mercoledì, 27 Ottobre 2021

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Muay Thai. La mia scelta

Muay Thai. La mia scelta
 
Emanuele Maramai
Ho sempre amato tutti gli sport da combattimento, dalla boxe al full contact, ma arrivato all'agonismo dovevo fare una scelta specifica. È stata la muay thai ad attrarmi a sé e a farmi vincere un titolo italiano al mio debutto.

Tra noia e curiosità

Nel settembre del 2019, all’età di 15 anni, decisi di fare una prova di Muay Thai.
In quel periodo, sovrastato da un totale senso di noia e d’insoddisfazione, decisi di abbandonare il pugilato (sport che praticavo da poco più di due anni), per provare una nuova disciplina da combattimento.

Inizialmente l’idea di fare Muay Thai era nata per puro caso. Avevo scoperto che a Fiumicino, dove abito, c’era una palestra dove veniva praticata questa disciplina. Fino a quel momento, io di Muay Thai sapevo poco e nulla, anche perché non mi era mai interessato il mondo delle arti marziali.  La cosa che mi spinse a provare questo sport era l’idea d’imparare ad usare anche le gambe in combattimento, visto che vedevo il pugilato come “limitante”, ma soprattutto, mi affascinava l’idea di fare uno sport da combattimento che fosse anche un’arte marziale.

La prima volta in sala

Quando entrai per la prima volta in sala di Muay Thai mi sentii da subito accolto da tutte le persone che si trovavano lì dentro, in particolare dai miei due Maestri, Enzo Morelli e Ivan Gelosi. Finita la prova, mi andai subito ad iscrivere in questa nuova palestra, e da quel giorno di settembre, fino alle vacanze di Natale, non saltai neanche un allenamento.

Grazie alla Muay Thai, in un periodo in cui mi ero abbandonato ad un totale nichilismo, trovai un motivo per alzarmi la mattina, ma soprattutto, trovai qualcosa che mi spingesse sempre a dare di più. Fare a botte era la cosa più terapeutica e liberatoria del mondo, qualcosa che mi svuotava completamente da tutti i mali. Ogni volta che finivo di allenarmi, mi sentivo rinato. Mi sentivo in pace con il mondo, e in particolare con me stesso. Tutta la rabbia che provavo, man mano spariva e in me scorreva un senso di liberazione e calma.

Il fatto che avessi praticato la boxe per due anni con il grande Maestro Luciano Sordini mi faceva partire già con una notevole marcia in più, e questo mi permise di focalizzare gli allenamenti specialmente sulle tecniche di gambe, ginocchia e gomiti, visto che fino a quel momento, non avevo mai utilizzato questi punti in combattimento.

Volevo combattere il prima possibile e la mia costanza e la mia dedizione mi stavano portando su quella strada.
Sembrava tutto così bello, ma purtroppo le cose belle non durano per sempre.

Una sfida che non aspettavo

Dopo l’ultimo allenamento prima di Natale cominciai ad avvertire un forte senso di stanchezza.
La cosa, man mano, andò sempre a peggiorare, tant’è che passai le vacanze di Natale completamente obnubilato. Mi girava la testa, la vista diventava sempre meno nitida e le forze andavo a sparire.

Tutto questo non passava e dopo una decina di giorni andai a fare le analisi del sangue. Le analisi erano perfette e i medici da cui mi ero fatto visitare ricondussero il mio malessere a qualcosa di psicologico. Io, però, sentivo che questo senso di stanchezza mentale, ma soprattutto fisica, non potesse essere prettamente psicologico, visto che non riuscivo neanche più a mettere a fuoco la vista.

La cosa non passava, e io man mano mi sentivo sfuggire un’occasione: la Muay Thai.
Cominciai a frequentare uno psicologo, visto che la causa di questo mio malessere era ricondotta a qualcosa di mentale. Non so quanto la cosa mi aiutò; lo psicologo si trovava in una clinica psichiatrica e questo mi fece sprofondare ancora di più nelle mie ansie. Nella mia testa, se i sintomi erano così forti, ma soprattutto erano così limitanti per la mia vita, probabilmente avevo qualcosa di serio che non andava in me.

A febbraio, però, ancora immerso in questo malessere continuo e straziante, mi consigliarono di fare le analisi per la mononucleosi. Avevo finalmente trovato il problema, ma ormai era troppo tardi. Avevo passato due mesi d’inferno convinto di avere problemi psicologici gravi e le paranoie e le angosce non passavano. Continuai il mio percorso dallo psicologo, soprattutto perché in quel periodo mi sarebbe servito capire come resistere in un momento di totale fermo. Ero abituato ad allenarmi tutti i giorni, e poi, da un momento all’altro, mi sono ritrovato a vivere con un totale e incessante senso di stordimento, ogni giorno e tutti i giorni della settimana.

