Lo sci di fondo italiano ha una data di nascita scritta sulla neve di Grenoble: 7 febbraio 1968. Non ce ne vogliano i pionieri di fine ‘800, primo fra tutti Edoardo Montinari che porta con sé i primi sci di ritorno dal viaggio in Lapponia, nè i valorosi corpi sciatori dell’esercito protagonisti della grande guerra, ma l’impresa di Franco Nones nella 30 km olimpica è il nostro bianco Natale.
Ci sarà una ragione se lo chiamano sci nordico. Facile: origini scandinave e dominio incontrastato, norvegesi prima, svedesi e finlandesi poi per decenni prima della super potenza sovietica ad affacciarsi sulla scena internazionale. Nelle tre edizioni dei Giochi prima di Grenoble, i quattro paesi piazzano regolarmente tutti loro atleti dal primo all’ottavo posto.

Mercoledì 7 febbraio 1968 nella valle di Autrans, quaranta km da Grenoble, la storia cambia e la cambiamo noi
In sessantasei sono al via della 30 km tecnica classica; i più accreditati all’oro sono il finlandese Eero Mäntyranta, primo quattro anni prima, ed il sovietico Vladimir Voronkov.
Franco Nones non è uno sconosciuto, bronzo nella staffetta e sesto nella 30 km di due anni prima, mondiali di Oslo. C’è chi lo vede sul podio, soprattutto chi ha visto il lavoro duro delle ultime settimane. Il pettorale è il 26, il primo del gruppo rosso dei migliori, è l’omino blu dicono gli avversari con rispetto e un pizzico di preoccupazione. Temperatura meno sette, neve fredda e farinosa come piace a lui. Franco parte forte, come sa e come sa fare meglio, non è tattica spregiudicata, è la condizione che gli permette di spingere a tutta. Il riscontro del cronometro conferma l’impressione, è davanti già al passaggio del quinto km e poi del decimo che chiude il primo dei tre anelli da coprire. Franco vola, le ali si chiamano Inger, la ragazza svedese che ha conosciuto da poco, unico grande amore della sua vita. Le radio militari riescono a informarlo del vantaggio, ma il dato si riferisce all’intertempo di cinque km prima, al quindicesimo conosce il divario del passaggio al decimo per intenderci.
A due terzi di gara una flessione, e preziosi secondi che svaniscono sotto il ritorno del norvegese Odd Martinsen, mentre Mäntyranta e Voronkov non ne approfittano. Si chiama gestione delle energie, Franco Nones riparte forte, fortissimo fino alla fine dove trionfa con il norvegese a 50”, il finnico a 1’15” e il sovietico fuori dal podio. Quinto, splendido quinto Giulio De Florian per completare l’indimenticabile giornata degli italiani. Solo ottavo il primo degli svedesi, Gunnar Larsson. Un’interrogazione parlamentare a Stoccolma racconta meglio di ogni resoconto lo sconquasso provocato dal successo del nostro campione olimpico.

Che fatica che ti chiedo
Figlio del sindaco contadino della comunità montana di Castello di Fiemme, terzo di otto fratelli, cresciuto all’oratorio, il lavoro in segheria, la bici prima degli sci, il trenino locale avversario tosto da battere. La fatica comune denominatore, anche la vita è una salita, c’è una stella da guardare su ogni sera. Alla scuola alpina di Predazzo, il talento viene fuori subito, c’è tutto per affidarlo al maestro svedese, Bengt Svensson entusiasta della sua voglia di crescere. Franco si sdoppia tra Dolomiti e Svezia, si allena con chi è nato sugli sci ai piedi, con i migliori, sulle piste migliori, a 23 anni è il più giovane al via dei mondiali di Innsbruck ‘64. Bengt è il tecnico, lo stratega, lo psicologo, il medico no. “Se stai male, vai in ospedale”. Un altro mondo, sci e bastoncini di legno, una nazionale di dieci atleti oggi può contare su uno staff di 15 persone tra skimen, massaggiatori, nutrizionisti, mental coaches.
Un altro mondo. La rivoluzione del ‘68. Scioline di tenuta, cuore oltre l’ostacolo e gloria eterna.