El Trinche. Maglia numero 5.

Non tutti lo conoscono, ma chi lo ha conosciuto lo ricorda bene. Soprattutto chi lo ha incrociato su un campo di calcio. Si chiama El Trinche e sa fare una cosa sola, giocare a pallone meglio di tutti. A modo suo. La lunga storia del Maradona che non è mai stato. 
El trinche

Rosario, la città. La Tablada, il barrio. Tomas è l’ultimo di sette, papà idraulico croato, mamma argentina, segno caratteristico ma non insolito per queste latitudini: palla attaccata ai piedi. Rosario, la città del Che e del calcio argentino per antonomasia. Delle due avenues principali, Provincias Unidas e Mendoza conosce ogni insegna, ogni buca, ogni persona che lo segue con lo sguardo. Tomas qui è a casa sua da 74 anni ed oggi è solo un altro mercoledì di maggio, se non fosse per questa mascherina che spezza il fiato mentre pedala a ritmo lento. Non pensa certo che è l’ultima corsa, chissà invece cosa pensa il disgraziato che si para davanti per strappargli la bici.
Cade, sbatte la testa, va in coma, vede fast forward il film della vita, un assist al bacio e poi il buio. 
Tomas Carlovich, il più grande calciatore che non avete mai visto, muore così. 
Ma lui era El Trinche e questa è la sua storia

El Trinche

La seconda divisione argentina 

Non l’avete mai visto o, forse sì, se siete fra i privilegiati in grado di seguire la seconda divisione argentina negli anni settanta ed all’inizio del decennio successivo. Lui in primera division ne gioca una manciata, non di più. La nazionale non la vede mai. Eppure Cesar Luis Menotti, José Pekerman, Marcelo Bielsa lo considerano un fenomeno assoluto.
Anni dopo Diego Maradona, il giorno della firma del contratto con il Newell’s Old Boys, replica al giornalista che lo incorona “miglior giocatore mai avuto a Rosario” con un “non scherziamo, il più grande di tutti è già qui. Si chiama Carlovich“. 

Diego non l’ha mai visto direttamente in azione e il giovane Leo Messi, che nasce ad un paio di chilometri dalla casa de El Trinche, lo ha solo sentito nominare dai più grandi. Se la TV ancora non arriva alla seconda divisione, l’immaginario raggiunge tutti e qui vola alto.
Il tifoso lo cercherà nell’eleganza di Redondo, nel controllo di Riquelme ma non sarà mai la stessa cosa.
La cronaca si sovrappone al mito, si intreccia con la leggenda.
Mancino, classico volante sudamericano, regista basso davanti alla linea di difesa, il calcio è la torta, il dribbling la ciliegia. E su tutto, la giocata che le parole servono poco: el doble caño, il doppio tunnel ad elastico.
Tocco morbido, palla sotto le gambe dell’avversario, controbusta tornando indietro con il malcapitato che vorrebbe essere ovunque tranne lì. Tunnel di interno da una parte, di esterno dall’altra.
Sublime. 

Esta noche juega El Trinche

Fuori dello stadio per sempre suo, il Gabino Sosa, i manifesti affissi prima delle partite spiegano tutto.
Esta noche juega El Trinche. Perché se c’è lui c’è un prezzo, senza ce n’è un altro.  
C’è un video della sua ultima partita, 42 anni, non corre molto, non sbaglia mai. Jorge Valdano, un altro di zona, sottolinea: “non correva nemmeno a vent’anni, fu la prima vittima di un gioco che stava cambiando“.
Nella roccaforte di Rosario la resistenza all’avanzata di preparatori atletici, motivatori e nutrizionisti è eroica ma vana.
Carlovich che fa in questo contesto di professionismo esasperato? Se ne frega.
È cronico il ritardo all’allenamento, spesso anche per la partita. L’autista del pullman della squadra mette in conto venti minuti per andare a prenderlo sotto casa quando si va in trasferta. Diciannovenne, il giorno dell’esordio con il Rosario Central decide di fare bella figura ed arrivare al campo con esagerato anticipo. L’attesa lo snerva, molla e torna a casa, anzi devia verso il campetto sterrato dove aiuta gli amici a vincere una sfida di quartiere. 

