Galveston, Texas, 1865, 19 giugno. La guerra civile è finita, i soldati blu dell’Unione entrano in città e con loro arriva il Proclama di Emancipazione: sulla carta 250.000 neri texani non sono più schiavi e si immaginano liberi.
Tredici anni dopo la sostanza non è cambiata molto; i democratici sono tornati saldamente al potere, da un paio di anni sono in vigore le Jim Crow laws che regolano la segregazione razziale nel principio del “separati ma uguali”, il KKK fa quello che vuole e la discriminazione è moneta corrente.
Henry Johnson è un ex schiavo, lavora come bidello, sposa Tina, lavandaia ed ex schiava anche lei. I due guardano al futuro con dignità, prendono casa sulla Broadway nel “distretto misto” della città e fanno figli, tanti, sei o forse nove secondo alcune fonti. Il secondo di loro – o forse il terzo perché anche qui le fonti non coincidono – nasce il 31 marzo del 1878. Partorire Arthur John non credo sia stata proprio una passeggiata, il ragazzino che bussa alla vita è già più robusto della media. Potrebbe essere tutto qui, ma non è così. Presto il ragazzino si farà chiamare Jack.
Presto il ragazzino per tutti sarà Jack Johnson.
Una vita come tante
Non solo strada, ma anche scuola, non troppa però. Cinque anni, qualcosa tipo le nostre elementari e poi a lavorare perché bisogna aiutare a casa. Ragazzo di fatica in una barberia, in un forno, pin boy in una sala gioco; pochi dollari e un futuro che promette solo una vita a debito. A 12 anni tutti però hanno diritto ad altri sogni. Tra Galveston e New York corrono 2.650 km, ma Jack non se ne preoccupa, lui vuole conoscere Steve Broodie, immigrato irlandese famoso perché qualche anno prima è saltato giù dal ponte di Brooklyn e suo idolo. Il viaggio è pieno di colpi di scena, lavori occasionali e grandi fortune, tipo sopravvivere all’attacco di uno squalo mentre per guadagnare qualche dollaro fa il pescatore di spugne a Key West. Alla fine a New York ci arriva imbarcato come sguattero di cucina su una nave. La Grande Mela però non gli offre una vita scontata; Jack campa alla giornata, dorme e mangia quando può e dove capita, ma grazie a qualche incontro fortunato riesce a conoscere Broodie. A missione compiuta Jack prende la via di Boston dove la vita gli bussa forte un’altra volta; assoldato in una scuderia per i soliti lavori di fatica riservati ai neri, cade da cavallo, si rompe la gamba destra ed è costretto a settimane di ospedale. Quando esce gli amici gli pagano il biglietto e lo mettono sul treno per Galveston dove ritrova la vita di sempre. Ha poco più di 13 anni quando va a lavorare come scaricatore di porto; soprusi, risse e violenze sono all’ordine del giorno. Jack non si tira mai indietro, ne prende, incassa, colpisce e fa male, guadagna rispetto e reputazione di strada e con l’unico pensiero di portare a casa la pelle inizia a prendere lezioni di boxe. La paga da scaricatore è sempre una di quelle che promettono una vita a debito e allora via un’altra volta, destinazione Dallas. Un posto come un altro, un lavoro come un altro – verniciatore di carrozze -, ma è proprio qui che Jack incontra il suo destino.
Walter Lewis, proprietario dell’officina e pugile dilettante, parla con il ragazzo, si fa raccontare le sue storie, ne osserva il fisico già formato, ne intuisce le potenzialità, inizia ad allenarlo, gli fa fare da sparring partner e lo porta sul ring per i primi match amatoriali. Jack rimane a Dallas alcuni mesi, ma sono mesi che valgono una vita: partito con la pelle di un ragazzo abituato alle risse, a Galveston Jack Johnson torna da pugile.

