Search
Close this search box.

Giovanni Visconti. Il mio ciclismo

Una gara, una delle sue prime. Un salto mancato, sbagliato quella volta e tante altre volte tornato in mente. Giovanni Visconti si racconta così, dall'inizio di una vita da ciclista che lo ha visto campione. E da campione vero non parla delle sue vittorie, ma delle sue 1.221 sconfitte. Le ricorda tutte. Soprattutto perché nessuna è stato in grado di fermarlo.
Giovanni Visconti

06.30: sveglia, colazione e scuola.
13.30: via di corsa a casa col motorino.
14.30: allenamento in bici fino a che non era buio e poi ancora palestra, piscina, compiti.

Non c’era un momento di pausa nella mia gioventù ciclistica.
Si fermava tutto. Finiva la scuola, finiva il Campionato di calcio ma non finiva mai la stagione della bici era quella di un ciclismo infinito.

Il mio ciclismo

Scendevo dalla bici da strada e salivo su quella da cross. Papà mi portava nel parco vicino un vecchio ospedale di corso Calatafimi. Mi diceva sempre che bisognava correre a piedi sul morbido per non farsi male alle ginocchia e lì era perfetto.
In quel parco alternavo gli allenamenti in bici a quelli di corsa a piedi e ricordo bene il rumore degli aghi dei pini ad ogni mio passo o sotto le mie ruote, ricordo quel muretto dove facevo stretching e soprattutto ricordo ogni insegnamento di quei giorni.
La sera poi andavamo in palestra e a seguire subito in piscina.

Giovanni Visconti
(Giovanni Visconti)


Era una routine che mi massacrava e per questo una volta tornato a casa mia mamma mi trattava come un re. A tavola mi passava l’acqua anche se era a 10 cm da me e dopo, sul divano, mi riempiva di carezze. Bastava dire: “Maaaa” e lei faceva qualsiasi cosa per me. Papà mi ha insegnato sin da piccolo che “ciò che semini poi raccogli“, perciò ogni anno che passava gli allenamenti si facevano più intensi e il ciclismo mi si mostrava per quello che è.

 

Quell’anno papà decise di farmi correre il Campionato Italiano ciclocross a Legnano

Sinceramente non sapevo nemmeno dove si trovasse Legnano e solo il nome mi faceva pensare a qualcosa di difficile da dover affrontare.  Lo raccontavo a tutti come fosse già un motivo di vanto dire “vado in Lombardia a fare una gara”. In realtà gliene fregava il giusto un po’ a tutti delle mie trasferte.
Arrivammo a Malpensa ma per me era come essere a New York. La nebbia al momento dell’atterraggio aveva azzerato ogni mia idea riguardo a ciò che avrei trovato. Mi aveva quasi spaventato e fatto pensare di non essere parte di quel tipo di mondo.
In fin dei conti, io non avevo mai visto la nebbia, in Sicilia è cosa rara.

Giovanni Visconti
(Giovanni Visconti)

Cena in camera. Come a casa

Ricordo di aver mangiato in camera con papà. Naturalmente il fedele fornellino col quale cuoceva la pasta prima delle gare non poteva mancare e così anche lì risparmiammo una cena al ristorante. Ma a parte il risparmio volete mettere un piatto di pasta all’olio fatta da tuo padre piuttosto che da uno sconosciuto in un ristorantino in mezzo alla nebbia lombarda?
Era come sentirsi un po’ a casa, calmava le mie paure.

Il mio ciclismo non è mai stato semplice

Se da piccolo sognavo di diventare un professionista, da grande sognavo di tornare bambino e di non avere più quelle responsabilità. La paura è stata parte integrante e forse è ciò che mi ha fatto resistere fino alla soglia dei 40 anni.

Marziano io? Marziani gli altri?

Il giorno prima del Campionato Italiano andai con papà a provare il percorso. Guardavo gli altri e vedevo dei marziani.
Quel grigiore accentuava ancora di più quella mia sensazione, mi sentivo bloccato, non guidavo la bici, era lei che guidava me…o quanto meno ci provava. Ricordo di essere arrivato al punto del “salto”. Ero ipnotizzato, guardavo ovunque tranne ciò che contava e così saltai male. Mi scordai proprio di prendere la bici dal sellino e mi ritrovai per terra con la paura di rialzare la testa dalla vergogna. Alcuni bambini, ragazzi, mi guardavano male, alcuni sgomenti parlottavano tra loro indicandomi, altri ridevano.
Io piangevo dentro dalla vergogna e ancora una volta mi chiedevo cosa ci facessi lì.

