Cinquant’anni orsono, mezzo secolo fa, nasce il “cucchiaio” e la storia, rispettabilissima e interessante della cucina e della gioia di stare a tavola non c’entra nulla. Il cucchiaio protagonista è sul rettangolo di gioco, il prato verde che regala emozioni e sussulti, gioie e dolori, del campo di calcio. “Chef d’eccezione” e pioniere assoluto di questa specialità, del football però, è stato Antonín Panenka detto “Toni”. Nato a Praga il 2 dicembre 1948, già calciatore e allenatore, oggi è il presidente del Bohemians 1905. Società calcistica con squadra che milita nella prima divisione del campionato ceco, il Bohemians 1905, noto fino al 2005 come Bohemians Praga e fino al 1927 come AFK Vršovice, ha sede a Praga, nel quartiere di Vršovice. Nato prima di Sparta Praga, Slavia Praga e Dukla Praga, il Bohemians 1905 vanta uno “scudetto”, quello vinto nella serie A cecoslovacca del 1982/83. Ad onor del vero, per titoli è la quarta squadra della capitale della Repubblica Ceca, e capitale della fu Cecoslovacchia (dal 1918 al 1939 e dal 1945 al 1992). E nella bellissima, suggestiva, “città delle cento torri”, attraversata dal fiume Moldava, tra edifici barocchi colorati, chiese gotiche e, soprattutto, un orologio astronomico medievale, unico al mondo, che dà spettacolo allo scoccare di ogni ora, Antonín Panenka detto “Toni” guida la società dove ha mosso i primi passi da calciatore prima di emigrare in Austria, e dove si è cimentato anche da allenatore.

Oggi l’inventore del cucchiaio è presidente del Bohemians 1905
Panenka è il numero uno di un sodalizio rifondato grazie ai suoi sostenitori che hanno portato avanti una lunga battaglia. Azioni legali ma anche manifestazioni di protesta da parte di tifosi passati alla storia proprio per il loro grande attaccamento a quella che da sempre è definita “la squadra dei canguri”, grazie ad un logo che omaggia l’Australia. L’orgoglio di chi ha amato e ama la squadra praghese quarta per titoli ma prima per nascita, è servito anche a salvare lo stadio “Ďolíček”, sul quale sarebbe dovuto sorgere un centro commerciale e che, invece, grazie al cuore dei “klokani” (canguri) continua ad essere la loro casa grazie al particolare affetto da parte dei tifosi. A metà degli anni duemila, infatti, i sostenitori dei Bohemians condussero una lunga battaglia, sia sul piano legale che con azioni di protesta, che consentì la rifondazione della società e il salvataggio dello stadio Ďolíček, sul quale sarebbe dovuto sorgere un centro commerciale e che, invece, ancora oggi ospita le gare interne della loro squadra del cuore, che ne ha anche rilevato la proprietà.
Panenka guida i canguri di Praga con un marsupiale nello stemma
I “canguri” sono tali da quasi un secolo (era il 1927), da quando l’Australian Soccer Association invitò varie squadre europee a fare un tour in Oceania per promuovere il calcio. Altra epoca, altre condizioni, altre infrastrutture. E così tempistiche e condizioni di viaggio di allora portarono la maggior parte delle squadre del vecchio continente a declinare l’invito. La maggioranza, ma non tutte. Unica ad accettare l’invito fu l’allora AFK Vršovice, che proprio per quell’occasione cambiò il nome in Bohemians (ovvero i boemi) dando così modo ai padroni di casa di capire la loro provenienza. Una vera e propria “spedizione” con i cechi che in Australia rimasero diversi mesi, e che fu apprezzata dagli amici d’oltreoceano, tanto che per il ritorno in terra boema vennero fatti dono di due esemplari di canguro da far crescere in patria. I due marsupiali vennero affidati all’arrivo nello zoo cittadino, mentre alla storia, al blasone e alla successiva tradizione dei Bohemians venne consegnato il legame indissolubile con l’Australia, sancito dallo stemma del club, un marsupiale, un canguro, presente unicamente in quelle terre. Era il 1402 quando il magico (e pedonale) Ponte Carlo, cartolina inimitabile di Praga, fiancheggiato da statue di santi cattolici, venne completato e destinato a simbolo della capitale ceca.

