James Naismith. Il reverendo che inventò il basket

450 milioni di praticanti, 216 federazioni presenti nella FIBA, massimo organismo internazionale, contro i 192 delle Nazioni Unite, finali NBA che raggiungono fino a 200 paesi con un fatturato annuo intorno ai 9 miliardi di dollari e Air Mike regolarmente davanti a Mohammed Ali quando si deve indicare il primo sportivo di tutti i tempi. In una parola: basket
 Roberto Amorosino
James Naismith

Leone XIII pubblica la Rerum Novarum, Thomas Edison brevetta il fonografo, migliaia di operai si spaccano la schiena per la linea transiberiana, ma il colpo di genio di un reverendo presbiteriano si prende le pagine centrali del libro degli eventi da ricordare nell’anno domini 1891. 
Con un pallone da football e due ceste per la frutta, James Naismith inventa il basket. Il nuovo gioco che esplode fragoroso negli USA tanto da riuscire ad imporlo, seppur solo come disciplina dimostrativa, ai primi Giochi Olimpici di casa, St. Louis, Missouri, 1904. Dovranno trascorrere altri 32 anni per sdoganare definitivamente quello che da noi è inizialmente la palla al cesto, dopo un breve e poco convinto palla al cerchio. Siamo ai primi di agosto del 1936, e Reverend James è oramai un giovincello di 75 anni pronto ad attraversare l’oceano per alzare la prima storica palla a due del primo torneo olimpico di pallacanestro. 23 nazioni da quattro continenti, tutte fresche aderenti alla Fédération Internationale de Basketball Amateur, fortemente voluta da William Jones, inglese nato chissà come mai a Roma trent’anni prima. 

L’Italia c’è

Da una decina di anni il basket si gioca anche da noi. La nostra nazionale vince la sua prima partita, nel 1926, contro una rappresentativa francese, cresce gradualmente – soprattutto tra Trieste e Roma – di popolarità fino all’esordio all’Europeo di Ginevra 1935 dove raggiunge il settimo posto tra dieci partecipanti. È il lasciapassare per Berlino, sede della XI Olimpiade moderna. I 13 giocatori selezionati dimostrano che il gioco ha una buona diffusione nella penisola: sei tra romani e triestini, ma anche tre milanesi, due bolognesi e due napoletani.  Come per tutta la comitiva italiana, la preparazione è senza precedenti. L’Italia vuole fare bene e farà benissimo. 182 atleti, 22 medaglie, otto d’oro, quarto posto assoluto nel medagliere assoluto alle spalle di Germania, USA ed Ungheria, tutte rappresentative più numerose della nostra. Dopo Los Angeles ’32 l’Italia si conferma al vertice dello sport mondiale. La scherma è la punta di diamante, ma vinciamo con la vela, il fiumano Sergo nella boxe, con l’undici di Vittorio Pozzo e la mitica Ondina Valla, prima donna italiana a far risuonare le note di Mameli e Novaro nel freddo pomeriggio del 6 agosto all’Olympiastadion.

Il torneo 

Per la nazionale di basket, il mese di collegiale serve a cementare il gruppo e presentarsi al meglio al cospetto dei più forti. Enrico Castelli, con il suo 1.91, è il riferimento sotto le plance, Giancarlo Marinelli e l’oriundo Mike Pelliccia le mani più calde. Sono Olimpiadi spettacolari dal Villaggio Olimpico alla fiaccola che per la prima volta viaggia dalla Grecia, dagli impianti alle immagini di Leni Riefenstahl che sono sbalzi nel futuro prossimo come e più di quelli, consegnati alla leggenda, di Jesse Owens. Il basket, però, resta ai margini, forse i tedeschi sanno di non essere competitivi e comunque ne masticano poco, anche a livello organizzativo. Si gioca su quattro campi di tennis su terra battuta, all’aperto con un pallone più leggero e zuppo, perché pioggia e vento sono due protagonisti non graditi, ma costanti nei sette giorni del torneo. 

James Naismith
(James Naismit)

All’ultimo momento Spagna ed Ungheria si chiamano fuori. Gli americani superfavoriti si ritrovano la strada ancora più spianata, solo quattro partite per andare a dama. 24 punti di margine contro gli estoni, trentatré ai filippini, prima di una semifinale (25-10) dove il vero avversario, non è il Messico, ma la bomba d’acqua che provoca il fuggi fuggi generale del pubblico. La pioggia risparmia la finale, ma il terreno è un mezzo pantano, la palla rimbalza poco e male, il punteggio racconta lo strazio meglio di qualsiasi descrizione: USA vs Canada 15-4 a fine primo tempo, la miseria di due canestri per parte nel secondo tempo per il 19-8 e derby per l’oro che va agli yankees (Joe Fortenberry, bisteccone del Kansas, con otto punti il miglior realizzatore). 
Mezza squadra americana è composta dai ragazzi della Universal Pictures che hanno dominato i Trials. Sono un manipolo di coraggiosi che sfidano lo studio cinematografico che mette davanti la politica e non vuole mischiare il suo nome con il paese organizzatore. Sam Balter se ne sbatte, e lui potrebbe anche pensarci su non fosse altro per il suo credo, organizza una serie di esibizioni per racimolare i soldi per il viaggio convincendo alcuni dei suoi compagni di squadra a rappresentare, con onore e rispetto, la bandiera a stelle e strisce. Sam Balter si batte anche per far rientrare la bizzarra proposta di vietare il torneo ai giocatori più alti di “six feet and three inches“, il nostro 1.90 che avrebbe lasciato a casa tre americani e, tra gli altri, il nostro Castelli. 

L’Italia, maglia bianca e scudo sabaudo sul petto, parte forte

Tre vittorie di fila con Polonia, Germania (!) e Cile, proprio con i tedeschi strapazzati 58-16, punteggio record dell’intero torneo, l’unica statistica non appannaggio dei marziani statunitensi. Chiudiamo settimi, come all’Europeo d’esordio, dopo la sconfitta con i messicani ed i filippini, due quintetti di giocatori piccoli ma imprendibili. Solo la Polonia è davanti tra le europee, squadra che avevamo battuto e che si è ritrovata ai piedi del podio per una serie di circostanze favorevoli es. sorteggi, il ritiro del Perù. Insomma, piazzamento onorevole per noi, ma un pizzico di rammarico.  

Slam dunk

James Naismith, tra una pozzanghera e l’altra, ha visto sbocciare il suo fiore più bello. Il basket è ai Giochi per non andare più via, la scuola americana inizia un dominio che non avrà interruzione fino agli ultimi drammatici secondi di Monaco ’72 con l’impossibile sorpasso di Aleksandr Belov nel finale più controverso della storia del basket e non solo. 
Ricordate l’inglese nato a Roma, William Jones, fondatore e segretario generale della FIBA fino al 1976 e, dopo di allora, segretario emerito e primo non statunitense ammesso alla Naismith Hall of Fame? È lui che, prevaricando la decisione arbitrale e dei cronometristi, decide di portare indietro il tempo di tre secondi consentendo ai sovietici non solo il time out, ma l ‘ultima giocata. La lunga palla di Edeshko per Sasha Below, scomparso poi non ancora ventisettenne per una rara malattia. Ma questa, come si dice, è tutta un’altra storia. 

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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