Stalin. Quel giorno sulla Piazza Rossa

Quel giorno in una piazza Rossa trasformata in campo sintetico, Stalin assiste a una partitella e si diverte. È 6 luglio del 1936: il calcio sovietico nasce quel giorno.
Calcio in piazza Rossa

Iosif Vissarionovič Džugašvili, in arte Stalin, non è passato alla storia né per il buon carattere né per l’amore per il calcio. Anzi, se vogliamo dirla tutta, del football non gli è mai importato niente. In compenso aveva la mania delle giornate celebrative, nelle quali per ore e ore sulla Piazza Rossa sfilavano in parata soldati, mezzi corazzati, carri allegorici e figuranti vari.
Bene, e allora? E allora come diceva Antonio de Curtis, in arte Totò: «È la somma che fa il totale».

Dagli Zar alla Rivoluzione

In Russia il calcio era arrivato già alla fine dell’Ottocento, praticanti e appassionati non mancavano; dopo la Rivoluzione d’Ottobre in tutte le città c’erano squadre che si sfidavano tra di loro, ma mancava un campionato vero e proprio. Per un breve periodo c’era stata anche una Nazionale dell’Urss che nel biennio 1924-1925 aveva disputato un paio di amichevoli contro la Turchia, ma tutto si era fermato lì.

Quel giorno sulla Piazza Rossa

Le iniziative spontanee non erano ben viste e quindi per ottenere il benestare ufficiale alla creazione di un campionato nazionale, in occasione dell’annuale giornata della cultura fisica, si decise di organizzare una partita di calcio dimostrativa davanti agli occhi di Stalin.
L’acciottolato della Piazza Rossa non era certo l’ideale come campo da gioco e allora venne preparato quello che è da considerare a tutti gli effetti come il primo campo sintetico della storia: un gigantesco tappeto di feltro di 10.000 metri quadrati cucito a mano dai membri della società sportiva dello Spartak. Una volta ultimato, il tappeto fu colorato di verde e vennero dipinte le strisce bianche di un campo di calcio.

 

calcio in piazza rossa
(Photo credit: Anatolij Egorov/MAMM/МDF/russiainphoto.ru)

Il 6 luglio del 1936, dopo le esibizioni di ginnastica, pugilato, ciclismo, pallacanestro e pallavolo arrivò il momento dei calciatori.
Le squadre dei Rossi e dei Bianchi scesero in campo sotto le mura del Cremlino per disputare una partita di 15 minuti alla presenza del piccolo padre o baffone che dir si voglia in persona.

Era il giorno del giudizio per il calcio in Unione Sovietica. O allora o mai più. Se lo spettacolo non fosse piaciuto il rischio era che il calcio venisse definitivamente giudicato un gioco borghese e anti-sovietico. In quel caso la prospettiva per i propugnatori dell’iniziativa era una trasferta sine die in un gulag della Siberia, dove i campi sono impraticabili tutto l’anno e c’è ben poco tempo e voglia per divertirsi.

“Hanno giocato bene”

Al termine dei 15 minuti regolamentari il risultato, guarda tante volte il caso, era 4 a 3 per i Rossi.
Il verdetto di Stalin fu breve, succinto e lapidario: Hanno giocato bene.
Stalin non capiva niente di calcio, ma se lo diceva lui erano tutti d’accordo. Nessuna contestazione e niente VAR. Anzi, arrivò l’ordine di continuare. E così vennero giocati altri 15 minuti, forse erano i tempi supplementari, e l’incontro terminò con un altro spettacolare gol dei Rossi. 

Da quel giorno cominciò l’era del calcio sovietico, quello delle leggendarie maglie rosse con la scritta CCCP, del ragno nero Lev Jascin, dell’allenatore-colonnello-scienziato Valery Lobanovsky, di Blochin, Belanov  e di altri indimenticabili.

Silvano Calzini è nato e vive a Milano dove lavora nel mondo editoriale. Ama la letteratura, quella vera, Londra e lo sport in generale. Ha il vezzo di definirsi un nostalgico sportivo.

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