1976: nell’anno in cui nasce Totti c’è il primo cucchiaio del calcio
Era il 1976 quando l’allora Cecoslovacchia vince il campionato europeo di calcio nell’allora Jugoslavia, battendo in finale l’allora Germania Ovest ai tiri di rigore. La finale venne disputata a Belgrado. 2-2 dopo i tempi supplementari e poi i tiri dal dischetto. Era il 1976, stesso luogo, stessa partita, quando Antonín Panenka detto “Toni” volontariamente o no, consapevole o meno, decide di passare alla storia, consegnare la sua carriera e quel penalty al mito, alle enciclopedie del calcio, ai racconti che fanno del football qualcosa di più bello e unico delle cervellotiche analisi tattiche, delle ricostruzioni di gesti che, prima o poi, se ne renderanno conto anche i professoroni delle telecronache, sono spontanei, a volte casuali, e non sempre provati in allenamento. Francesco Totti che proprio nel 1976, nasceva da sua madre, Fiorella, che dava il secondo figlio a papà Lorenzo, detto Enzo, durante un altro campionato europeo di calcio, quello del 2000, ospitato da Belgio e Paesi Bassi, nella semifinale Italia contro Olanda, prima di battere il tiro dal dischetto durante la lotteria dei calci di rigore che avrebbe portato gli azzurri alla sfortunata finale persa contro la Francia per 2-1 per un maledetto “golden gol”, infame regola che ha avuto vita breve, confidò ai suoi compagni di squadra Luigi Di Biagio e Paolo Maldini prima di tirare (e segnare) “Mo je faccio er cucchiaio”. Il suo romanesco annuncio che avrebbe fatto “il cucchiaio” al portiere avversario Edwin van der Sar, come simbolo di audacia e coraggio, ma anche lezione di calcio, seguiva di ventiquattro anni quello del suo “fondatore” Antonín Panenka che, come detto, lo scodellò qualche settimana prima che il campione della Roma venisse al mondo. La finale tra la Cecoslovacchia e la Germania finisce ai rigori e già questo poteva bastare come impresa. Ma a Panenka non basta, vuole andare oltre. Già da qualche tempo, un paio d’anni, era solito calciare i rigori appoggiando il suo sinistro dolcemente sotto la palla. Una sorta di pallonetto che gli riusciva in allenamento contro il suo compagno di squadra, il portiere, Zdenek Hruska, e da allora calciava spesso i rigori in quel modo, e a Belgrado non volle tirarsi indietro dinanzi alla possibilità di sbalordire il mondo. Ma essendo calciatore umile non ha mai voluto irridere l’avversario spiegando che non voleva rendere ridicolo il portiere tedesco Sepp Maier ma “era semplicemente – ha raccontato – il tiro più facile”. La cronaca di quella finale racconta di un match tra la Germania campione del mondo in carica, che rimonta due gol, il secondo nei minuti conclusivi e i tiri dal dischetto inesorabili dopo che il 2-2 era risultato che non si schiodò più nonostante i tempi supplementari. Ai rigori Uli Hoeness calcia alto, poi tocca a lui, Toni Panenka, rincorsa lunghissima, attesa di chissà quale potente bolide, e invece, morbido tocco sotto il pallone e il primo cucchiaio della storia diventa leggenda.
Pelé ha definito Toni Panenka “un folle o un genio”
“Solo un folle o un genio poteva tirare in quel modo” disse di lui il grande Pelé che all’epoca del cucchiaio era ancora calciatore, nelle fila dei Cosmos statunitensi. “Antonin Panenka è sempre stato controcorrente, anche nella scelta della squadra, poiché evitò accuratamente il Dukla Praga, la squadra dell’esercito, dove si doveva passare obbligatoriamente durante il servizio militare – si legge nella descrizione che gli ha tributato l’associazione calciatori italiani – Era un bohèmien e nel Bohemians ci stava davvero bene, flemmatico e creativo. Tutta classe, ma lento come molti piedi buoni dell’epoca”. E nonostante il grande rischio di un errore per aver calciato in quel modo poteva costargli, finanche al fatto di dover tornare a fare il tornitore nella Cecoslovacchia di quegli anni, Panenka ha firmato un gesto indelebile cinquant’anni fa. Un gesto che lo ha immortalato per sempre, se si cerca “cucchiaio” in parentesi come sinonimo viene indicato proprio “panenka”, come la “zona Cesarini” dedicata a Renato Cesarini che segnava sempre nei minuti finali. E Panenka ha dato anche il nome ad un mensile spagnolo di calcio e cultura. Un modo per omaggiare chi ha inventato qualcosa nel calcio, Amedeo Biavati il doppio passo, Unzaga la prima rovesciata, Infante la rabona e Panenka Antonín detto “Toni” il cucchiaio. “Funziona nel novanta per cento dei casi – ha raccontato ancora una volta, di recente, già nei panni di presidente – perché nessun portiere o quasi sta fermo, senza buttarsi”.
Garrincha Edizioni: “Panenka e la storia cambiò”
A Panenka “Garrinchia Edizioni” (casa editrice del brand editoriale “Marotta&Cafiero”) con la direzione editoriale di Giovanni Salomone dove “si scrive di calcio come Garrincha dribblava gli avversari, non la cronaca ma l’atmosfera” quel collettivo di scrittori magici che racconta come in un abbecedario il gioco più bello del mondo, fatto di storie di pallone reali e fantastiche, non poteva mancare un libro su “Toni” dal titolo “Panenka e la storia cambiò” scritto da Maite Iervolino e pubblicato all’interno della collana “Le Figurine” un paio di anni orsono.
“La storia di un amore sospeso a fare da sfondo alle gesta di Antonín Panenka, una biografia e vite narrate in un racconto potente e nostalgico attraverso la voce narrante del protagonista, Martin, che non riesce ad esistere completamente senza Eva – questa la presentazione dell’opera firmata Garrincha Edizioni – Un racconto che, a partire dagli anni Settanta, si distende nei decenni, a quasi cinquant’anni da quel magico 1976 per la Cecoslovacchia e per la storia del calcio del Novecento che grazie a Panenka cambiò. Maite Iervolino, profonda conoscitrice della cultura cecoslovacca, delinea i tratti del campione di Praga calandolo nell’atmosfera affascinate e suggestiva degli anni Settanta ad est attraverso una ricostruzione storica e sociale che restituisce momenti, situazioni e vissuti di un tempo che non c’è più. Un mondo spesso sconosciuto al lettore italiano che immortala il leggendario ‘cucchiaio’ ed allo stesso tempo va oltre”.
1976 il primo cucchiaio, cinquant’anni dopo, 2026 si chiama ancora “la panenka”.