sabato, 19 Giugno 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
Direttore responsabile: Roberto Angelini
Direttore editoriale: Marco Panella

“Raimo’, guarda sempe addo’ vene o’ viento e vaje…”

“Raimo’, guarda sempe addo’ vene o’ viento e vaje…”
Photo credit: Zerogradinord
Raimondo Cappa

Cazza la randa e la scotta, la scotta tienila stretta in mano, non lasciartela sfuggire.” Furono quelle le prime parole, e anche i primi attrezzi con cui giocai da bambino e che da subito usai con gran disinvoltura. Mi insegnò tutto Raimondo Cappa. Sì, sì, si chiamava proprio così, ed era mio nonno.

Chi è nato a Napoli – ma è un’abitudine di tutto il sud d’Italia – è destinato a portare il nome del padre di suo padre, ancor più se si tratta del primo figlio maschio. E lo porta sempre con orgoglio. Anche i miei si adeguarono alla tradizione chiamandomi come il nonno. E io ne sono felice.

Così mentre i miei coetanei o i compagni di classe preferivano il pallone, o i tappi a corona, quelli delle bottigliette di vetro, con l’immagine dei ciclisti dell’epoca, o le palline di vetro colorate, io invece, appena uscito da scuola, mi dirigevo di corsa verso il Circolo che quel Raimondo, appunto mio nonno, aveva contribuito a fondare. 

Già da piccolo, sniffare il solo profumo del mare, che per qualcuno era solo un cattivo odore, mi attirava più di una corsa dietro a una palla. E disarmare una barchetta, ovvero aiutare mio nonno ad arrotolare una vela, per me diventò presto, come si dice, un gioco da ragazzi. E altrettanto fu pure imparare presto a riordinare le cime e a fare i nodi. E poi, vuoi mettere, era meglio stare all’aria aperta, avere sullo sfondo la vista del Vesuvio e poter godere della inconfondibile sagoma di Capri all’orizzonte nelle innumerevoli giornate limpide o trovarsi in dieci tra le mura di un piccolo cortile di un palazzo a rincorrere quella cosa rotonda e sentirsi urlare “a me, passala a me”.

I miei primi passi li ho fatti lì, il mio primo rapporto con la vela e il mondo che gira intorno alle barche è nato al Circolo Savoia, a pochi metri da Castel dell’Ovo che rinomati autori di “gouache”, le meravigliose marine napoletane su tela, ma anche su tavolette o carta, e i più famosi fotografi internazionali hanno immortalato per decenni. Anche se vivo a Roma da oltre trent’anni, non potrò mai, proprio mai, cancellare quelle immagini che fanno parte del Dna di ciascun napoletano.

Ma torniamo alle barche perché per giungere a quel traguardo che tutti ambiscono, la medaglia d’oro, soprattutto se mondiale, da appendere alla parete, dopo averla riposta in una teca, orgoglio di cui solo pochi atleti possono vantarsi, di strada, pardon, di mare se ne deve solcare davvero tanto. E quanto ne ho percorso, io, ogni giorno, sin da piccolo.

Arrivò la prima regata. Fu la prima vera grande emozione. Partecipai alle operazioni di bordo, avevo appena undici anni ma, grazie al nonno, ero già un attento conoscitore del mare, almeno così mi dicevano i più grandi. Eppure quel giorno le gambe mi fecero giacomo giacomo, non le avevo mai sentite così, e non riuscivo neppure a stringere una cima tale era l’adrenalina in corpo, parola e sensazioni che non conoscevo con quel nome. Partecipai a quel grande evento sotto falso nome, non avevo l’età per ottenere la tessera federale, e per non dare troppo nell’occhio, mi feci ancora più piccolo a prua sulla barca di Sergio Pepe, bel giovanotto, oggi noto avvocato napoletano, in pensione. La nostra amicizia e l’affetto che legava soprattutto lui a me era generata dal fatto che suo nonno aveva partecipato con il mio alla fondazione del Savoia. Sergio mi fece sentire importante e indispensabile. Ancora oggi quando mi è possibile lo vado a trovare a Napoli.

Raimo’, guarda sempe addo’ vene o’ viento e vaje”.

La vela diventa una cosa seria

Intanto ero cresciuto, avrò avuto quattordici, forse quindici anni, le ore della mattina erano le più pesanti e le più lunghe da passare, contavo i minuti che mi separavano dall’ultima campanella, mi pareva che ogni giro di lancetta impiegasse duecento, che dico, trecento, forse ottocento secondi. E al suono, ero il primo a scattare e a lasciare il banco di scuola per correre, come ho già detto, al Savoia. Ero un privilegiato, ero un Cappa, il nipote di colui che insieme ad altri tredici amici per un lungo periodo della sua vita si era sentito un po’ padrone del Circolo. Per tale ragione non era difficile per me armare in fretta una barchetta. I marinai che erano soliti aiutarmi non erano dei veri maestri di vela, in quegli anni non esistevano gli istruttori così come li intendiamo oggi. Per me sono stati maestri di vita, ottimi marinai e soprattutto buoni conoscitori del vento. Questo sì, lo erano. Ecco perché come un mantra ripetevano ogni volta “Raimondo, guarda sempre il vento da dove viene e vai”. Conoscevano soprattutto quello: il vento.

