VAR. Il dubbio dentro l’immagine

Il VAR prometteva di correggere gli errori decisivi, ma le immagini non hanno cancellato l’interpretazione. Falli di mano, contatti e fuorigioco continuano a produrre verdetti differenti e discussioni infinite. Tra precisione tecnologica e responsabilità umana, il calcio cerca un linguaggio comune per riconquistare la fiducia di chi lo vive.
 Roberto Angelini
VAR

Lo stadio trattiene il respiro. L’arbitro porta una mano all’auricolare e tende l’altra davanti a sé, quasi volesse fermare non soltanto i giocatori, ma il tempo. Sugli spalti il boato si è spezzato in un brusio. Il pallone è immobile, eppure la partita continua altrove, dentro una stanza piena di monitor.
Fino a pochi secondi prima c’era stato un gesto istintivo: un tiro, una deviazione, un corpo caduto, forse un braccio troppo largo. Adesso viene rallentato, ingrandito, isolato. Ogni fotogramma sembra promettere una verità; ogni nuova inquadratura aggiunge invece una domanda.
L’arbitro ascolta. I calciatori aspettano. Il pubblico prova a leggere il verdetto nel suo volto. Poi le mani disegnano nell’aria un rettangolo. È il segno diventato familiare di un calcio che ha chiesto alle immagini di aiutarlo a essere più giusto.

La promessa

Il VAR entra nel calcio con una promessa immensa: impedire che un errore evidente decida una partita. L’Italia partecipa alla sperimentazione fin dal 2016; nel settembre di quell’anno, durante Italia-Francia a Bari, la FIFA conduce il primo test ufficiale “semi-live”. Nella stagione 2017/18 la Serie A introduce il sistema su tutti i campi. Il 3 marzo 2018 l’IFAB ne approva l’impiego nelle Regole del Gioco, affidandogli una filosofia precisa: minimo intervento, massimo beneficio.
Non deve arbitrare di nuovo la partita né cercare, dentro ogni contrasto, una decisione migliore di quella presa sul campo. Deve intervenire sulle situazioni capaci di cambiare una gara – gol, rigori, espulsioni e gli altri casi delimitati dal protocollo – quando esiste un errore chiaro ed evidente o un episodio grave è sfuggito agli ufficiali.
I numeri raccontano che la promessa, almeno in parte, è stata mantenuta. Nel 2025 la UEFA ha indicato un aumento dell’accuratezza delle decisioni dal 97,49 al 99,60 per cento con la tecnologia e una diminuzione degli errori decisivi da uno ogni 2,4 partite a uno ogni 16. Le percentuali non cancellano le discussioni, ma ricordano che il VAR corregge molti errori prima destinati a restare.
Eppure, la promessa di ridurre l’ingiustizia, nell’immaginario collettivo, si è trasformata presto nella pretesa di eliminare il dubbio. È qui che tecnologia e calcio hanno cominciato a parlare lingue diverse.

Le immagini non fischiano

Una telecamera registra. Un monitor riproduce. Una linea stabilisce la posizione di un piede, un fermo immagine mostra se il contatto avviene dentro o fuori dall’area. Ma le immagini non fischiano un rigore. La decisione finale resta dell’arbitro.
Il protocollo protegge inoltre la scelta compiuta sul campo: perché venga cambiata, il video deve mostrare un “chiaro ed evidente errore”. È una soglia necessaria, pensata per evitare che il VAR diventi un secondo arbitro alla ricerca di una valutazione preferibile. Ma è anche la porta attraverso cui rientra l’interpretazione. Quanto deve essere evidente un errore per diventare chiaro a tutti? E se due arbitri leggono lo stesso contatto in modo differente, quale delle due letture supera quella soglia?
Per le decisioni fattuali lo spazio del dubbio è più stretto. Il pallone è dentro o fuori, il fallo avviene dentro o fuori dall’area, un attaccante è oltre la linea. Anche qui la precisione dipende dalle immagini disponibili e dal momento scelto, ma l’obiettivo è misurabile. Quando invece bisogna giudicare l’intensità di un intervento, la congruità di un braccio o l’influenza di un calciatore in posizione di fuorigioco, il video offre elementi: non consegna automaticamente il verdetto.

Uguali soltanto da lontano

È così che nascono le domeniche del confronto permanente. Un difensore tocca il pallone con il braccio e si assegna il rigore; poche ore dopo, in un altro stadio, un’immagine apparentemente simile lascia proseguire. Un attaccante cade e l’arbitro viene richiamato al monitor; altrove il VAR giudica sostenibile la decisione presa sul campo. Per il tifoso gli episodi sono uguali. Per chi arbitra cambiano distanza, velocità, movimento del corpo, intensità ed effetto sull’azione.La regola sul fallo di mano lo dice apertamente: non ogni tocco del pallone con la mano o con il braccio costituisce un’infrazione. Occorre valutare, tra le altre cose, se il gesto sia deliberato oppure se la posizione dell’arto renda il corpo innaturalmente più grande in rapporto al movimento compiuto. Parole necessarie, ma non geometriche. “Innaturale” non è una linea tracciata sul prato; è un giudizio sul modo in cui un corpo corre, salta, cade e cerca equilibrio. Anche il fuorigioco, simbolo della precisione tecnologica, contiene una zona umana. La posizione può essere misurata; l’interferenza con un avversario, l’ostruzione della visuale del portiere o l’impatto effettivo sull’azione richiedono ancora una lettura. Il confine è netto soltanto quando basta sapere dove si trova un giocatore. Diventa più sottile quando bisogna capire che cosa sta facendo e quanto quel gesto pesi sulla giocata.
Le situazioni possono apparire gemelle senza esserlo davvero. Ma può accadere anche il contrario: episodi molto simili ricevono interpretazioni differenti. Non necessariamente per malafede. Il problema nasce quando le differenze non vengono comprese o spiegate. In quel vuoto la discrezionalità sembra arbitrio e la fiducia comincia a consumarsi.

