Frank Lenz. La grande sfida del ciclista scomparso

Una storia di biciclette eroiche, di passioni che bruciano e di uomini senza tempo. La storia di un giro del mondo mai finito, la storia di un uomo che prima di tutti si fa prendere dalla modernità del pedale e della fotografia. Un uomo mai tornato, ma che qualcuno non ha mai smesso di attendere.
 Marco Panella
Frank Lenz

Philadelfia, 1867. La Guerra Civile è finita da poco, l’inferno è ancora caldo. Frank nasce lì da genitori tedeschi. Anche loro, come i tanti che hanno iniziato a farlo dopo i moti del 1848, hanno lasciato la Germania per andare a stabilirsi negli Stati Uniti, quasi tutti in una fascia di terra che corre dalla Pennsylvania al Montana e che presto diventerà per tutti la german belt. Le premesse sono quelle che sono, la famiglia è povera, vive di espedienti e il destino ci mette del suo; Frank è piccolissimo quando Adam Reinhart, il padre, muore. Poco dopo mamma Anna Maria si trasferisce a Pittsburgh, la smoky city per il suo alto tasso industriale, dove conosce un altro tedesco e lo sposa. Potrebbe essere l’inizio di una vita normale, ma non è così. William Lenz, il patrigno, è un tipo violento e a Frank non dà affetto, ma solo il cognome di una storia senza lieto fine. La storia di Frank Lenz.

Frank ce la mette tutta

Studia contabilità, coltiva interessi come la calligrafia, trova lavora in una piccola fabbrica, ma soprattutto si appassiona alla modernità. In particolare, è attratto dalla fotografia – che in quegli anni, tutto è fuorché amatoriale – e da un mezzo che prometteva di rendere più facile la vita a tutti, il biciclo, ma che a Frank prometteva anche la possibilità di fare escursioni a piacere in luoghi dove liberare la sua passione fotografica. Con i primi risparmi del suo stipendio, Frank decide di investire su sé stesso e sulle sue passioni; compra un apparecchio fotografico e  una bicicletta.

Un esempio

È il 22 aprile del 1884 quando accade qualcosa che a Frank non sarà sicuramente sfuggita: Thomas Stevens, trentenne di origine inglese emigrato da bambino nel Missouri al seguito del padre, parte da San Francisco per fare un coast-to-coast in biciclo. Attrezzato di sacca da viaggio con dentro un cambio, una cerata e anche un revolver – i tempi sono quelli che sono –, Thomas Stevens non solo con lo scomodissimo biciclo il 4 agosto 1884 arriva a Boston per poi andare a svernare a New York, ma da lì s’imbarca con destinazione Liverpool e tempo un anno e mezzo, diverse soste e qualche passaggio in nave, taglierà il mondo in due rientrando a San Francisco via Oceano Pacifico il 17 dicembre 1886. Non sarà questa l’unica avventura della vita di Stevens, ma noi ci fermiamo qui, notando che con buon pallino per gli affari oltre che per l’avventura, del suo viaggio da primo cicloturista della storia rimarrà traccia anche negli articoli scritti per le riviste Outing e Harper e nel successo editoriale dei suoi libri di memorie.

La bicicletta moderna

Nel 1885 l’innovazione irrompe nel panorama ciclistico. John Kemp Starley mette in produzione la Rover Safety Bicycle, la “bicicletta di sicurezza”, armata di trasmissione a catena sulla ruota posteriore e di due ruote di egual diametro. Tutta altra storia. Così come sarà tutta altra storia nel 1888, quando John Boyd Dunlop deposita il brevetto per lo pneumatico tyre e introduce la camera d’aria.