The first fight
Il ring è all’aperto, sulla spiaggia la piccola folla radunata intorno freme chiassosa. Jack non ha ancora sedici quando dopo 16 round vince il suo primo incontro ufficiale da dilettante contro John Lee, pugile locale di discreta fama, e incassa una borsa di 1,50 dollari. Quello che cementerà il suo prestigio in città sarà però la rissa con Dave Pierson, uno dei più temuti capi della criminalità di strada di Galveston, un duro più grande, più grosso e più cattivo di lui. Nelle sue memorie Jack scriverà che non avrebbe mai più combattuto con tanta tenacia e ferocia come in quell’occasione e che è proprio il pestaggio di Pierson che gli fa maturare la consapevolezza che la boxe sarà il suo futuro.
La prova del nove è un match contro Bob Thompson, pugile già affermato che arriva a Galveston promettendo una borsa di 25 dollari per chi avesse resistito quattro round contro di lui. Jack non ci pensa due volte, lo affronta, “resiste a malapena” come scriverà, ma si guadagna i 25 dollari in palio. Visto che gli ci vorranno due settimane prima di rimettersi in piedi e poterli spendere, c’è da credergli quando dice che quelli sono stati i dollari più faticosamente guadagnati della sua vita.
La vita è un ring
Jack rompe ogni indugio, se la vita sarà un ring, il ring non sarà Galveston. Nel 1896 decide di andare nuovamente via e lo fa come sempre: senza soldi e questa volta senza neanche una meta precisa. Springfield, Chicago, Pittsburgh. Nuove città, nuove conoscenze, qualcuna diventa anche amicizia. Per vivere fa quello che sa fare meglio, si iscrive a tornei ed esibizioni, spesso battle royal ovvero incontri tra neri per far divertire i bianchi, combatte, vince, guadagna, spende. Quando arriva a New York si propone come sparring per il peso welter Bill Quinn che si stava preparando per affrontare Joe Walcott. Non se ne fa nulla perché lui a Quinn non piace, ma sarà invece lo staff di Walcott a ingaggiarlo e che, dopo la vittoria su Quinn, se lo porta a Boston per un altro paio di mesi di sparring.
1897. L’anno del professionismo
Jack combatte, vince, ma non sempre tutto va nel modo giusto. Il primo combattimento in una città importante – terzo da professionista – è nel 1899 all’Howard Theater di Chicago contro il peso massimo John “Klondike” Haines che lo batte per KOT. Il 25 febbraio 1901, sempre a Chicago, combatte con Joe Choynski e non solo subisce un KO alla terza ripresa, ma alla quarta la polizia interrompe il mach e li arresta tutti e due per violazione di una anti-boxing law entrata in vigore in Illinois. Nessuno versa la cauzione, i due rimangono in carcere per tre settimane e diventano anche amici.

La vita corre
A inizio ‘900 “separati ma uguali” non è un’affermazione retorica, ma pratica comune. Il pugilato non fa eccezione; i pugili neri non sono ammessi a combattere per i titoli ufficiali, per loro ci sono i World Colored Championship, che si terranno sino a tutti gli anni ’30, quando il divieto sarà già formalmente venuto meno.
Il 5 febbraio 1903, a Los Angeles, dopo venti round in cui manda per cinque volte al tappeto Denver Ed Martin “The Colorado Giant”, Jack Johnson si prende il primo titolo della carriera.
In effetti nella sua biografia lui parla di un titolo precedente che guadagnato il 31 marzo 1902 a San Francisco contro George Gardner per il World’s Light Heavy-Weight Championship, ma di questo incontro e di questo titolo non c’è traccia negli annali.

1908. Il Re è nero
Il punto di svolta è però a Sidney nel 1908. Jack può finalmente competere per il titolo mondiale dei pesi massimi contro il campione canadese in carica, Tommy Burns. La borsa è di 30.000 dollari, di cui però in caso di vittoria solo 5.000 andranno a Jack – uguali sì, ma solo fino a un certo punto -. Jack ha già combattuto diverse volte in Australia, è conosciuto e apprezzato e il 26 in oltre 20.000 accorrono per assistere all’incontro che promette spettacolo. Le premesse non andranno deluse. Nonostante l’evidente disparità fisica i venti round sono combattuti, ma quando viene decretata la fine dell’incontro, Burns era ormai alla mercé di Johnson.
The Great White Hope
L’impatto della conquista del titolo mondiale da parte Jack Johnson è enorme, sul pugilato e non solo. Mentre lui continua a combattere e a vincere, prende il via una sorta di movimento d’opinione che sarà chiamato “Speranza Bianca” volto a riportare il titolo mondiale a un pugile bianco. L’alfiere della Great White Hope sarà James J. Jeffries “The boilermaker”. Le premesse c’erano tutte. Campione mondiale fino al 1905 quando, dopo sette difese del titolo, decide di ritirarsi imbattuto, Jeffries alla vittoria di Johnson reagisce dichiarando “Il canadese non sarà mai perdonato per aver lasciato il titolo dell’uomo più forte del mondo nelle mani di un uomo di razza africana“, e ancora “Io mi rifiutai più volte di lasciare che un negro avesse la chance di combattere per il titolo mondiale e avviso tutti gli altri campioni di seguire la mia stessa ideologia”.
Il 19 aprile 1909 Jeffries annuncia il suo ritorno sul ring per sfidare Johnson e il 30 novembre George Lewis “Tex” Rickard, organizzatore e promotore con grandi interessi nel mondo dello sport, si aggiudica il diritto di organizzare il match con una borsa di 101.000 dollari, la più ricca mai messa in palio prima. Lo scontro tra il campione mai battuto e il campione in carica si preannuncia epico e subito per la stampa diventa l’incontro del secolo.

1910. Indietro non si torna
Con il governatore della California che a tre settimane dell’evento ne vieta lo svolgimento, l’appuntamento si sposta a Reno in Nevada. È il 4 luglio, negli Stati Uniti non un giorno qualunque, quando 12.000 persone assistono alla sconfitta di Jeffries. Dei 40 round previsti a Johnson ne bastano 15 per far gettare la spugna ai secondi di Jeffries.
Dopo Jeffries dirà che non sarebbe riuscito a sconfiggere Johnson neanche negli anni della sua massima forma, ma nel frattempo l’esito del match provoca un’ondata di disordini razziali in tutti gli Stati Uniti che vedranno 26 morti e centinaia di feriti. Sequestrato nel 1912 e liberalizzato solo nel 1940, dal 2005 il film dell’incontro è tra quelli conservati nel National Film Registry della Library del Congresso degli Stati Uniti.

