Atalanta. Mito, tifo e pallone

Atalanta, la Dea per i tifosi. Eppure tra mito e pallone, un fil rouge unisce la tifoseria bergamasca con quella partenopea. Anzi, molto più di un filo...
Atalanta

Il 17 ottobre 1907 un gruppo di studenti liceali di Bergamo fondò la Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici, dedicandola ad Atalanta, figura mitologica greca.
Da allora, per i propri tifosi la squadra nerazzurra è la Dea.
Ma Atalanta era effettivamente una Dea?
Anche se il mito presenta numerose varianti, si può tranquillamente affermare che la fanciulla era una principessa molto orgogliosa della propria verginità, un’abile cacciatrice ed una sportiva molto dotata nella disciplina della corsa.
Ma non una Dea.

 

Atalanta
(Atalanta 1907. Il grande tifo)

Proviamo a ricostruire brevemente la sua storia.

Per alcuni, Atalanta era figlia di Schenèo, re della Beozia, oppure del re dell’Arcadia Iaso, secondo altre fonti.
In entrambi i casi, il padre desiderava un maschietto e quindi, in preda alla delusione, come era prassi in quei tempi bui senza smartphones, abbandonò la neonata sulla collina Partenia, o sul monte Pelio.

Artemide, dea della caccia, degli animali selvatici, del tiro con l’arco e protettrice della verginità, ebbe pietà della piccina e le inviò un’orsa perché la nutrisse e la proteggesse.
Successivamente, la pargola fu trovata da un gruppo di cacciatori, che la allevarono.

Atalanta crebbe imparando l’uso delle armi, divenne una esperta cacciatrice e si dimostrò velocissima nella corsa. Dopo aver ammazzato con le sue frecce i centauri Reco ed Ileo che avevano tentato di violentarla (perché la gente di merda esisteva anche all’epoca!), ed aver contribuito alla cattura del poderoso cinghiale Calidonio, Atalanta si propose a Giasone per partecipare alla spedizione degli Argonauti, ma quest’ultimo, un po’ perché scaramantico e un po’ perché immaginava quanto subbuglio avrebbe potuto scatenare in una ciurma di soli maschioni sessualmente ipereccitati la presenza a bordo di una avvenente pulzella, rifiutò la candidatura e cestinò il suo curriculum vitae.

Ma Atalanta non si perse di coraggio e continuò a mietere consensi ed allori, finché l’eco delle sue gesta giunse fino al padre (uno dei due, insomma…) che la riconobbe come sua figlia. Ma la gioia della principessa durò poco. Infatti il re (da bravo uomo del Sud!) voleva vederla maritata al più presto.

La predizione dell’oracolo

Ora, bisogna sapere che l’oracolo aveva predetto alla fanciulla che avrebbe perso tutte le sue abilità e sarebbe stata trasformata in un animale quando si fosse sposata.
Per non deludere un genitore che fino a poco prima se ne fregava beatamente di lei, Atalanta pose come condizione al matrimonio che lo sposo avrebbe dovuto vincerla in una gara di corsa, aggiungendo che ogni pretendente battuto sarebbe stato decapitato seduta stante.
Numerose teste caddero, finché un giovane chiamato Melanione o Ippomene (scegliete quello che vi aggrada di più), prima di cimentarsi in quella rischiosa competizione chiese aiuto alla dea della bellezza dell’amore, Afrodite.
Quest’ultima regalò al giovane tre mele d’oro provenienti dal meraviglioso giardino delle Esperidi, consigliandogli di lasciarle cadere durante la corsa.
Così, mentre Atalanta si fermava a raccogliere le mele e ad ammirarle con curiosità, Ippomene vinse la corsa e l’ambito premio in carne e titoli.

Atalanta e Ippomene
(La corsa di Atalanta e Ippomene. Noel Halle 1762)

Lo sgarbo fatale

Purtroppo, però, i matrimoni sono un po’ come le ciambelle, e non riescono sempre con il buco.
Come ci racconta Ovidio nelle sue Metamorfosi, infatti, il novello sposo si dimenticò di ringraziare Afrodite per il riuscitissimo artificio, e la dea, furiosa, fece in modo che una violenta passione sessuale colpisse i due giovani, che si accoppiarono mentre erano in visita nel tempio di Cibele.
La dea della natura, per punire quell’affronto irriguardoso, li trasformò in leoni e li condannò a trainare il suo carro per l’eternità.
E così la previsione dell’oracolo si realizzò: c’erano dubbi?

Atalanta e Ippomene
(Atalanta e Ippomene trasformati in leoni. Michael Mayer 1617)

E poi arriva Partenopeo

Il mito di Atalanta potrebbe anche finire qui, ma c’è ancora un gustoso risvolto da conoscere. Le malelingue sono pronte a giurare e spergiurare che Atalanta era stata infedele al suo sposo, e dalla fugace relazione con Meleagro, o con Ares (o con tutti e due, chissenefrega!) era nato un fanciullo chiamato (udite, udite!) Partenopeo, in onore del lungo periodo di verginità osservato dalla madre.
Parthenos, infatti, significa “vergine” in greco, ed è anche alla base di Parthenope, nome di una colonia greca fondata dai Cumani tra i Campi Flegrei ed il Vesuvio nell’VIII secolo avanti Cristo, che darà poi vita a Neapolis.
 Il bimbo fu abbandonato sulla medesima altura dove Atalanta era stata nutrita dall’orsa. Anch’egli sopravvisse e divenne un eroe, ma questa è un’altra storia.

Siamo tutti figli di Atalanta

Ora, alla luce di queste edificanti letture, sicuramente i bergamaschi continueranno a riferirsi alla propria squadra come Dea.
Altrettanto sicuramente continueranno a gridare ai tifosi del Napoli simpatici promemoria, tipo: “Siete prodotti biologici dell’antica pratica economica conosciuta come meretricio”.
Ma, ci auguriamo, con l’animo un po’ turbato.
In fondo, bergamaschi o partenopei, siamo tutti figli di Atalanta!

 

Davide Zingone Davide Zingone napoletano classe 1973, vive a Roma dove si occupa di turismo e dirige l'agenzia letteraria Babylon Café. Laureato con lode in Lingue e Letterature Straniere e in Scienze Turistiche, parla correntemente sei lingue. Dello sport lo emoziona soprattutto la sfida dell'atleta a superare i propri limiti. E’ autore della raccolta di racconti umoristici "Storie di ordinaria Kazzimma", Echos Edizioni, 2021, Torino; e del saggio “Si ‘sta voce…”, Storie, curiosità e aneddoti sulle più famose canzoni classiche napoletane da Michelemmà a Malafemmena, Tabula Fati, 2022, Chieti.

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