Un rito collettivo, un sogno, un vortice di velocità e coraggio capace di ammaliare tutti quelli che la sfidavano o anche solo le si avvicinavano: la 24 ore di Le Mans non è mai stata solo una corsa e meno che mai lo era per quei 300.000 del 1955, molti dei quali, già prima dell’11 giugno, si erano accampati alla meglio lungo il circuito della Sarthe.
300.000 persone, ma soprattutto 300.000 anime divorate dalla stessa ansia feroce di assistere alla lotta impari tra uomini, macchine e tempo.
Un circuito da brivido
Storico, tracciato nel 1923 per la prima edizione del Grand Prix d’Endurance de 24 Heures del 26 e 27 maggio, aggiornato nel 1929 con il taglio della curva di Pontlieue, il circuito della Sarthe era però un gigante con i piedi d’argilla. Non erano cambiate le strade, non era cambiato lo spirito dei piloti spinti dallo stesso coraggio e non erano cambiate le persone che si accalcavano a bordo strada per essere loro stesse corsa, fumo e fragore. Erano cambiate le macchine, però. Ora su quei poco più di 13 chilometri del circuito, le macchine toccavano e superavano i 280 chilometri orari. Tra loro e il pubblico, barriere effimere, staccionate leggere, diaframmi quasi impalpabili che consentivano a tanti di sporgersi quasi a voler sfiorare con occhi e mani vetture lanciate come proiettili e sentire sulla pelle la velocità e il suo brivido. La velocità, però, non è mai un brivido innocente.

Uomini e destino
L’11 giugno del 1955, sul circuito della Sarthe il destino ha allestito un set sul quale si muovono uomini che da quella giornata non usciranno più.
Pierre Levegh, vero nome Pierre Bouillin, pilota maturo, elegante, tenace, forte di una passione assoluta. Nel 1952 aveva sfiorato la leggenda guidando quasi da solo per ventitré ore, prima che la fatica lo tradisse a pochi minuti dalla gloria. La Mercedes lo aveva scelto non solo per il suo naturale istinto alla velocità, ma anche per l’esperienza e la conoscenza profonda del circuito.
Mike Hawthorn, giovane pilota britannico della Jaguar, brillante, impetuoso, riconoscibile per il suo papillon a pois e per uno stile di corsa arrembante, aggressivo, quasi febbrile. Uno stile che lo aveva già visto correre per la Ferrari e fatto diventare, nel 1953, il più giovane britannico a vincere un GP di Formula1.
Lance Macklin, su una Austin-Healey non competitiva per prestazioni, era invece pilota riflessivo, probabilmente non del tutto confidente con una gara dove vetture di potenza e velocità molto superiori alla sua condividevano traiettorie e ambizioni di vittoria.
Juan Manuel Fangio era invece il grande maestro argentino, il campione che quasi tutti avrebbero voluto essere, uomo di tecnica e fiuto, capace di percepire opportunità e rischio dove altri non li avrebbero mai visti.

L’attimo in cui tutto si spezzò
18:28, terza ora di corsa. Hawthorn e Fangio hanno vecchi conti in sospeso e già duellano a ritmi altissimi.
Sul rettilineo principale, davanti a tribune che straripano, Hawthorn supera la Austin-Healey di Macklin, ma subito dopo si accorge che dal box a bordo pista hanno esposto il segnale di rientro. Non esita un attimo, spinge il pedale, i nuovi freni a disco domano la Jaguar in corsa e lui accosta a destra per affiancarsi ai box. Affiancarsi non è un modo dire, è quello che accade perché lì, alla Sarthe, per i box non c’è una corsia di entrata e uscita.
Macklin appena superato gli è dietro, la manovra lo coglie di sorpresa e per evitare la Jaguar D-Type scarta verso sinistra e si ritrova al centro della pista. Proprio in quell’istante arriva la Mercedes 300 SLR di Levegh che, lanciata a circa 250 km/h, è tallonata dall’altra Mercedes di Fangio.
Levegh capisce tutto, capisce che non ha spazio, tempo e via di fuga, capisce che davanti a lui c’è un ostacolo che non potrà evitare in alcun modo. Forse in un millisecondo pensa alla sua vita o forse si raccomanda a Dio. L’unica cosa certa è che nello stesso millisecondo alza un braccio e quello che fa gli rende merito. Negli ultimi istanti della sua vita, Levegh alza la mano per avvertire chi segue del pericolo. Quel gesto, disperato e lucidissimo, con ogni probabilità salva la vita a Fangio, ma non poté salvare la sua.

