Il discorso del Re 

Di cosa potevano parlare un gruppo di ragazzini che nel 1969 si ritrovarono a far visita al re d’Italia in esilio a Cascais? Di calcio, ovviamente.
 Nello Panzini
Re

1969 Lisbona. Trentadue ragazzi della allora estrema-estrema periferia romana c’erano arrivati dopo un viaggio-studio in Spagna con qualche settimana di permanenza a Siguenza (Guadalajara) nella Sagrada Familia, già allora un college abbastanza esclusivo in Spagna. L’impatto con la penisola Iberica non fu dei migliori; Franco in Spagna e Salazar in Portogallo erano dittatori e l’aria che lì si respirava era quella che noi avevamo respirato trent’anni prima.  Figuratevi che anche lo sbarco sulla Luna fu in qualche modo fatto vedere con qualche censura.  Anche le condizioni sociali erano molto differenti dalle nostre: l’Italia viveva ancora nel retaggio del boom economico, quei Paesi invece facevano molta più fatica.
Torniamo alla nostra storia però. Come dicevo prima, noi eravamo a Lisbona e dopo una trasferta resa un po’ laboriosa a causa di mezzi pubblici non proprio ottimali, arrivammo a Cascais, cittadina affacciata sul mare a circa un’ora di treno mezz’ora dalla capitale lusitana. Carina Cascais, ma la domanda che serpeggiava tra noi era solo una: “…a Don Pa (sempre lui)…che ce semo venuti a fa’ qua? Non c’è niente!”.
“E invece no
” rispose sereno Don Paolo“…aspettate a parlare ragazzi. Oggi c’è una sorpresona veramente unica per voi. Immaginate che vi riceverà il Re d’Italia Umberto II”.

Come abbia fatto ancora ce lo chiediamo a tanti anni di distanza e, ancora, rimaniamo senza una risposta. Sta di fatto che dopo quella frase ci fu un silenzio incredibile: mettetevi nei nostri panni, ma anche in quelli di qualsiasi essere mortale. Diciamolo… essere ricevuti da un Re, anche se in esilio, non è una cosa comune direi.

Re  

In casa del Re

Dopo aver chiesto in giro, ci avvicinammo cautamente all’ingresso della villa che ospitava Umberto II e la sua famiglia. Già la prima sala ci mise in soggezione perché una visibilissima targa marmorea – posta davanti la parete di transito in modo poi che era impossibile non vedere – recitava “I monarchici Italiani hanno eretto questa degna  dimora per il loro Re in attesa di un giusto ritorno!”.
Bisogna precisare ai nostri amici più giovani che nella “prima Repubblica” c’era un Partito Monarchico che aveva tra i suoi programmi, tra le altre cose, il ritorno della “Monarchia Sabauda” in Italia. Dopo le non lunghe formalità e controlli di rito e una breve visita ai giardini e ad alcune stanze, fummo fatti accomodare in un salone. Dopo veramente poco tempo arrivò appunto il Re d’Italia…in esilio…che si presentò a tutti noi che non sapevamo come nascondere l’imbarazzo, la curiosità e anche la gioia di fare una cosa che pochi nostri coetanei avrebbero fatto!
Dopo un breve discorso di benvenuto visibilmente nostalgico, ma assolutamente senza nessun accenno polemico, il Re venne addirittura in mezzo a noi chiedendoci dei nostri genitori, dei nostri studi e alla fine delle nostre passioni sportive praticate e seguite. Il più gettonato ovviamente era il pallone, raccontato con la nostra voce emotivamente tremolante nella risposta. Dopo aver ascoltato praticamente quasi tutti i più “coraggiosi”, ci confidò che invece lui, quando poteva, giocava a golf, a tennis e a un gioco per noi sconosciuto – il Croquet – del quale sommariamente, viste le nostre facce, ci spiegò un po’ tutto.    Poi “si lasciò andare” dicendoci che gli mancava tanto la Nazionale, la Serie A, le partite che andava a vedere negli stadi quasi di nascosto dato il suo ruolo.

Re

Il Re tifoso

Ci crederete che il Re non faceva il tifo né per la Roma né per la Lazio, ma per una “certa squadra di Torino” con le maglie a strisce che quell’anno era arrivata terza? Anche perché, disse quasi divertito, “avevamo come allenatore H.H, ma non quello vero, l’imitazione!!” Ogni riferimento a Heriberto Herrera e al suo movimiento non fu casuale, e aggiunse “che però allenava una squadra operaia”. E “operaia” non era detto in senso dispregiativo…anzi!  Infine dopo essersi raccomandato di portare il suo “saluto reale” ai nostri genitori e parenti…soprattutto ai nonni… si scusò per non averci offerto un rinfresco poiché non erano stati avvisati correttamente del numero di visitatori. Eh, ma lo avrebbero sentito però, perché a lui non piaceva fare figure così meschine”. La foto di rito non fu negata, ma anzi, il Re si prestò a farsi immortalare insieme a noi suddivisi in piccoli gruppi.

 

Ancora conservo quella foto. Così come conservo il ricordo del Re che, mentre lo salutavamo, ci chiedeva con evidente nodo in gola di baciare per lui la terra di Roma. 
Forse noi saremo stati uno dei tanti gruppi di ragazzini portati lì da qualche insegnante capace di guardare lontano e senza pregiudizi e forse il Re, nel tempo, avrà confuso in nostri visi e le nostre domande con le altre mille e mille che gli avranno fatto, ma io no. Io quella giornata a Cascais non l’ho più dimenticato.

 

Nello Panzini nasce a Roma l'8 agosto del 1947, oggi pensionato Telecom con "buona memoria", si diverte a raccontare lo sport di una volta ed il contesto storico nel quale si praticava. Tuttora tesserato con il Real Tuscolano nel quale, vista l'età, fa quello che può.

ARTICOLI CORRELATI