Di mezzo ci si mise anche il lockdown, che per me fu una fortuna, visto che la stanchezza che provavo mi rendeva difficile anche andare a scuola. I sintomi si alleviarono verso agosto, ma la vista, nonostante i miei 11/10, era ancora molto debole.

A settembre finalmente tornai ad allenarmi in sala e, nonostante qualche sintomo ancora latente nel mio corpo, mi feci forza e davo sempre il massimo. Piano piano, nell’arco di un mesetto mi tornò anche la vista, e così si concluse il mio “quasi anno” di mononucleosi. Non feci neanche in tempo a smaltire quel virus, che dopo circa una settimana dalla guarigione, in palestra ci prendemmo quasi tutti il Covid.

Fortunatamente, nonostante la perdita di gusto e olfatto, la febbre, e un po’ di raffreddore, mi sentivo comunque bene. L’unica cosa di cui ero preoccupato, era il fatto che probabilmente non saremmo più tornati in sala, e questo mi dispiaceva assai. A novembre, però, una volta diventato negativo, ripresi subito ad allenarmi. Invece che allenarci in sala, cominciammo ad allenarci sul campo di calcetto del nostro centro sportivo.

A volte eravamo anche soltanto in tre, visto che molte persone, una volta chiusa la sala, avevano completamente abbandonato.
I motivi dell’abbandono erano principalmente tre: visto le normative Covid non si poteva fare il contatto; l’allenamento era prettamente atletico, e aveva perso il lato “ludico” della disciplina; in inverno il tempo non aiuta mai, e spesso sei costretto ad allenarti con freddo e pioggia.

Nonostante ciò, io mi andavo ad allenare dando il 100%, visto che per un anno mi ero praticamente sognato di poter tornare a dare al massimo, e visto che in piena pandemia, l’allenamento era l’unica distrazione che avevo.

Passano i mesi e ci chiudono nuovamente.
Io, però, non mi fermo, e continuo ad allenarmi per conto mio in strada. Perfeziono le tecniche, mantengo la mia forma atletica e quando torniamo ad allenarci al campo di calcetto sono ancora più in forma.

Avanti. Nonostante tutto

Ripartono alcuni eventi e i miei maestri mi propongono di combattere.
Combattere significava però dover preparare il match con uno dei miei due Maestri a casa sua. I miei genitori, però, preoccupati (giustamente) dal rischio di contrarre e di portare il virus a casa, mi dicono di no. Intanto, io ho continuato ad allenarmi come se dovessi preparare un match.

La mia preparazione atletica era ottima, tant’è che verso fine marzo, i Maestri mi proposero di partecipare ai campionati nazionali di Muay Thai, che si sarebbero tenuti il 13 giugno 2021 all’hotel Crowne Plaza di Roma.

I miei genitori, davanti a un’occasione del genere, non poterono rifiutare.
Mi misi a dieta, e cominciai ad allenarmi a casa di Enzo, uno dei due Maestri. Dai miei 75 kg di partenza, arrivai ai Campionati italiani con un peso di 68.5 kg, nonostante la mia iscrizione fosse alla categoria “light -71 kg”. Avrei potuto anche raggiungere la categoria di peso inferiore, ma non avevo materialmente il tempo, visto che in 2 mesi ero riuscito a perdere il massimo.

Ero estremamente sicuro di me, soprattutto ero sicuro che sarei riuscito a vincere.

Quando arrivai a fare il peso, però, mi sentii catapultato in un contesto troppo più grande di me.
Io, che non avevo mai combattuto, e che mi ero allenato su un campo di calcetto per tutto l’anno, mi trovavo lì a gareggiare per il titolo italiano. In quel momento crollò tutta la mia sicurezza, e cominciai a vedermela con l’ansia.
La cosa che mi spaventava di più, era il fatto che andassi praticamente a combattere in una categoria di peso che non era la mia, visto che ero più vicino ai 67 che ai 71.

Andiamo a vincere!

Quella sera, la sera prima dei match, dormii circa 4 ore. L’ansia, però, era completamente sparita e in me stava ritornando quell’estrema sicurezza. Sapevo che anche se avessi trovato qualcuno tecnicamente più forte di me, sarei riuscito a dominarlo con la preparazione atletica che avevo. Forse, l’unica cosa che avrebbe potuto fregarmi era l’esperienza.