El Trinche

Si dice ma non si sa 

Nonostante i 183cm, El Trinche non cerca mai il contatto fisico.
Corre con il pensiero, sa come ricevere la palla, come farla sudare, come trovare il compagno e metterlo nelle condizioni migliori per fare la prossima giocata. E se il compagno di squadra è a 40 metri che problema c’è. La capacità di vedere quello che non si vede, di stabilire una relazione pericolosa con la palla.
Si dice – perché di “si dice” la sua storia è piena – che una volta la controlla per dieci minuti senza mai perderla, nonostante la garra avversaria ai talloni. Con il suo look anni settanta, capello lungo, barba e baffo, allampanato e trasandato come se non ci fosse né domani né barbiere.

E la maglia numero cinque. 

Fuori dal mondo

Ed è proprio alla vigilia della Coppa del Mondo 1974 che la leggenda si cementa.
L’Argentina, che troverà l’Italia nel girone, si allena a Rosario contro una selezione di Rosario allestita per l’occasione: cinque del Rosario Central – tra cui un ventenne indemoniato, Mario Kempes -, cinque del Newell’s Old Boys e l’undicesimo, a furor di popolo ed unico di serie B, El Triche, già colonna del Central Cordoba

Vladislao Cap, allenatore dell’albiceleste, chiede di evitare entrate dure e ritmi forsennati, in fondo è solo una tappa di avvicinamento sulla strada per la Germania.
Per El Trinche, la raccomandazione è musica. Incarta da solo palla e avversari tra cui i vari Tarantini, Brindisi, Houseman, Bertoni. Dice Rafael Bielsa, fratello di Marcelo, avvocato e futuro ministro, che il difensore Pancho Sa decide di passare alle maniere forti, ma con il risultato di trovare il doble cano invece delle caviglie danzanti del 5. 
È tre a zero all’intervallo, una spazzolata senza precedenti, con Cap che incarica i dirigenti dell’AFA di convincere Carlovich a non tornare sul terreno di gioco. Resta in campo altri 15′ tra rabone e sombreri prima della ovazione tutti in piedi che gli viene tributata.
Quando l’Argentina segna l’unica rete di una sera balorda, lui è già a mangiare con gli amici di sempre. 

Fantasia al potere

Quattro anni dopo, sostiene l’estimatore Menotti, invece c’è la concreta possibilità di far parte della rosa della nazionale che arriverà dove arriverà, ma El Trinche come perde il treno lui, nessuno.
Si dice – dirà lui – che viaggiando verso Buenos Aires per rispondere alla convocazione, decide di fermarsi a pescare sul Paranà. E che sia arrivato il nubifragio ed il fiume è esondato, impedendogli di arrivare non solo in orario ma di arrivare punto.
La fantasia al potere insomma e, sulla falsariga, i bar di Rosario dove ti raccontano una trattativa chiusa con l’Inter, quasi chiusa con il PSG ed il veto di Pelè a bloccare il suo arrivo ai Cosmos. 

El Trinche

L’eroe locale 

L’eroe locale, spirito libero, spende così quattordici anni di carriera tra Rosario Central, Flandria, Central Córdoba, Colón de Santa Fe, Deportivo Maipù e tutti senza rimpianti, a sentir lui, maestro di trucco e finzione.
Più forte di tutto la passione per la palla che rotola, forse ancora più forte solo la passione della sua gente per lui. Così radicata, unica, che non troverai mai qualcuno a Rosario, tra i vecchi, che si domanda “chissà dove poteva arrivare con un’altra testa?“. A loro interessa solo il racconto di quello che è stato, non di quello che poteva essere. Giurano sul talento mai visto prima e dopo, hanno gli occhi d’acqua ricordando il doppio tunnel, alzano le spalle perché non sanno da dove diavolo viene quel soprannome.
El Trinche, la forchetta.   

*Curioso che uno dei grandi campioni del nostro calcio, Gianni Rivera, abbia giocato la sua ultima partita a Mendoza contro El Trinche (Deportivo Maipù vs AC Milan 3-2, fresco di stella, con la palla goal decisiva servita al millimetro dall’argentino).

[Tomás Felipe Carlovich, 19 aprile 1946 – 8 maggio 2020]

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, collaboratore de Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male.

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