Da un certo momento in avanti non furono più necessari neppure i loro consigli, mi sentivo un esperto perché il vento a Napoli arriva quasi sempre da Capo Posillipo, ed io insieme a Nicola, mio compagno di scuola per tredici anni, uscito dal Porticciolo di Santa Lucia, doppiavo il Castel dell’Ovo e di bolina raggiungevo il Capo dall’altra parte in venti o trenta “virate”, dove spesso d’estate ci capitava anche di legare la cima a una barca più grande, giusto per il piacere di un tuffo in acqua, per tornare poi indietro di poppa a Santa Lucia dopo aver fatto altre venti o trenta “strambate”. Ancora qualche anno in quello specchio d’acqua ai piedi di Napoli prima di iniziare a regatare ancora più seriamente. Giunse infatti il momento delle prime gare zonali, i primi campionati nazionali e quelli lontano dalle acque di casa, anche all’estero dove, non ancora patentati, ci accompagnava la mia mamma con l’auto di famiglia e la barca sul tetto. Ma non parlerò di queste e del mio personale e nutrito medagliere, dieci ori nazionali, due ori mondiali, non ricordo quanti successi europei. Lo farò magari in un altro momento. Così come racconterò un’altra volta delle regate e della mia amicizia con Francesco De Angelis, o dell’oro mondiale vinto con Paul Cayard. 

Preferisco invece fare una grande salto e andare direttamente al 1987. L’anno dei mondiali in Australia, classe J24. È facile parlare dei successi, delle vittorie e dell’emozione quando tagli il traguardo. Molto meno raccontare le sconfitte. L’esperienza australiana tuttavia non saprei come definirla per i tanti fatti che accaddero, prima durante e dopo. I dubbi, le lotte contro il tempo, l’accoglienza ricevuta, la scuffiata, il terrore. 

Con Carlo, Massimo, Michele e Mario, amici per la pelle, ma soprattutto esperti di vela che tutti vorrebbero avere nel proprio equipaggio avevamo regatato insieme tante, ma tante volte, difficile ricordarle una per uno. Eravamo tutti sopra ai trent’anni, avevamo età, esperienza e prestanza fisica adeguate per affrontare una tale e importante avventura dall’altra parte del mondo.  

Andiamo con la nostra barca o la prendiamo lì?”, ci dicemmo. In principio ci assalì subito questo dubbio, non fu il solo purtroppo. “Ma quanti soldi ci vorranno, li abbiamo? No, non abbiamo niente, appena quelli per pagarci le ventiquattr’ore di volo per Sidney, poi ci arrangeremo lì”, pensammo.

È inutile a dirsi, eravamo proprio napoletani.

La notte non dormivamo, avevamo in testa tutti lo stesso tarlo: “Si può mai partecipare a una competizione importante come quella con la barca di altri?” Bisogna sapere che il rapporto di un velista con la propria barca è identico a quello di un’amazzone con il proprio puledro o di Valentino Rossi con le sue due ruote. Il rendimento di una moto, come quello di un quadrupede o di uno scafo è sempre direttamente proporzionale alle attenzioni, diciamo pure alle coccole, che ciascuno saprà destinare al proprio mezzo. Si instaura un sentimento di amore reciproco. Almeno così ci piaceva pensare e fu per tale ragione che alla fine – al diavolo le difficoltà economiche – optammo di regatare con la nostra barca. Ma con quali soldi? Le poche nozioni di marketing applicate alla vela che avevamo appreso dagli amici velisti, quelli americani però, ci videro impegnati per un po’ a trovare gli sponsor, per la verità pochi. Un armatore ci aiutò facendosi carico del trasporto e un imprenditore ci finanziò per le spese quotidiane, incluso il volo, a una condizione, che qualche bella foto ritraesse il nostro J24 sponsorizzato dal brand della sua azienda e che nell’immagine oltre la barca venisse immortalata la meravigliosa struttura della Sidney Opera House o dell’Harbour Bridge. Foto da poter utilizzare in una futura campagna pubblicitaria a Napoli. Operazione commerciale che riuscì alla grande. La barca fu caricata su un mercantile che salpò da Napoli e in quarantacinque giorni raggiunse l’Australia e a seguire anche noi ci imbarcammo su un volo per atterrare a Sidney ventiquattr’ore dopo il decollo.

1 – continua.

Raimondo Cappa, prima velista, poi bancario e poi ristoratore. Ha vinto due titoli mondiali, nel 1987 su J24 con Francesco De Angelis e nel 1989 su Brava cat, OneTon con Francesco De Angelis e Paul Cayard, 4 titoli europei e 15 italiani. Partecipa e vince alla Sardinia Cup (regata per nazioni a squadre, primo delle tre barche italiane), alla Settimana delle Bocche (Porto Cervo), al Trofeo Zegna (Portofino), alla Palermo Montecarlo dove nel 2006 stabilisce il record. Nel 1989 partecipa e vince a Palma di Maiorca alla Copa del Rey su Brava, davanti a Il Moro di Venezia con De Angelis e Cayard e, terzo classificato, il Re di Spagna.