Arriva il giorno dei match.
Mi alzo, faccio colazione, e in meno di 20 minuti sono già pronto per uscire. Avevo dormito 4 ore, ma l’eccessiva adrenalina mi teneva ben sveglio. C’incontrammo con i Maestri e i compagni di team davanti un bar e dopo aver preso un caffè, ci catapultammo verso l’albergo dove si sarebbe tenuto l’evento. Quando arrivammo a destinazione, ci mettemmo davanti l’ingresso della hall dove si sarebbero tenuti i match, e io aspettai diverse ore prima che mi chiamassero per andarmi a riscaldare nella stanza di coloro che, come me, avrebbero combattuto all’angolo rosso.

Muay thaiDopo un’oretta passata in quella stanza mi chiamarono nella sala dove erano allestiti i ring, e cominciai a scaldarmi assieme al Maestro Enzo. Lo speaker mi chiama e arriva il momento di salire sul ring. I Maestri vengono da me e mi danno due o tre consigli su come approcciarmi al match. Io annuisco e prima di salire dico loro: Andiamo a vincere!.

Inizia il primo round e il mio avversario mi prende subito in clinch.
Inizio a tirare ginocchiate, cercando di tirarne sempre una in più di lui, consapevole della mia forma eccezionale. In quel round ci furono pochi colpi di braccia, e pochi calci, visto che io e il mio avversario ci tenemmo in clinch per quasi tutti e due i minuti.

Vado all’angolo ed Enzo mi dà qualche consiglio su quali colpi utilizzare. Inizia il secondo round, la musica cambia completamente. Riesco a portare diverse combinazioni e dopo circa un minuto riesco a far accasciare due volte il mio avversario. A fine match, sono più che sicuro di aver vinto e quando l’arbitro alza la mia mano in me subentra un senso di estrema calma. Mi congratulo con il mio avversario, che soprattutto nel primo round, mi aveva fatto faticare molto, e poi scendo dal ring, pronto ad affrontare la finale.

La finale

Mi chiamano per la finale.
Salgo sul ring e finalmente l’ansia del fatidico primo match era scomparsa. Ero carico a mille, ed ero pronto a dare il 100%.
Dopo due round estremamente combattuti e spettacolari me ne tornai all’angolo dal mio Maestro, il quale mi fece capire che le cose erano andate molto bene. Parole che aiutano perché nel mezzo del combattimento non si ha sempre la percezione chiara degli esiti: pensi solo a darle e a non prenderle.

Andai in mezzo al ring e poco dopo lo speaker mi annunciò vincitore.
Ero campione italiano. Ce l’avevo fatta!

La prima cosa che feci, fu abbracciarmi con il mio avversario; avevamo veramente dato tutto e sia i miei che i suoi erano complimenti estremamente sinceri. L’arbitro mi mise la medaglia e andai subito ad abbracciare il mio Maestro. Scendemmo dal ring e ce ne andammo fuori dalla sala. Appena uscito, in molti si complimentarono con me per la vittoria, ma soprattutto si complimentarono molto per la qualità del match visto. Subito dopo mi misi a parlare con il mio avversario e nella nostra conversazione s’intromise un operatore sanitario che stava attaccato a un’ambulanza, probabilmente aspettando che qualcuno si rompesse il naso, o magari una gamba. Guardandoci ci chiese parlando in un dialetto estremamente stretto: Ao, ma me volete spiegà perché ve piace venì a favve mena a gratis, io proprio non ve capisco! A quel punto io e l’altro atleta ci guardammo ridendo e io risposi al signore: E c’hai ragione!.

La mia scelta

Muay ThaiAl di là di questa risposta goliardica, vi posso dire che faccio questo perché mi fa sentire vivo.
L’uomo per natura è un essere aggressivo e in un mondo in cui l’essere umano è privato del suo essere animale credo che lo scontro e il combattimento sportivo siano le due uniche vie di fuga per non crollare e perdersi in un totale approccio passivo alla vita.

Dopo avervi detto ciò, credo sia arrivato il momento di ringraziare due persone in particolare: Enzo Morelli e Ivan Gelosi, due Maestri che per me sono molto di più che Maestri di Muay Thai, sono due amici e due punti di riferimento senza i quali non sarei sicuramente riuscito ad appassionarmi a questo sport e senza i quali non sarei riuscito a trovare degli stimoli durante questo periodo molto delicato.

Un ringraziamento speciale va anche a tutti i miei compagni di team che riescono sempre a creare un ambiente piacevole nel quale allenarsi e dai quali cerco costantemente di apprendere qualcosa in più di questa spettacolare disciplina.

Emanuele Maramai 17 anni, campione Italiano Muay Thai Light Contact cat.-71 kg

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