Siamo nel 1926 e mentre ad Auburn, in Massachussets, Robert Goddard insegue il suo sogno lanciando il primo razzo a propellente liquido che si alzerà per poco più di 12 metri nel cielo, dall’altra parte dell’Oceano, in Europa, altri lanciano la sfida al confine del mondo.
Nel 1926, il confine del mondo si chiama Polo Nord
Tre americani lo avevano già rivendicato quel confine – Frederick Cook nel 1908, Robert Pesry e Matthew Henson nel 1909 -, ma alle loro seppur audaci spedizioni mancavano riscontri oggettivi e misurazioni esatte e i loro primati non sono considerati attendibili. La vera sfida al Polo Nord vede insieme tre uomini che più diversi non potevano essere, uomini che saranno legati da un destino ineludibile, anche quando questo sarà fatale, uomini che intuiscono che la via del Polo Nord non passava per ghiacci, slitte e guide Inuit: passava per il cielo.
Nel 1926 l’aviazione è eroica; il primo volo è del 1906, la guerra italo-turca e la Prima Guerra Mondiale perfezionano tecnica, motori e uomini, gli aerei iniziano ad avventurarsi verso nuove forme e la ricerca dei record passa per velocità e altitudine, ma in quegli anni si vola ancora con il cockpit scoperto e Antonie de Saint Exupery pilota il suo postale con occhialoni, cuffia di cuoio e sciarpa al collo per tentare di lenire il freddo.
Nel 1926, però, in cielo ci sono anche i giganti
Fuscelli i primi aerei, maestosi i dirigibili la cui storia è un profumo senza tempo che nei primi decenni del secolo punteggia il cielo di entusiasmo, tragedie e grande avventura. Ci sono gli Zeppelin, ma nel 1926 i più grandi devono ancora arrivare, e ci sono i nostri. Quelli che Gaetano Arturo Croco e quel geniaccio di Enrico Forlanini hanno costruito per primi, modelli innovativi, strutture semirigide e valvole a reazione per migliorarne la manovra.

Dirigibile N.1
Una sigla non è solo un numero, ma è anche tutti i cuori che nello Stabilimento Costruzioni Aeronautiche di Ciampino hanno battuto insieme per dare forma al gigante. Umberto Nobile e il suo team del Genio Aeronautico Italiano progettano alcune modifiche al modello di Crocco; disarticolano la trave di chiglia così che possa avere una certa flessibilità davanti alle turbolenze e ai venti fortissimi, distribuiscono al meglio i pesi integrando navicella e motori alla struttura, rinforzano la struttura dell’involucro per limitare le dispersioni dell’idrogeno. Il dirigibile che Umberto Nobile aveva in mente doveva poter affrontare lunghe trasvolate, essere capace di rimanere in volo per giorni senza rifornimento resistendo a eventi atmosferici estremi e a repentine variazioni di temperatura. Adesso il suo pensiero aveva forma e nome, o meglio numero, N-1 appunto.
Qualcuno però aveva altre idee
Roald Amundsen, l’uomo del Passaggio a Nord-Ovest e della conquista del Polo Sud, nonostante il peso di anni passati alla spasmodica ricerca di avventura che lo avevano temprato, ma anche svuotato nell’anima e nel portafoglio fino alla bancarotta del ‘24, bruciava ancora di un’ossessione: il Polo Nord. Il leone dei ghiacci voleva essere il primo uomo dei due Poli, il tentativo di arrivare al Nord con gli idrovolanti era fallito e ora puntava la sua ultima carta da giocare, i dirigibili, e il modello innovativo messo a punto da Umberto Nobile era quello che gli dava maggiori garanzie.
I due si incontrano, si parlano e, seppur con caratteri diametralmente opposti, imbastiscono le premesse per una spedizione che sarebbe entrata nella storia. Amundsen avrebbe pensato a finanziare l’operazione, Nobile avrebbe dovuto farla funzionare. Con qualche riluttanza dovuta alla tecnologia ritenuta segreto militare, ma intrigato dalla prospettiva di un’impresa che avrebbe fatto grande il nome dell’Italia, il governo italiano accetta di vendere a un prezzo convenzionale il dirigibile N-1 ad Amundsen; i 75.000 dollari li mette l’Aero Club di Norvegia. In effetti il governo italiano fa anche altro: oltre a Umberto Nobile, al tempo colonnello della Regia Aeronautica, mette a disposizione della missione cinque tecnici di bordo e coinvolge la Pirelli che fornisce tessuto gommato per la protezione dell’involucro e assistenza specializzata.
A completare il quadro – e anche le risorse necessarie – c’è Lincoln Ellsworth, miliardario americano con la febbre dell’esplorazione che, per garantirsi un posto a bordo e dare anche il suo nome alla spedizione, sulla partita mette 100.000 dollari.

