sabato, 28 Maggio 2022

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Silvano Abba, l’eroe del pentathlon moderno

Silvano Abba, l’eroe del pentathlon moderno
Roberto Amorosino
La storia epica di Silvano Abba, primo italiano sul podio olimpico nel pentathlon moderno, ufficiale del Savoia Cavalleria caduto sul fronte russo nella leggendaria carica di Isbuschenskij, Medaglia d'Oro alla memoria.

Credo di essere stato l’unico ad aver pensato a Silvano Abba la sera del 6 aprile 1974 quando un quartetto svedese – non i fratelli Pettersson, solo i malati di due ruote mi seguono qui – si imponeva all’ Eurovision Song Contest, la competizione musicale di nuovo a noi cara dopo la vittoria dei Måneskin a Rotterdam 2021.
Gli Abba, pensai con uno di quei voli acrobatici da far impallidire Pindaro, cantano Waterloo dove la cavalleria era stata protagonista in battaglia, e Silvano Abba cosa è stato se non un grandissimo cavaliere. Curioso, no?
Agnetha e (soprattutto) Frida bucano il mio Grundig in bianco e nero e cavalcano la mia fantasia, mentre disegno cuori, sogno viaggi in interrail e nella testa ronza quel motivo che dalla testa non se ne va più.

Solo anni dopo, senza voler colpevolizzare la prof di inglese, scoprii che The history book on the shelf/ Is always repeating itself non era poi malaccio come verso e soprattutto che Abba era l’acronimo della prima lettera del nome dei quattro: Agnetha, Björn, Benny e Anni-Frid.
Ora che è passato tanto tempo, mi sento di perdonare la Grimaldi – non l’intera scuola pubblica – ed anche la Finlandia che regalò ai parenti coltelli nordici i punti decisivi per relegare la nostra Gigliola Cinquetti al secondo posto. La Svizzera, per dire, si guardò bene da dimostrare medesima carineria. Vabbè, torniamo a noi con un passo indietro anzi due. 

Silvano Abba

La 457

La figurina numero 457 dei Campioni dello Sport (edizioni Panini 1968/69) è proprio il Capitano Silvano Abba, la meravigliosa medaglia di bronzo del pentathlon moderno ai Giochi di Berlino ’36.
L’oro al valor militare è postumo dopo la sua morte del 24 agosto 1942, quota 213 di Isbuschenskij, fronte russo.
Comandante di squadrone, mentre altri reparti agivano a cavallo, si trovò appiedato con i suoi ad affrontare munite posizioni avversarie. Conquistata la prima linea dopo un furioso corpo a corpo, avanzò ancora nonostante le ferite contribuendo in modo decisivo all’esito vittorioso di un’epica giornata.Nell’ultimo superbo scatto, colpito per la seconda volta, a morte, cadeva da prode sul campo. Fulgido esempio di eroismo e di ogni virtù militare.
Recita così la motivazione della Medaglia d’Oro e se il linguaggio vi può apparire stentoreo, provate a immaginare l’inferno di Isbuschenskij, sicuramente sarete ancora lontani dalla realtà.

Il Savoia Cavalleria a Isbuschenskij

Parliamo della storica, per certi versi leggendaria ultima carica di cavalleria condotta da unità del Regio Esercito contro truppe regolari.
Il reggimento è il Savoia Cavalleria, 700 uomini che attendono l’alba dopo aver bivaccato nel bel mezzo della steppa, non lontano il gelido Don. La luce svela il piano nemico, italiani accerchiati da forze sovrastanti, tre battaglioni di fanteria siberiana per 2500 uomini armati di tutto punto, mitragliatrici e mortai. Le prime schermaglie portano presto a scontri sempre più veementi fra le fazioni, ad un tiro di scoppio una dall’altra. Il tempo, il divario di mezzi e di forze, tutto sorride ai sovietici.

