Giuliano Sarti a Mantova, Luis Arconada sulla punizione di Platini, Loris Karius con il Real. Ingiusto citare tre episodi nella memoria di differenti generazioni, meglio andare ancora più indietro nel tempo e trovare da dove viene l’espressione impietosa che per gli italiani riassume lo svarione clamoroso dell’estremo difensore. Vittorio Faroppa è torinese doc. Classe 1887. Il fratello Luigi, sei anni di più, ha sempre il pallone tra i piedi e non vede l’ora che il piccolo sia in grado di ritornare il passaggio, o meglio ancora, stare buono buono in porta che poi altro non è che i due cappotti arrotolati alla meno peggio. Vittorio cresce bene, agile e scattante come si richiede nell’interpretazione del ruolo nel calcio dei pionieri. Afferra la palla e rilancia al volo più rapido possibile. Il suo modello è Mario De Simoni della US Milanese, è lui a difendere i pali della nazionale nelle prime partite internazionali.
Dalla Virtus Crocetta alla Nazionale
Non ha ancora vent’anni quando la Virtus, la squadra della Crocetta, si assicura le prestazioni del giovin Faroppa. Il tempo di fare esperienza in partite ufficiali e il fratellone, Faroppa I per l’almanacco, lo porta con sé al Piemonte FC che, tra il 1910 ed il ’14, colleziona cinque campionati di prima categoria, la massima serie dell’epoca. Luigi allena, Faroppa II para e sempre molto bene. Luigi entra nell’organico FIGC, prima come consigliere e poi nella commissione tecnica e questo, forse, agevola l’attenzione che il fratello riceve dal commissario tecnico Umberto Meazza.
Italia vs Francia
Siamo nel 1912, è il 17 marzo e c’è da affrontare la Francia, avversario due anni prima del nostro esordio assoluto, quel bel 6-2 all’Arena di Milano con il beniamino Pietro Lana, tre timbri sul tabellino. Amichevole stavolta, ma di lusso, ben seimila sulle tribune, è il Filadelfia della sua Torino e per Vittorio Faroppa c’è la prima convocazione e poi la maglia da titolare in nazionale. Con lui al battesimo azzurro ci sono Sala del Milan, Milano II e Rampini della Pro Vercelli ed il genoano Mariani. È una partita piena di ribaltamenti di gioco, noi sempre ad inseguire, per ben tre volte capaci di raddrizzare il risultato: 0-1 e poi 1-1, 1-2 e poi 2-2, ancora sotto 2-3 e Rampini fa 3 pari al minuto 58. Non finisce qui, Fernand Faroux segna ancora e la Francia la porta a casa, 3-4, è la nostra seconda sconfitta interna della giovane storia dopo quella a opera dei magiari (0-1 a Milano, gennaio 1911). Destino incrociato: sia per Vittorio Faroppa che per Faroux questa sarà l’unica partita nelle rispettive nazionali. Per il francese da ricordare, per il nostro da dimenticare.

La papera
Senza giri di parole, Umberto Meazza indica il povero Faroppa II come unico responsabile della disfatta. Non che il pubblico non se ne fosse reso conto, almeno tre reti sulla coscienza, ma un’accusa così “tranchant” – per dirla con i vincitori – lascia di stucco i cronisti. Meazza alza la voce: “Con quei piedi larghi e così goffo, mi è sembrato una papera“. Una giornata no fatta di uscite avventate e disattenzioni, con la sorte a chiudere gli occhi e i francesi a entrare duro che tanto il fallo sul portiere è lontano da essere una regola applicata. Faroppa II scuote la testa, incassa quattro reti e le critiche, non può certo sapere che è stata sdoganata un’etichetta incubo di tutti i portieri blasonati e non ad ogni latitudine. Chiede e ottiene di cominciare a giocare fuori dai pali; fa la mezzala nella prima uscita dopo il disastro (Piemonte v Andrea Doria). Ritorna tra i pali con la maglia della Juventus, solo sei presenze e anche qui finale amaro con cinque palloni nella rete, ma si sa il Genoa è una schiacciasassi in corsa per il settimo titolo.
La vita continua
Alla porta di Vittorio, come per tutti gli italiani, bussa la guerra. È bersagliere nella Prima, mentre nel secondo conflitto chiede e ottiene di partire volontario – nonostante i cinquanta e passa anni – con il grado di tenente colonnello e il riconoscimento di cavaliere del Regno d’Italia. La patria davanti a tutto, ma il calcio a ridosso. Allena dove e può lavorare con le sue idee, sale in B con il Siena, ma fa bene anche a Grosseto, Genoa (promozione in A, ma lui lascia prima), Alessandria, Udinese ed infine Aosta (1948-’49).
A ognuno il (sopra)nome
Yashin il ragno nero. Banks of England. Zamora il divino. Planicka la rondine boema. Packie Bonner. Chiquito Mazurkiewicz. El dragon Canizares. El loco Gatti. Il benzinaio Preud’homme. Tyson Peruzzi. SuperDino e Superman Buffon. Mille portieri, mille soprannomi. C’è anche un papero (“Pato”), il magnifico Ubaldo Fillol per i piedi alle dieci e dieci. Ma solo Vittorio Faroppa II passa alla storia per “la papera”. Era tanto tempo fa, era calcio vero senza social e replays. “È andata così, porta pazienza, Pony*”.
* il suo soprannome da giovane
[Vittorio Faroppa Torino, 29.8.1887-Torino, 11.11.1958]