Chuck Norris. L’arciamericano

Oss! Maestro
 Marco Panella
Chuck Norris

Non poteva essere diversamente. Nasci in Oklahoma, West profondo stretto tra Kansas e Texas – ma per noi boomer anche la marca di una fantastica pistola ad aria compressa e gommini -, e diventi epopea della frontiera fatta persona.
Arciamericano. Ecco, prendo in prestito Curzio Malaparte e il suo arcitaliano, accelero il tempo, attraverso l’oceano e mi trovo davanti lui, Chuck Norris, americano che più americano non si può. Arciamericano, appunto.
Padre camionista con il vizio del gomito alzato, cosa non rara tra i nativi cherokee, in tanti falcidiati dall’alcolismo. Madre rossa d’Irlanda, figlia di una delle tante coppie di emigrati.  Due fratelli più giovani di lui in una famiglia che dura fino all’età dell’adolescenza, una crescita problematica perché negli anni ’40, se eri figlio di un indiano e di una irlandese e la tua pelle aveva il mezzo colore di un sangue a metà, non era poi così facile crescere, specialmente se non eri né grande e grosso e né cattivo. Chuck grande e grosso lo sarebbe diventato in seguito, cattivo mai.

Zio Sam

Il riscatto per Chuck si chiama Zio Sam, stellette e divisa, quella della US Air Force dove si arruola diciottenne. Non vola, si occupa di sicurezza, ma non vicino casa, in Corea del Sud dove la guerra è finita da poco e il nemico di stella sulla divisa ne aveva una, quella rossa, ed era a un passo di distanza. Chuck però il nemico lo aveva dentro, il demone lo guardava in faccia ed è così che si avvicina alle arti marziali, è così che cambia vita. Un paio di anni di Corea e poi torna negli Stati Uniti, ancora un paio di anni e nel 1962 si congeda; l’uomo che lascia la divisa è però profondamente diverso da quello che l’aveva indossata.

Le arti marziali non sono uno sport, sono una via

Una via che Chuck Norris ha percorso fino in fondo, una via che ha interiorizzato e che lo ha portato a essere cintura nera 8° Dan di Taekwondo, cintura nera 5° Dan di Karate Shokotan, cintura nera 10° Dan di ChunKukDo – l’arte marziale che aveva creato mixando vari insegnamenti –, ma anche cintura nera di Tangsudo – la prima arte marziale, praticata al tempo della Corea -, di Hapkido e di Jiu-Jitsu brasiliano. A metà anni ’60 i primi tornei, i primi titoli e anche le uniche sconfitte. L’ultima nel 1968 per un incontro di karate, ma è sempre nel ’68, il 24 novembre, che nell’incontro di rivincita diventa campione mondiale per rimanerlo sette anni ed è sempre nel ’68 che si prende il titolo di campione mondiale di taekwondo. L’anno dopo è lui a vincere il maggior numero di incontri di karate, cosa che gli vale un nuovo titolo e lo fa nominare combattente dell’anno dal magazine Black Belt Magazine.

Poi arriva il cinema

Anzi, prima arriva la guerra del Vietnam che gli porta via un fratello, Wieland. Chuck non dimenticherà e nella guerra personale che combatte anche sul grande schermo prestando viso e arte a personaggi non sempre comodi, al fratello dedicherà il suo film di maggior successo Missing in action, la cui traduzione del titolo nell’italiano Rombo di tuono non rende affatto l’idea.
È il cinema che porta nella vita di Chuck la notorietà del grande pubblico. Fuorviante fare l’elenco dei suoi film e telefilm, basti dire che i ruoli che interpretava non erano parti e basta erano lui, erano Chuck. Poliziotto, agente del secret service, ranger o berretto verde che fosse chiamato a interpretare, era sempre lui, l’arciamericano.

Uno di loro

Il 31 luglio 1973, a Seattle, Chuck è con James Coburn, Dan Inosanto, Taky e Robert Kimura. I quattro sulle spalle portano un amico che li ha preceduti. Nessuno parla. Alla fine lo fa solo James Coburn, ma dice poche parole, dice solo “grazie e arrivederci”, poi si toglie i guanti neri e li lancia sul feretro che hanno appena adagiato. Dopo di lui lo fanno anche gli altri. Non sono uomini, sono leggende e stanno salutando un caro amico, Bruce Lee.
Per la scena madre di L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente, quella del combattimento ambientato al Colosseo, Bruce aveva voluto combattere con il migliore e aveva chiamato Chuck. La scena non ha un finale a sorpresa. Chuck muore, ma  Bruce lo ricompone, ne copre il corpo con la giacca, gli pone la cintura sul petto come corredo prezioso di un re che torna al suo Dio, lo prepara per il viaggio.
Mi piace pensare che sia accaduto ancora.
Oss! Maestro.

 

 

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Marco Panella, (Roma 1963) direttore editoriale di Sportmemory, giornalista, scrittore. Ha pubblicato i romanzi "Io sono Elettra" (RAI Libri 2024) e "Tutto in una notte" (Robin 2019), la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021), i saggi "Il pranzo della domenica. Una storia italiana" (Artix 2025)"Pranzo di famiglia. 1950-1980" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016), "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015).

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