Qualcuno aveva già visto tutto
Nonostante spesso gli sportivi lo siano e si affidino anche a gesti e rituali scaramantici, Jack Johnson non si riteneva particolarmente superstizioso. Nel suo periodo californiano del 1902 gli accade qualcosa che nella sua biografia racconta con una certa dovizia di particolari. Tra i vari incontri fuori ring, Jack conosce una fortune teller che, senza sapere minimamente chi fosse lui, non solo gli dice quello che era stato con una precisione che lo lascia sbalordito, ma gli predice anche quello che sarebbe accaduto e a cui lui non avrebbe dato alcun credito se non anni dopo. È così che dalla fortune teller di Los Angeles Jack sente dire che sarebbe diventato campione del mondo, che si sarebbe sposato presto e che avrebbe avuto molte relazioni con altre donne, che avrebbe viaggiato molto, che avrebbe avuto problemi con la legge, dell’incidente con la macchina che gli avrebbe fatto rischiare la vita, delle sue malattie. Fantasie o meno, praticamente tutto quello che gli era stato predetto in effetti accadrà.
Una vita movimentata
Campione del mondo in carica fino al 4 aprile 1915 quando a l’Avana sarà battuto al ventiseiesimo round da Jesse Willard dopo aver difeso il titolo con successo per dieci volte – una anche contro Jim Flynn “The Fireman”, l’italiano di Hoboken -, una carriera che lo vedrà combattere fino al 1938 con 102 match ufficiali di 71 vinti (40 KO), 13 persi (7 KO) e 9 non assegnati, Jack Johnson ha avuto una vita movimentata anche oltre il ring.
Tre matrimoni più uno non ufficiale, una miriade di relazioni occasionali, arrestato più volte con accuse di favoreggiamento di prostituzione che lo porteranno ad alcuni anni di esilio per evitare un altro arresto, un rientro negli Stati Uniti nel 1920 per consegnarsi alla giustizia, scontare una pena in carcere e tornare uomo libero, amante del gioco d’azzardo in tutte le sue forme, appassionato di velocità, torero estemporaneo in Spagna, Jack Johnson è il paradigma di un’epoca e di un pugilato irripetibile e, nella sua unicità di campione e di uomo colmo di debolezze, ne è pietra miliare indiscussa.
Epilogo
Bella, aerodinamica, lussuosa, il 10 giugno del 1946 la Lincoln Zephyr corre su una strada della North Carolina dopo aver passato la cittadina di Raleigh. Il campione è stanco, ha 68 anni. Soprattutto è stanco di chiedersi a cosa sia servita la sua vita, a cosa i suoi pugni contro i bulli di Galveston, a cosa essere stato il primo re nero dei pesi massimi se poi quella pelle, solo pochi minuti prima, gli è servita solo a farsi rifiutare da un ristorante dove, come tutti, avrebbe voluto mangiare e pagare il conto.
Se lo chiede e ne parla con l’amico che gli siede accanto mentre la strada fugge e lui spinge sull’acceleratore.
Se ne è andato così, con questa domanda in testa, l’ultima domanda senza risposta della sua vita davanti a una curva che lo tradisce. Ferito, viene portato al Saint Agnes Hospital di Raleigh. I medici fanno il possibile, ma è lì che perde il suo ultimo match. In un ospedale per neri perché va bene essere uguali, ma non proprio sempre e dovunque.
Forse non te ne sei neanche accorto, ma in fondo, Jack, cosa vuoi che sia rispetto all’Olimpo che ti spetta?

Tutto è jazz
Miles Davis nasce con una stella diversa rispetto a quella di Jack Johnson. Nero anche lui, certo, ma nato quasi 50 anni dopo e da famiglia borghese. Le differenze contano. Prima di essere rapito dalla musica Miles era un ragazzo appassionato di boxe e il suo idolo era quello del suo tempo, Joe Louis, ma nelle vicende di Jack rivedrà molte delle sue. Poteva andare storta la vita di Miles, poteva rimanere nella gabbia dell’eroina e forse sarebbe finita così se Bobby McQuillan, un buon peso piuma vincitore del Golden Gloves a Buffalo, non avesse rifiutato di allenarlo quando Miles ventenne si presentò alla sua palestra. Lo farà solo un paio di anni dopo, nel 1954, quando Miles tornerà più pulito.
La boxe non abbandonerà mai Miles Davis, si allenerà, la praticherà a lungo e diventerà amico di campioni come Sugar Ray Robinson. Una passione di cui la sua Boxer Suites è testimonianza musicale e affettiva, così come lo è A Tribute to Jack Johnson – colonna sonora del documentario firmato da Bill Clayton nel 1970 – dove il jazz si immerge nell’elettronica e nel rock.
I giganti trovano sempre una strada da fare insieme.
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