Il Norge
Il primo atto ufficiale dell’impresa è il cambio di nome. L’N-1, il gigante di 106 metri, spinto da tre motori Maybach da 245 cv ciascuno, capace di una velocità massima di 115 km/h, diventa il Norge.
Il secondo atto ufficiale è il nome dell’impresa, che diventa Amundsen-Nobile-Ellsworth.
Il terzo più che un atto è un patto: se arriveranno al Polo, ma i tre ne sono tutti convinti, ognuno lancerà la bandiera della propria Nazione.
Il comando del Norge rimane nelle mani di Umberto Nobile che studia meticolosamente tutti i dettagli della missione perché per navigare l’aria artica serviva qualcosa di più di coraggio e denaro: serviva un genio della tecnica.
Il colonnello e il marinaio
Umberto Nobile non era un esploratore nel senso tradizionale. Era un ingegnere, un uomo di calcoli e precisione, profondamente legato alla sua creatura. Il dirigibile N-1 per Nobile non era solo un mezzo di trasporto, ma un’opera d’arte ingegneristica, un corpo vivo di cui conosceva ogni valvola e ogni tirante. Probabilmente quando aveva acquistato il dirigibile, Amundsen aveva sottovalutato che non stava semplicemente comprando una macchina, ma stava anche imbarcando un uomo che non avrebbe mai accettato di essere un semplice “autista”.
Il rapporto tra Amundsen e Nobile fu, fin dal primo istante, una collisione di civiltà. Amundsen era il rigore scandinavo, l’essenzialità del sopravvissuto, l’uomo che considerava la tecnologia uno strumento subordinato alla volontà. Nobile era l’estro latino, l’orgoglio militare di una Nazione che cercava il suo posto nel mondo sotto le ali del fascismo, ma soprattutto era l’amore totale per il proprio mezzo.
Oltre l’ultimo orizzonte
Il Norge lascia Roma il 29 marzo 1926 e inizia un lungo pellegrinaggio europeo — Pulham, Oslo, Leningrado — prima di puntare verso le isole Svalbard, l’ultimo avamposto di civiltà. A Ny-Ålesund il respiro cristallizza nell’aria gelata, ma l’avventura brucia l’anima più del ghiaccio.
Alle 9.55 dell’11 maggio, il Norge respira a pieni polmoni e si stacca dal pilone d’attracco. A bordo, insieme ai sedici uomini di equipaggio, c’è Titina, la fox terrier di Nobile che della conquista del deserto bianco diventerà presto un simbolo.
Immersi in un silenzio rotto solo dal ronzio dei tre motori Maybach che lottano contro raffiche improvvise, con le orecchie tese a misurare ogni cigolio della struttura in alluminio rivestita di tela, stretti nello spazio angusto dell’abitacolo, i sedici mangiano uova sode e cioccolata e stendono gli occhi sul Mare Glaciale Artico che si srotola sotto di loro. Nobile è al timone, ha gli occhi fissi sugli strumenti e nelle dita misura ogni minima vibrazione della chiglia come se fosse un sussulto dell’anima. Amundsen siede a prua e getta lo sguardo nell’infinito alla ricerca del fantasma che gli aveva divorato il sonno.
Sul confine del Mondo
Alle 01.25 del 12 maggio, il cronometro fissa l’istante della gloria: il Norge è esattamente sopra il Polo Nord geografico.
Prima di loro, nessuno. Non atterrano, impossibile, ma il rito si compie ugualmente: con il Norge a circa 200 metri dal suolo, Amundsen lancia la bandiera norvegese, Ellsworth quella americana, Nobile, con un gesto che avrebbe poi alimentato polemiche infinite, lancia una gigantesca bandiera italiana che il vento gelido gonfia e fa sembrare ancora più grande.
Il momento è corale, ma non durerà molto.

Il ritorno non fu una marcia trionfale, ma una lotta per tornare vivi
Verso l’Alaska, il meteo mutò in un incubo di nebbia e ghiaccio che, dalle eliche dove si accumulava, si scagliava con la forza di un proiettile verso l’involucro del Norge, rischiando di squarciarlo e di far fuggire l’idrogeno, anima vitale del gigante.
Nobile rimase al comando per 70 ore consecutive, senza chiudere occhio e combattendo contro le allucinazioni della stanchezza. Quando finalmente avvistarono le coste dell’Alaska e atterrarono a Teller, il 14 maggio, il Norge stesso, sgonfio e ferito, era un sopravvissuto proprio come tutti gli uomini che aveva riportato a casa.
Loro, tutti insieme, uomini, macchina e la mascotte Titina avevano tagliato migliaia di chilometri di ignoto e messo agli atti la prima trasvolata transartica della storia.

Tra luci e ombre
Lo psicodramma del Norge non si consumò tra i ghiacci, bensì nei salotti e sulle prime pagine dei giornali.