Inarrestabile, la Mercedes di Levegh colpisce la parte posteriore della Austin-Healey che diventa una rampa di lancio e la fa involare. La Mercedes decolla e finisce contro le strutture a bordo pista. Levegh muore sul colpo, la macchina si disintegra, ma le sue parti incandescenti frammentate — motore, assale, cofano — diventano proiettili lanciati contro la folla e ne fanno strage. Non è tutto.. La carrozzeria della Mercedes – in lega di magnesio, innovativa, ma altamente infiammabile – prende fuoco e in un attimo quello che rimane diventa una massa bianca e ardente, simile a un ordigno esploso sopra gli spettatori.
La festa diventata incubo
L’impatto è devastante, la scena straziante. In pochi secondi l’entusiasmo diventa urla, pianto, dolore e silenzio per chi non potrà raccontare più nulla. Il motore e i rottami attraversano la tribuna come micidiali shrapnel di artiglieria. Donne, uomini e bambini cadono come mosche. I pompieri che accorrono pompano acqua sulle fiamme di magnesio che, invece di esserne domate, ne traggono nuova forza. Il bilancio è tragico: 83 spettatori muoiono sul colpo, oltre 120 rimangono invece feriti e ustionati.
Alla tragedia si aggiunge la beffa.

Giudici di gara e autorità decidono di non interrompere la corsa; le auto continuano a sfiorare la tribuna del massacro, correndo su una pista che veniva ripulita alla meglio e con le ambulanze che spiegano le sirene e fanno la spola con gli ospedali.
Dopo diranno che fermare la corsa avrebbe spinto la folla verso le uscite, ostacolando i soccorsi, ma l’immagine delle macchine che continuano a sfrecciare accanto ai rottami e al sangue non segna solo il più drammatico incidente che la storia del motorsport ricordi, ma anche la sua più brutta pagina etica.
I piloti non compresero subito l’entità della tragedia, ma a ogni giro vedevano il fumo, i volti pietrificati ai box e tutti ebbero la sensazione che qualcosa di terribile era accaduto. Nella notte, dopo aver ricevuto l’autorizzazione dalla dirigenza, la Mercedes ritirò le sue vetture in segno di rispetto. La Jaguar, invece, proseguì e il giorno seguente Mike Hawthorn vinse la gara.
La fotografia del suo sorriso sul podio, con lo champagne in mano, fece il giro del mondo e divenne il simbolo cinico di una vittoria che sarà ricordata solo per il lutto che l’ha accompagnata.

La tragedia dell’11 giugno 1955 segnò un risveglio brutale
Il mondo capì che l’incanto della velocità non poteva più giustificare l’incoscienza. L’opinione pubblica pretese risposte, i governi sospesero competizioni, la Svizzera arrivò a vietare le corse automobilistiche sul proprio territorio per decenni, la Mercedes, profondamente scossa, si ritirò dalle competizioni alla fine della stagione, restando lontana dalle gare di alto livello per molti anni. I circuiti vennero ripensati, le tribune arretrate, le vie di fuga ampliate, le barriere rese più robuste. Le vetture furono progressivamente riprogettate con materiali meno pericolosi, roll-bar, cinture più efficaci e serbatoi più sicuri.
Una rivoluzione che sarebbe potuta accadere prima.
Una rivoluzione di cui Pierre Levegh e gli spettatori morti quel giorno sono stati, loro malgrado, il dazio di sangue preteso.
Di fatto, Le Mans 1955 ha segnato il momento di rottura e tracciato la linea di confine tra l’epoca romantica e spietata dei pionieri e quella di un motorsport costretto finalmente a riconoscere il valore della vita.
Soprattutto, Le Mans 1955, ha portato il mondo delle corse fuori dall’illusione della sua innocenza.
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