Quando il sistema perde la voce

Il 30 settembre 2023, durante Tottenham-Liverpool, Luis Díaz segna. Sul campo il gol viene annullato per fuorigioco. Le immagini controllate in sala VAR mostrano invece che l’attaccante è in posizione regolare, ma una comunicazione sbagliata — il celebre “check complete” pronunciato senza avere compreso la decisione iniziale — conferma involontariamente l’annullamento. Il gioco riprende e il protocollo non consente più di tornare indietro.
PGMOL, l’organismo degli arbitri inglesi, riconosce pubblicamente un significativo errore umano e diffonde l’audio delle comunicazioni. È un caso eccezionale e diverso dalle normali divergenze interpretative: lì l’immagine era chiara. Proprio per questo racconta bene il limite più profondo del sistema. La tecnologia aveva visto; gli uomini non erano riusciti a trasformare ciò che aveva visto in una decisione corretta.
Il VAR non è una macchina sola. È una catena di telecamere, operatori, arbitri, parole e procedure. Basta che un anello perda il significato di una frase perché la certezza torni errore.

Il gol festeggiato due volte

Nel frattempo, cambia anche il modo di essere tifosi. Un tempo il gol era un’esplosione immediata: il pallone entrava e il corpo saltava prima ancora che la mente avesse capito. Oggi l’esultanza porta spesso con sé una riserva. Si guarda il guardalinee, poi l’arbitro, infine lo schermo. Si urla e ci si ferma. Si aspetta che la gioia riceva un’autorizzazione.
Ci sono gol festeggiati due volte, la prima per istinto e la seconda per sentenza. Altri muoiono lentamente mentre il replay cerca un piede oltre una linea o un tocco precedente. Il tempo continuo e imperfetto del calcio si apre in una parentesi, dentro la quale convivono speranza, paura e sospetto.
Il problema non è soltanto la durata dell’attesa. È il silenzio. Chi è allo stadio vede l’arbitro ascoltare, ma spesso non sa che cosa stia discutendo la squadra arbitrale né quale particolare abbia determinato la scelta. La televisione moltiplica le inquadrature; il pubblico sugli spalti resta davanti a un gesto senza parole. E quando la spiegazione manca, ciascuno costruisce la propria.

La fiducia si allena

L’uniformità assoluta probabilmente non esiste, perché due contrasti non sono mai identici e due arbitri non possiedono lo stesso sguardo. Esiste però un’uniformità possibile: criteri condivisi, soglie d’intervento riconoscibili, formazione comune, linguaggio preciso. È il lavoro meno visibile e forse più importante.
Nel 2025 la UEFA ha riunito federazioni, arbitri, tecnici e rappresentanti dei tifosi proprio per cercare un approccio più uniforme. Dal confronto è emersa anche la necessità di spiegare meglio. Le comunicazioni pubbliche dopo una revisione, gli audio diffusi con un contesto tecnico e programmi come Open VAR in Italia non rendono tutti d’accordo, ma consentono almeno di capire il percorso che porta alla decisione.
Trasparenza non significa trasmettere ogni parola della sala video né trasformare l’arbitro in un imputato. Significa dare al pubblico gli strumenti per distinguere un fatto da una valutazione, una svista da una scelta sostenibile, un errore da una decisione sgradita. E riconoscere gli sbagli, perché l’autorevolezza non nasce dall’infallibilità, ma dalla responsabilità.

Dentro il rettangolo

Lo stadio è ancora sospeso. L’arbitro lascia l’auricolare, corre verso il monitor, osserva la stessa azione da tre angolazioni. Il rallentatore scompone il gesto; la velocità reale gli restituisce il peso. Poi torna in campo e disegna il rettangolo con le mani.
Qualunque decisione prenda, una parte dello stadio protesterà. Non perché le immagini siano inutili, ma perché vedere di più non significa necessariamente vedere tutti allo stesso modo.
Il VAR ha tolto al calcio molti errori evidenti. Non gli ha tolto la sua natura: corpi in movimento, regole da interpretare, decisioni da assumere. Gli avevamo chiesto una certezza e dentro lo schermo abbiamo ritrovato l’uomo, con il suo sguardo, i suoi criteri, i suoi dubbi e la sua responsabilità.

Forse il futuro non dipenderà da quante telecamere sapremo aggiungere, ma da quanto chiaramente sapremo raccontare ciò che quelle telecamere mostrano. Perché la fiducia, come il gioco, non vive nel fermo immagine. Ha bisogno di movimento, di parole e di una direzione condivisa.

 

Roberto Angelini direttore responsabile Sportmemory.it

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