Al ritorno, la rivalità tra Amundsen e Nobile esplose con tutto il suo carico di veleno
Roald Amundsen si sentì messo in ombra dall’esuberanza di Nobile. Lui, l’esploratore puro, mal sopportava che il merito venisse attribuito a un “pilota” e a una macchina italiana. Si ritirò in un livore che avrebbe trovato pace solo due anni dopo, quando morì volando proprio per andare a salvare Nobile dopo lo schianto dell’Italia. Un ultimo, estremo gesto di nobiltà verso un rivale amato-odiato. Umberto Nobile fu travolto dal suo stesso successo e poi dal suo fallimento. In Italia, inizialmente fu celebrato come un eroe del regime, ma la sua natura indipendente lo rese presto inviso ai gerarchi, specialmente a Italo Balbo, che preferiva gli idrovolanti ai “salsicciotti volanti”. Ogni macchina, così come ogni uomo, ha il proprio tempo; quello dei dirigibili non sarebbe durato ancora a lungo.
Lincoln Ellsworth rimase la figura di equilibrio, l’uomo che guardava al Polo con la meraviglia di un bambino, felice di aver scritto il suo nome tra le stelle del Nord.
L’eredità del Norge
Oggi a un secolo di distanza, la storia del Norge è un atto di fede romantico, caposaldo avanzato di un romanticismo tecnologico capace di toccare ancora le nostre corde sensibili e emotive. Quegli uomini non avevano GPS, non avevano comunicazioni satellitari né computer di bordo; avevano solo una bussola solare, un sestante e una fede incrollabile l’uno nell’altro, nonostante i litigi.
Il Norge non fu solo un dirigibile. Fu un ponte teso sopra il tetto del mondo, un vascello fantasma che dimostrò che l’uomo poteva abitare il cielo anche dove l’aria congelava i polmoni. Quando oggi guardiamo le mappe del Polo Nord, dovremmo ricordare che sotto la perfezione di una distesa bianca ci sono i brividi di sedici uomini che, per tre giorni, furono le uniche creature viventi in un regno di silenzio assoluto.
Cento anni dopo, il Norge è una sagoma argentea incastrata nella memoria che scivola lenta sopra i ghiacci e tra le nuvole del tempo,con una cagnolina che abbaia all’infinito e due uomini, un norvegese e un italiano, che guardano giù e scoprono che che la Terra, vista dall’alto, vive una fragile, bellissima solitudine.
Una missione in più
Non pago del successo del Norge, una volta rientrato in Italia, Nobile si mette subito al lavoro per bissare l’operazione con un equipaggio interamente italiano. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile, il dirigibile Italia decolla dall’hangar di Baggio, nei pressi di Milano, per un volo che a tappe lo avrebbe portato sino alle Svalbard da dove, il 23 maggio riprende il cielo.
Passata da poco la mezzanotte del 24 maggio, Umberto Nobile è di nuovo sopra il Polo Nord.
Sembra tutto a posto, lo sarà solo per un giorno.
Il 25 maggio, il vento artico getta prepotentemente l’Italia verso il ghiaccio infinito, dieci uomini sono sbalzati fuori, altri sei sono risucchiati verso l’alto con quel che reta del dirigibile e scompaiono nel chissà dove. Gli uomini a terra recuperano una piccola tenda e un apparato radio l’Ondina 33, miracolosamente funzionante, con la quale iniziano a inviare al mondo messaggi. Passerà qualche giorno prima che un radioamatore russo li capti e metta in moto i soccorsi. Nel frattempo, sul pack, i sopravvissuti si attrezzano come possono per resistere e nella loro tenda rossa si aggrappano disperatamente alla vita in attesa che qualcuno si accorga di loro.
L’esito della missione sarà una tragedia: il Polo si porta via otto uomini dell’equipaggio e otto soccorritori.
Un dettaglio in più
Il 18 giugno 1928, saputo dell’incidente, Amundsen si alza in volo con il suo idrovolante Letham e cinque uomini di equipaggio e si lancia nelle ricerche di Nobile e del suo dirigibile
Non può sapere che è un decollo senza ritorno.
Sono sicuro che se avesse potuto scegliere, avrebbe scelto di andarsene così, alla guida di un aereo pronto a sfidare per l’ennesima volta l’ignoto. Il leone non sarà mai ritrovato, da qualche parte il suo corpo sarà diventato ghiaccio nel ghiaccio.
Dopo la sua morte, un anonimo comprò le 51 medaglie di Amundsen per 15.000 corone, le donò al museo di Oslo e quel denaro ne saldò i debiti.
Con quella strana forma di presentimento che a volte stringe l’anima al destino, prima di partire per l’operazione di salvataggio Amundsen aveva detto al suo avvocato “Fammi essere un uomo libero. Fai in modo che i miei debiti siano pagati”.
Nella tragedia, questa frase mette un punto fermo sulla grandezza dell’uomo e ci restituisce una certezza: in cielo, in quegli anni di volo eroico, giganti erano anche gli uomini.
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