Giovanni Visconti
(Giovanni Visconti)

Le domande di sempre

Perché ero lì? Quale scopo avevo, a cosa mi serviva! A farmi prendere in giro?
Queste cose me le chiedevo spesso anche quando in classe mi deridevano per la mia strana ricreazione. Rimanevo in classe, seduto. Aspettavo che tutti uscissero per prendere il thermos che conteneva la pasta che mamma mi preparava al mattino presto.

Mangiavo la pasta a ricreazione per anticipare l’uscita in bici non appena tornato a casa. Dovevo sfruttare anche pochi minuti in più di luce per allenarmi ma questo “laggiù” suonava strano. “Talè a chistu, ma a chi ci serbe, ma picchì un si mancia a pizza! Ma unni voli arrivari!” (Guarda questo, ma a che serve, ma perché non mangia la pizza! Ma dove pensa di arrivare!)
Ecco, loro non sapevano dove volevo arrivare.

La gara di Legnano

Beh, di certo neanche io sapevo di dover passare da Legnano e fare quella figura per arrivare dove volevo.
In quella gara partii demoralizzato, oltre che tra gli ultimi, poiché non avendo mai corso prove nazionali non avevo il punteggio necessario per partire tra i primi.
Eravamo circa 60 ciclisti e sarebbe stata un’impresa per me anche solo portarla a termine in quello stato. Arrivai nono con una rimonta pazzesca, con una bici che valeva un decimo delle bici dei primi.
Fu una gara tutta di grinta e di voglia di rivalsa. Un bel risultato. Ma sapevo di poter fare di più.

ciclismo
(Giovanni Visconti)

Mmh, fare di più…lo penso tuttora

Potevo fare di più e non solo quel giorno. Quel salto l’ho sbagliato tante altre volte in senso metaforico.
Troppe volte ho guardato agli altri come avversari irraggiungibili, ostacoli insormontabili.

Credo di poter dire che la mia carriera non si definisca in base al numero di vittorie, ma in base al numero di sconfitte che non sono state in grado di fermarmi.

Giovanni Visconti, 1.221 sconfitte in carriera

Giovanni Visconti Sono Palermitano. Terra dura e difficile, terra nella quale ho versato tanto sudore per emergere, terra che non mi sono vissuto per niente, ma che è stato lo stesso difficile lasciare. Ci sono nato. Palermo è il mio sacrificio maggiore.

ARTICOLI CORRELATI

Chiedimi se sono Felice

Chiedimi se sono Felice

Felice Gimondi, un campione con un nome contagioso come un’euforia, un nome che scorre sul nastro della memoria che noi cresciuti negli anni ’60 ci siamo sempre chiesti se sarebbe mai stato possibile fermare o riavvolgere. Oggi forse preferiamo non saperlo.

Leggi tutto »
Enrico Brusoni

Enrico Brusoni. L’oro sparito di Parigi

Parigi 1900, Velodromo di Vincennes. Enrico Brusoni è una delle nostre prime medaglie olimpiche, la prima d’oro nel ciclismo. Enrico vince e lo sa, ma misteriosamente l’albo d’oro non lo dice e nessuno sa perché. Eppure ci sono i risultati, i testimoni, ma servono cento anni e un ricercatore affamato di verità per restituire a Enrico Brusoni il suo. Perché l’importante è partecipare, ma chi vince – se vince pulito – non va mai offeso. Né dimenticato.

Leggi tutto »
Domenico De Lillo ciclista

Domenico De Lillo. Ciclista di curva

Una vita in pista quella di Domenico De Lillo, pistard mezzofondista. Una vita in bicicletta, dove ha imparato ad andare quasi prima di camminare. Un vita da ciclista di curva perché le curve, in pista o su strada, sono l’essenza del ciclismo.

Leggi tutto »
Gianluca Santilli

Gianluca Santilli. Bici, cuore e mani

Metafora della vita, dinamica assoluta, equilibrio in velocità, bellezza di linee. Affascinato da tecnica e significati, nel 1913 il futurista Umberto Boccioni ne traduce estetica ed afflato in “Dinamismo di un ciclista”. Da allora, la bicicletta di strada ne ha fatta. Gianluca Santilli è il padre della Gran Fondo Campagnolo di Roma, ma anche il primo che ha tradotto e teorizzato le emozioni della vita a pedali nel paradigma sostenibile e innovativo della Bikeconomy. Numeri, certo, ma soprattutto una filosofia.

Leggi tutto »



La nostra newsletter
Chiudi