Noi italiani siamo inventori per definizione, ma io non voglio parlarvi dello stuolo di scienziati e grandi ingegni spesso autodidatti che possiamo annoverare. Io voglio parlarvi di un’invenzione nata dalla vita quotidiana, quella di un tempo, ma che oggi seppur sotto diverse spoglie è tornata prepotentemente di attualità. Io voglio parlarvi del tempo libero dei ragazzini quando finiva la scuola e dei conti che, con questo, le famiglie si trovavano a fare. Era il tempo fantascientifico dei quattro mesi di vacanza, con scuole che serravano cancelli a giugno per riaprirli a settembre inoltrato, qualcuna anche a inizio ottobre.
Arrivare a settembre
Il pensiero unico delle famiglie al tempo era quello di “far arrivare i ragazzi a settembre”. È pur vero che negli anni cinquanta e sessanta, tranne rarissime eccezioni, le mamme non lavoravano “sotto padrone” (così si diceva) e quindi, stando a casa potevano seguire – leggasi, controllare – meglio i figli, però c’era un però. Va bene che si giocava per strada, nei cortili e negli oratori, spesso da mattina a sera, ma Roma era pur sempre una città calda e non proprio tutti potevano permettersi una villeggiatura di famiglia. La soluzione a tutto questo aveva un nome: colonia.
L’epopea delle colonie
Affacciatesi nell’Italia umbertina su iniziativa di alcuni industriali illuminati, cresciute in gran numero durante il fascismo, sino a tutti gli anni sessanta non c’era Ente, Ministero, Comune o grande industria che non avesse una struttura al mare o in montagna alla quale appoggiarsi per far trascorrere ai figli dei dipendenti lunghi periodi di vacanza tra luglio o agosto. A chi non aveva il papà “con il posto fisso” provvedevano varie organizzazioni religiose, tra queste la più famosa era la POA (Pontificia Opera Assistenza), capace di assicurare un po’ di vacanze e “di cambiamento d’aria” ai ragazzi di famiglie più popolari.

Lo sport in colonia
Nelle colonie, laiche o cattoliche che fossero, le giornate passavano tutte e sempre nello stesso modo: in quelle marine al mattino si andava in spiaggia, in quelle in montagna passeggiata nel bosco e nel pomeriggio , dopo i sacrosanti compiti per le vacanze, si facevano le “Olimpiadi” ovvero gare di atletica e interminabili tornei di calcio per i “maschietti”, mentre le “femminucce” potevano cimentarsi sempre atletica e poi “campana”, corda ed altri simili.
Permettetemi un ricordo personale
Una delle località nel Lazio dove c’erano diverse di queste strutture che ospitavano colonie era sicuramente Gaeta. Ebbene fu qui, in una certa estate, le squadre vincenti del torneo di calcio delle varie colonie si affrontarono per “una sorta di finalissima”. Noi di Cinecittà arrivammo in finale contro l’OMI (Ottica Meccanica Italiana) fabbrica romana con stabilimento a Tor Marancia dotato di un campo da calcio dove avrebbe iniziato a tirar di pallone Agostino Di Bartolomei.
Ebbene, a dieci minuti dalla fine l’arbitro ci assegnò un calcio di rigore e tutti mi spinsero a fare il volontario.
Da quel giorno sarebbero passati ancora molti anni prima di sentir De Gregori cantare “…Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore”. Quel giorno io andai a sistemare il pallone sul dischetto con il cuore che batteva a duecento all’ora. Ovviamente mai avrei immaginato che Baggio e Baresi – non due qualunque – quasi 35 anni dopo avrebbero sbagliato un rigore in una finale mondiale.
E poi quel giorno era in anni in cui le regole erano un po’ diverse: durante la rincorsa non potevi nemmeno rallentare, figurarsi fermarsi come vediamo fare oggi.
Insomma, vuoi o vuoi, regole o non regole, scuse e non scuse, io quel rigore lo sbagliai e, come sempre succede nel calcio, qualche minuto dopo ci prendemmo il gol che ci fece perdere la finale!
Ode all’Oratorio
Ovviamente, finito il mese in colonia tutto continuava, da copione, all’Oratorio sotto casa…
Ecco, quando sento in televisione giornalisti, opinionisti, commentatori più o meno improvvisati, pontificare sulla crisi del calcio italiano, continuo a rimanere stupito che nessuno e dico nessuno, vada a raccontare cosa a contribuito, nel tempo, a fare grande il calcio italiano, ovvero l’Oratorio. Oggi perle rare incastonate tra palazzi che li hanno circondati, ristretti e in qualche caso anche sopraffatti, minacciati di estinzione da scuole calcio sempre più aggressive e sempre più care, gli Oratori per lunghi decenni sono stati fucine di campioni e campioncini, ma soprattutto di educazione al gioco e ai valori di uno sport dove senza rispetto non c’è neanche competizione. Per questo. Qualche sera fa, in un tg delle 20,00, non mi è sembrato vero sentire Gianni Rivera parlare proprio di questo. Gianni Rivera, campione tra i più grandi uscito da un Oratorio che non ha più dimenticato.