insieme al precedente Mongoose e a un Cigarette di 36 piedi. Kaama non era soltanto un’imbarcazione da competizione: era anche il nome della sua azienda, attraverso cui Betty gestiva la propria attività di corse come un vero e proprio mestiere, non come semplice hobby di una facoltosa appassionata. Decenni dopo, restaurata con cura da collezionisti innamorati della sua storia, quella stessa barca sarebbe tornata a solcare le acque, riportando alla luce la memoria di una delle imprese sportive più straordinarie del Novecento americano.

Un’eredità che continua a navigare

Nel 1990 un tumore si porta via Betty. Sei anni dopo, nel 1996, viene inserita nella Motorsports Hall of Fame of America, un riconoscimento che ne ha consacrato per sempre il posto nella storia dello sport motoristico. La sua eredità più grande non sta però soltanto nei trofei o nei record, ma nell’aver dimostrato, in uno sport duro e apertamente maschile, che il coraggio e la determinazione non conoscono età o genere.
Una donna che si è seduta al timone per la prima volta a 51 anni e che, in meno di un decennio, ha riscritto le regole di un intero sport, merita di essere ricordata non solo per la grande pilota che è stata, ma anche come una pioniera capace di aprire la strada a tutte le donne che sarebbero venute dopo di lei.

 

Giulia Colasante si affaccia al mondo nell'ultimo anno del secolo scorso, in tempo per sentirne raccontare in diretta, abbastanza per rimanerne incuriosita. Giornalista pubblicista, laureata in Filosofia e in Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione, continua a studiare il futuro che attende lei, ma anche un po' tutti gli altri.

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