C’è sempre una seconda possibilità. Anche quando sembra l’ultima.
Per informazioni chiedere a Eugenio Monti, una vita di montagna, 75 anni tra Dobbiaco e Cortina d’Ampezzo, vita in salita che lui ha preso di petto scegliendo di essere veloce nelle discese. Veloce e coraggioso perché ci vuole coraggio a scendere veloci inventando un equilibrio sugli sci quando davanti a te sembra esserci un mondo in collisione. Veloce perché nel ’45 la guerra è più fresca della neve quando Eugenio si mette in mostra nei campionati studenteschi, discesa libera, slalom e gigante le sue specialità.
Poi arriva Gianni Brera che non è ancora l’artista di parole che sarebbe diventato, ma un quasi trentenne che ha vissuto la guerra da paracadutista prima, da internato in Svizzera e partigiano poi e che adesso è alla ricerca del suo spazio nel mondo scrivendo per la Gazzetta dello Sport. Ancora acerbo nelle parole Gianni Brera anticipa la penna che diventerà e rinomina Eugenio Monti “Rosso Volante”.
Eugenio ha capelli rossi, cuore e fegato e in quelle parole, in quel soprannome, c’è il suo destino.
La prima vita
Nel 1949 Eugenio si prende il titolo in slalom gigante nei Campionati nazionali e l’anno seguente replica; al gigante aggiunge anche lo speciale e per poco non cala il tris con la discesa libera piazzandosi terzo assoluto. Sono gli anni di Zeno Colò, gigante della neve che Eugenio riuscirà anche a battere e con il quale avrà un rapporto di amicizia e agonismo. La vita di Eugenio è fatta di gare e allenamenti a cui si dedica con lo stesso impegno di una gara da vincere all’ultimo secondo; il carattere dell’uomo è così, schivo quanto basta, non troppe parole, ma impegno senza mezze misure. Un allenamento però lo tradisce; il 23 gennaio 1951, al Sestriere, cade rovinosamente e rompe i legamenti di un ginocchio. Operazione, convalescenza, ripresa, di nuovo allenamenti. Tempo un anno e a Cervinia un secondo incidente lo ferma: gli sci non saranno più cosa sua.
Seconda possibilità
Per Eugenio la montagna è vita, l’adrenalina delle gare irrinunciabile, il superamento dei suoi limiti esigenza non negoziabile; dimentica gli sci, arriva il grande tempo del bob. Scelta obbligata: per pilotare un bob serve testa, cuore e fegato, le gambe servono soprattutto al frenatore e ai laterali per la spinta iniziale. Scelta naturale: dagli anni ’20 Cortina era la casa italiana del bob, ne aveva ospitato la prima gara e dal ’48 vedeva attivo il nostro primo bob club. Detto fatto.
Il bob diventa il punto cardinale della vita di Eugenio che nel budello di ghiaccio diventa ancora di più “Rosso Volante”, inventa uno stile fatto di studio delle traiettorie e di coraggio assoluto e trova una simbiosi perfetta con la macchina creata da un altro cortinese, Evaldo d’Andrea, “Podar” per tutti e per il bob che prende il suo nome.
Eugenio Monti e il podar rosso fuoco con la scritta Italia I sono meteora nel bianco assoluto, bruciano tempi e avversari, lasciano un segno indelebile nella disciplina e nella storia dello sport. La seconda possibilità, quello alla quale tutti hanno diritto, diventa per Eugenio il faro di una vita.

I successi si inseguono
Il primo titolo italiano del 1954 è la promessa di un futuro che arriverà sino al 1968, l’anno che inutilmente prometteva alla fantasia di andare al potere, ma che invece vide Eugenio Monti coronare il sogno dell’oro olimpico. In questo caso un sogno in grande visto che a Grenoble, stretto nei suoi 40 anni e armato di uno nuovo bob in vetroresina, Eugenio vince nel due, con Luciano De Paolis, e nel quattro con Luciano De Paolis, Roberto Zandonella e Mario Armanu.
Nel mezzo, quattordici anni che hanno significato altri due argenti e due bronzi olimpici, nove titoli mondiali e dieci italiani. Monumentale poi l’episodio del bullone prestato agli inglesi, grazie al quale Tony Nash e Robin Dixon sono oro olimpico a Innsbuck nel ’64 e che fa di Eugenio il primo a ricevere, l’anno dopo, il Pierre de Coubertin Fair Play Trophy.

Vita e oltre
La straordinaria vita sportiva di Eugenio è stata accompagnata da una vita imprenditoriale di successo e da una vita familiare segnata da un amore felice finito in un divorzio, da una figlia amata, ma trasferitasi negli Stati Uniti con la mamma, e da un figlio stroncato da un’overdose. Poi è arrivato un ospite senza invito: il Parkinson.
Uomo che non amava le mezze misure, Eugenio non lascia che sia il Parkinson a fare i conti con lui. Lo precede. Ancora una volta si prende la seconda possibilità. L’ultima.
Il 30 novembre il silenzio della sua casa di Cortina è rotto da uno sparo. Eugenio ha deciso così. Il destino non gli risparmia l’agonia; muore il giorno dopo nell’ospedale di Belluno. Ghiaccio e coraggio fino all’ultimo.
Nell’imminenza di Milano-Cortina 2026 una fiction RAI lo ricorda con il volto di Giorgio Pasotti. Per noi che abbiamo l’immaginazione della scrittura, Eugenio Monti è invece il volto di un amico da cui ci saremmo lasciati condurre a inforcare curve e sfiorare pareti in un budello di ghiaccio. Con coraggio.
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