Frank Lenz

La strada di Frank

È in questi anni di assalto alla modernità che Frank Lenz si lascia prendere completamente dalla passione ciclistica e, forte di una bicicletta roadster con ruote da 56 pollici, estremamente più manovrabile e sicura rispetto al biciclo, si iscrive alla Allegheny Cyclist, associazione ciclistica locale con la quale inizia a fare escursioni fotografiche, inizialmente nei dintorni di Pittsburgh, ma via via sempre più lontano. Qui vale la pena ricordare che mancano ancora una quindicina d’anni prima che George Eastman metta sul mercato la piccola Kodak Brownie che farà esplodere la fotografia amatoriale; la macchina fotografica che Frank si porta al seguito imbrigliata sulla schiena, è un marchingegno di qualche chilo con cavalletto a corredo.

Escursioni, fotografie, ma anche gare

La sua bassa statura, circa un metro e sessanta, non lo aiutava, ma neanche lo scoraggiava. Competere con ciclisti con leve più lunghe e una maggiore spinta di gambe, non era facile, ma soprattutto nelle gare di endurance su strada, muscoli e nervi tesi garantivano a Frank se non vittorie certe, buoni piazzamenti e una discreta notorietà. In effetti, sarà però la passione per la fotografia quella trainante. Con base a Pittsburgh, i suoi raid fotografici in bicicletta si moltiplicano e si allungano: New York, circa 600 km, ma anche la National Road verso St.Louis nel 1890, poco meno di 1.000 km, e nel 1891 New Orleans, circa 1.800 km. Avventure, queste, che condivideva con un altro appassionato di pedali e fotografie, Charlie Petticord.

Frank Lenz

I tempi sono maturi

La fatica non lo impressionava, la fotografia era passione forte, l’affiatamento con Charlie era collaudato, ma la vita iniziava a presentargli le sue scadenze. Frank aveva 25 anni, una fidanzata, Annie Leech, che premeva per il matrimonio e una madre che non vedeva l’ora di saperlo sistemato con famiglia. Aspirazioni lecite, ma per Frank troppo strette. Voleva evadere, o meglio, sarebbe anche sceso a miti consigli, ma non prima di aver compiuto qualcosa di straordinario, qualcosa che avrebbe lasciato un segno nella sua vita, ma anche nella storia. Qualcosa che nessuno aveva mai ancora osato fare, né Thomas Stevens, né Allen e Sachtleben, i due americani che nel 1890 avevano lasciato Londra in direzione Asia; Frank Lenz voleva fare il giro del mondo in bicicletta, ma del mondo intero, non solo di una sua parte, e voleva farlo fotografando.

La grande sfida

Siamo nel 1892 e Frank ha le idee chiare: essere il primo ciclista a fare il giro del mondo fotografico e a promuovere l’uso della bicicletta. Ha bisogno di sostegno, deve trovare degli sponsor. Il primo al quale pensa è la rivista Outing, che qualche anno prima aveva già aveva sponsorizzato Thomas Stevens; parla con il direttore Worman e non fatica a convincerlo. Non si ferma, però; si assicura il sostegno anche della Victor Cycles di Albert Overman, pioniere nella costruzione delle “biciclette di sicurezza”. Il gioco è fatto, ora bisogna partire. Con Charlie Petticord mette a punto tutti i dettagli dell’impresa e anche quando, all’ultimo momento, questo gli comunica la sua rinuncia, Frank rimane fermo nella sua decisione.

Doppia partenza

Il 15 maggio 1892, Frank saluta madre e fidanzata partendo a pieno carico – circa 20 chili tra macchina fotografica, vestiario e oggetti personali – da Pittsburgh in direzione New York. È dalla Grande Mela, infatti, che Frank parte ufficialmente per la sua impresa e lo fa dalla sede della rivista Outing, sulla Broadway, salutato da migliaia di persone.