Savoia Cavalleria

Il Colonnello Bettoni Cazzago rompe allora gli indugi ed ordina al 2′ squadrone la carica con i destrieri.
A ranghi serrati, stendardo alto e soprattutto sciabole sguainate l’attacco di cavalleria spiazza i sovietici, scompaginati e costretti a ripiegare. Dopo una seconda carica, altrettanto decisa, l’azione di rinforzo del 4′ squadrone, ancora di successo ma fatale al Capitano Abba colpito da una raffica di mitra. L’orologio non segna ancora le 10 quando il combattimento si smorza con i sovietici allo sbando e perdite quasi dieci volte superiori alle nostre. L’audacia dell’azione consente alle posizioni italiane di riordinarsi sul territorio, anche se a gioco lungo all’aldilà del Don le cose presero un’altra piega.

Berlino 1936

Silvano Abba di Rovigno, la bellissima Rovigno, dove ancora le pietre parlano italiano.
Silvano Abba che a Berlino ’36 era giovane sottotenente a rappresentarci in una disciplina dove solo i tedeschi potevano pensare di sfidare il predominio svedese, loro 13 delle 15 medaglie assegnate sino a quel momento nel pentathlon olimpico.

Il nostro aitante venticinquenne si impone nella prima prova di equitazione, i 5000 metri di cross country davanti al tedesco Gotthard Handrick e al belga Raoul Mollet
Il tedesco domina la seconda prova di scherma con Silvano Abba quindicesimo, e quindi solo quinto nella generale. 
Al poligono di Ruhleben con 200 colpi a centrare sagome mobili con sembianze umane, per la terza prova, il migliore è l’americano Charles Leonard a strabiliare con un 200/200 senza precedenti. Il tedesco e l’italiano confermano le posizioni prima della quarta prova in acqua, i 300 stile libero ad appannaggio dell’altro tedesco Lemp, irrimediabilmente lontano però dalla zona medaglie.

L’allora ancora tenente Silvano Abba rosicchia una posizione ritrovandosi ad un passo dal bronzo prima dell’ultima, decisiva prova: i 4000 metri di corsa campestre sul prato da golf di Wannsse. Fra lui e la consacrazione, la leggenda svedese Sven Thofelt, oro di Amsterdam ed ai piedi del podio quattro anni prima. Contro ogni pronostico, Silvano Abba, tanto generoso quanto lucido a distribuire le energie residue, la spunta.

Sivano Abba podio 1936

È la nostra prima volta nel pentathlon moderno, dovranno trascorrere 48 anni per tornare sul podio nel drammatico finale di Los Angeles con Daniele Masala oro e Carlo Massullo bronzo.

La prestazione  merita il dettaglio.

Nei cinque km a cavallo Silvano Abba infligge 7″ al secondo; nella spada 40 assalti alla prima stoccata con 17 vittorie e 9 pari; al tiro 188/200 e menzione speciale per il quinto posto di Ugo Ceccarelli 190/200; quattordicesimo nel crawl con il tempo di 5’13″8, ed infine 5. 14″11’2 per il quinto posto nella corsa infliggendo 4″ all’argento Leonard, 30″ all’oro Handrick e 1’05” a Thofelt, medaglia di legno e poi per una vita presidente federale.

L’epica

La pentadisciplina, fortemente voluta da De Coubertin ed introdotta a Stoccolma 1912, raffigura la missione di un soldato a cui viene affidato il compito di consegnare un messaggio.
Parte a cavallo, non il suo ma il primo che trova, fino a quando non è costretto ad affrontare un duello a colpi di spada per poter continuare il viaggio. Riesce ad uscirne fuori ma, di nuovo intrappolato, è costretto a difendersi a colpi di pistola, attraversare il fiume a nuoto per poi, finalmente, arrivare a destinazione non prima di aver percorso un lungo tratto di corsa nella foresta.

L’epica romantica del pentathlon moderno è più forte del logorio di un mondo moderno che non ha quasi più messaggi.
L’epica straordinaria della vita vissuta da Silvano Abba: dalla gloria di un giorno a Berlino a quella eterna sull’ansa del fiume Don.
Un’epica da tenerci stretta.

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, collaboratore de Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male.

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