Quando Don Paolo e la Parrocchia iniziarono i lavori nello “sterrato” che c’era accanto al campo Patti nessuno poteva immaginare che sarebbero sorti dei campi da tennis in terra rossa, addirittura due , nel tempo diventati poi quattro. . Nessuno lo poteva immaginare perché una cosa del genere in borgata non solo non si era mai vista, ma proprio non ci pensava nessuno. Quelli erano gli anni del tennis sport d’élite, altra gente, altri campi, altri quartieri. Il tennis si giocava ai Parioli, all’EUR, al Foto Italico, per noi, abituati al massimo a tirare calci al pallone e quasi sempre in mezzo alla strada, geografia umana e sociale inarrivabile.
Don Paolo, come sempre
Fatto è che a Don Paolo, abituato a guardare oltre, di tutto questo non importava nulla. Tra curiosità e attesa, i campi li fece e ne affidò la gestione, o perlomeno qualcosa di simile, a tre di noi, tre ragazzi, Angelo, Tonino e Mario, per i quali il minimo dovuto è un sempiterno grazie. Accadde così che piano piano che la terra rossa dei campi iniziò a popolarsi di sagome bianche. Bianche, già. Oggi è tutto diverso, il tennis è diventato variopinto, i tennisti per scelta e per ragion di sponsor di bianco non hanno neanche più l’impugnatura della racchetta. Il bianco però, ve lo assicuro, al tempo il bianco da noi ha portato uno stile e un’eleganza che sicuramente non sono il solo a ricordare. Probabilmente neanche il solo a rimpiangere. Non parliamo delle scarpe, poi. Nulla a che vedere con la fantascienza di oggi, ovviamente bianche anche quelle e assolutamente a pianta liscia così da non rovinare il campo. Quali? Ovviamente Superga e se a qualcuno andava di lusso, allora Adidas Stan Smith.
I primi scambi
Passato lo stupore iniziale, il tennis prese piede fino a diventare frequentato al punto di veder prendere il via i primi tornei amatoriali, sempre organizzati grazie ai tre ragazzi di cui sopra. La cosa bella non furono i tornei in sé, ma che in tanti vestiti al meglio e armati di pesantissime racchette di legno – chi ha dimenticato le Dunlop Maxima? – vollero provare. È stato così che non solo sui campi, ma anche nelle chiacchiere dei bar e della Parrocchia entrarono argomenti inesplorati, tipo set, game, match, oppure il gomito del tennista e persino disquisizioni sulla durezza, ma anche sulla durata assicurata, delle palle Tretorn.

Dentro e fuori i campi
Sul campo invece comparve, per noi con novità assoluta, l’acqua minerale e apprezzatissima fu la mancata necessità dell’arbitro; il punteggio infatti era condiviso, accettato di suo e praticamente nessuno chiamava fuori palle che invece erano dentro di qualche centimetro oppure dentro palle andate oltre linea. Buon sangue non mente però e così, mentre in campo si sfoggiava stile a mani basse, a bordo campo fioccavano commenti coloriti. “Tireje er cappello” dopo un passante, oppure “manco si te ce arrampichi ‘a pij qua smorzata” e ancora “…a te non so’ l’anni che te fregheno…so i spaghetti”. Insomma, borgata oblige.
Il tennis di Alberto
L’aneddoto più carino e che merita di essere raccontato vide come protagonista Alberto, nella vita reale un manovalaccio di forza non comune, ma non proprio portato all’agilità. Un certo giorno Alberto decise di provare questo tennis che tanto andava di moda e di prendere qualche lezione. Superata la difficoltà di trovare l’abbigliamento adatto che, se non ricordo male, comprò in un negozio dalle parti di San Giovanni, all’ora fissata Alberto si presentò davanti al maestro. Le prime lezioni volarono tra postura e impostazione, ma dopo qualche settimana arrivò il tempo di passare alla lezione vera e propria.
Il dopo tennis di Alberto
“Albe’…come è annata la lezione di tennis di ieri?” chiese il solito amico del bar.
“Insomma, non molto bene. Era la prima volta che provavo a giocare davvero e allora er maestro s’è presentato sul campo co’ un cesto de palle da tennis bianche grosso così e ha cominciato a tiralle verso de me una alla volta. Te l’ho detto oh… un cesto de palle grosso così, guarda ‘ste braccia, ‘e vedi? Ecco così, ste palle erano infinite. N’avessi presa una co’ la racchetta. Daje e daje, tira e tira, alla fine lui s’è messo a ride’. Che te lo dico a fa’? Io nun c’ho visto più e gli ho urlato ‘la palletta nun la cojo perchè nun la cojo, ma si la cojo te passo da parte a parte a str…!!’ ”.
Alberto e gli altri
Alberto smise di prendere lezioni, il maestro non fu passato da parte a parte, ma la storia di Alberto e il tennis diventò un classico dei racconti di bar. Tanti, tanti altri, ragazzini e anche ragazzine che combattevano con le gonnelline troppo corte, hanno invece continuato e hanno imparato a giocare. Io credo però che lì, su quei campi, abbiano imparato anche qualche altra cosa che nella vita gli sarà tornata utile forse più del tennis: l’eleganza del gesto, della misura e persino della precisione, che ha un’eleganza tutta sua.
Dove? Su una terra rossa in borgata.