Frank Lenz

L’avventura è un fuoco sacro che brucia anche chi la ama

Frank Lenz attraversa gli Stati Uniti da est a ovest, s’imbarca e raggiunge il Giappone, lo attraversa, s’imbarca nuovamente e arriva in Cina che, al tempo, dire misteriosa era dire poco. Da lì entra in Asia, taglia la Birmania, l’India, il Beluchistan e infine la Persia dove, nell’aprile del 1894, è ricevuto dal principe ereditario nel palazzo reale di Tabriz. Riparte dopo una settimana in grande forma fisica e con un obiettivo: entrare in Turchia, arrivare a Costantinopoli passando per Erzurum, risalire l’Europa lungo la dorsale balcanica, fermarsi in Germania per visitare i parenti che mai aveva conosciuto e poi, finalmente, tornare a casa di cui, come scriveva nei suoi articoli per Outing, iniziava a sentire la mancanza.

Missing in action

Il piano era coprire la distanza tra Tabriz e Erzurum in circa dieci giorni. I primi a preoccuparsi sono i redattori di Outing: era ormai giugno inoltrato e nessun articolo di Frank era più arrivato. A luglio un telegramma della Thomas Cook informa la famiglia che la corrispondenza e il baule che avevano inviato e che Frank avrebbe dovuto ritirare a Costantinopoli, era inevaso. A questo si aggiungeva che né la madre e né la fidanzata avevano più ricevuto sue lettere da circa un paio di mesi. Il direttore di Outing, Worman, pur continuando a pubblicare la tanta corrispondenza inviatagli in precedenza da Frank e non dando notizia pubblica della sua scomparsa, inizia a interessare del caso i corrispondenti diplomatici americani sia in Persia che in Turchia dai quali non ricevette alcuna risposta certa, ma solo supposizioni. Nessuna rassicurante.

La questione armena

Di Frank si era persa traccia nei circa 600 che separano Tabriz da Erzurum, territorio morfologicamente complesso con corsi d’acqua da guadare e numerosi passaggi montani da superare,  percorso da banditi curdi che assaltavano chiunque gli capitava a tiro e anche teatro di eccidi perpetrati dai turchi ottomani del sultano Abdul Hamid II ai danni della popolazione armena e che la storia ricorderà come massacri hamidiani.
Da quelle parti un pioniere del cicloturismo armato solo di macchina fotografica, non sarebbe mai dovuto passare.

Frank Lenz

La storia triste

Nonostante gli sforzi della famiglia e di una notizia resa ormai pubblica dai giornali di tutto il mondo, la sorte di Frank Lenz ha un dato certo e un alone di mistero.
Frank a Pittsburgh non è più tornato e questa è l’unica cosa certa.
Nonostante una missione d’indagine alla fine organizzata da Worman su pressione della famiglia di Frank e anche l’attivazione di una rete di missionari con una presenza abbastanza capillare nella zona della scomparsa, il corpo di Frank non sarà mai ritrovato e la causa della sua morte rimane in mistero.
La missione d’indagine riuscì solo ad avere testimonianza di Frank ospite di un contadino nel villaggio di Chilkani e che negli stessi giorni si era avuta notizia del ritrovamento di un corpo nudo in un fiume poco distante, fatto poi seppellire in un altro villaggio delle vicinanze. Vari indizi convergevano nell’indicare come responsabile del rapimento e dell’assassinio di Frank una banda curda locale capeggiata da un certo Niseh; arrestati dalle autorità turche, i curdi riuscirono facilmente a evadere e nessuno li cercò più.

Rimane una speranza, però

La stessa speranza con la quale la madre di Frank ha vissuto per tutti i suoi rimanenti giorni.
Le storie nascoste del mondo raccontano di luoghi misteriosi, inaccessibili e segreti, ai quali solo i più meritevoli di spirito possono accedere pagando il pegno di non poterne più uscire.
C’è sicuramente molto da fotografare da quelle parti, vero Frank?

 

 

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Marco Panella, (Roma 1963) direttore editoriale di Sportmemory, giornalista, scrittore. Ha pubblicato i romanzi "Io sono Elettra" (RAI Libri 2024) e "Tutto in una notte" (Robin 2019), la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021), i saggi "Il pranzo della domenica. Una storia italiana" (Artix 2025)"Pranzo di famiglia. 1950-1980" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016), "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015).

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