Suez. Le Olimpiadi impossibili della Flotta Gialla

Una storia di mare, di guerra e di sport. Una storia che doveva durare qualche giorno e che invece durerĂ  otto anni. Quattordici navi di otto paesi, bloccate nel Canale di Suez dalla guerra del 1967, diventarono la Flotta Gialla. Tra regate, partite sul ponte e medaglie fatte a mano, i marinai trasformarono una prigione in un piccolo mondo senza confini.
 Marco Panella
Suez Flotta Gialla

Nella primavera del 1967 il Medio Oriente era una polveriera pronta a esplodere. Undici anni prima il Canale di Suez era giĂ  stato il centro di una crisi internazionale e se per l’Egitto di Nasser era il simbolo di una sovranitĂ  conquistata a fatica, per il resto del mondo era la via che univa Europa e Asia, passaggio che risparmiava alle navi settimane di navigazione intorno all’Africa. Le tensioni con Israele crescevano da settimane, tra movimenti di truppe, minacce e blocchi navali, finchĂ© il 5 giugno scoppiò la guerra. In sei giorni la mappa della regione cambiò: le truppe israeliane raggiunsero la sponda orientale del canale, quelle egiziane si attestarono sulla sponda occidentale. In mezzo rimase una via d’acqua diventata linea del fronte.
Il 5 giugno l’Egitto chiude il canale affondando navi e chiatte e lo dissemina di mine. Alle spalle, quindici mercantili stavano risalendo verso nord in convoglio, ignari di ciò che li attendeva. Venivano dall’Australia, dall’Estremo Oriente, dall’Africa orientale, e nelle stive portavano lana, frutta, uova, pelli, giocattoli di plastica, magliette. Quattordici di loro trovarono riparo nel Grande Lago Amaro, uno specchio d’acqua salata a metĂ  del canale di Suez. Il quindicesimo, l’americano Observer, restò isolato piĂą a nord, nel lago Timsah, tagliato fuori dai relitti. A bordo tutti pensavano che l’attesa sarebbe durata qualche giorno, al massimo qualche settimana.
Passarono otto anni.

Suez

Fuori da quel lago il mondo si adattò in fretta

Le compagnie di navigazione dirottarono le rotte intorno al Capo di Buona Speranza, i costi dei noli salirono e per i governi e gli armatori quei quattordici scafi immobili diventarono presto una voce di bilancio, un problema diplomatico, una pratica da archiviare. Per le famiglie rimaste a terra erano invece una cosa sola: un padre, un marito, un figlio che non tornava, fermo in un punto della carta geografica dove non accadeva niente e dove, allo stesso tempo, poteva accadere di tutto.

Quattordici navi, otto bandiere

Le navi battevano bandiere diverse: britanniche, tedesche occidentali, svedesi, polacche, francesi, statunitensi, una bulgara e una cecoslovacca. Negli anni piĂą duri della Guerra Fredda, Oriente e Occidente si ritrovavano ormeggiati a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, nella stessa trappola. Sulle due rive i soldati si scrutavano con i binocoli e, a volte, si sparavano. In mezzo, uomini che venivano da mondi che si guardavano con sospetto impararono presto una lezione semplice: se volevano andare avanti, dovevano farlo insieme.
Nell’ottobre del 1967, al quarto mese di blocco, ufficiali e marinai di tutte le navi si riunirono a bordo della britannica Melampus e fondarono la Great Bitter Lake Association. Aveva una tessera, che costava una sterlina, una cravatta sociale e una regola non scritta: lì nessuno era straniero. I comandanti si chiamavano per nome. Le stive si trasformarono in una dispensa comune: chi aveva frutta la scambiava con chi aveva carne, pesce, uova, riso o birra e i cuochi di bordo inventavano piatti con quello che c’era. I britannici friggevano fish and chips nei giorni di festa mentre sulla tedesca Nordwind ogni settimana si celebrava una “messa” che, per ammissione dello stesso comandante, assomigliava piĂą a una festa della birra. Sulla bulgara Vasil Levsky si proiettavano film. La svedese Killara aveva perfino una piscina. Si diceva, scherzando, che il lago fosse profondo dodici metri, ma che l’ultimo metro e mezzo fosse fatto di bottiglie vuote.

Suez

All’inizio non mancarono i momenti difficili

L’acqua dolce scarseggiava e bisognava distillare quella del lago, che aveva un sapore terribile, e il caldo rendeva le cabine dei forni. Gli equipaggi si davano il cambio, ma restavano a bordo anche nove mesi di fila. Dal 1969, per ridurre il personale necessario alla manutenzione, le navi furono raggruppate e i turni si accorciarono. Nel corso degli anni passarono di lì piĂą di tremila uomini e una sola donna, imbarcata su una delle navi svedesi. Alcuni tornarono piĂą volte, come si torna in un luogo che, nonostante tutto, è diventato familiare.

Le feste erano i giorni piĂą duri e, allo stesso tempo, i piĂą belli

A Natale qualcuno fece galleggiare un albero addobbato in mezzo al lago e un pianoforte fu calato su una piccola barca che girava da una nave all’altra suonando canzoni per ogni equipaggio. Uomini che a casa avevano mogli, figli e genitori ascoltavano quelle note dal parapetto, in silenzio, e per qualche minuto il deserto sembrava meno vasto. Le lettere partivano attraverso l’AutoritĂ  del Canale, ma un giorno qualcuno decise che meritavano un francobollo tutto loro. Così nacque una piccola zecca di bordo: c’era chi li disegnava a mano e li colorava con quello che trovava, un pastello, un po’ d’inchiostro, perfino il fondo scuro di una tazzina di caffè. Altri scavavano una patata o un ritaglio di linoleum e ne ricavavano un timbro. Un marinaio polacco, piĂą abile degli altri, ne disegnò quattordici, uno per ogni nave, come un album di famiglia. Non avevano valore postale, eppure qualcuno riuscì a farli viaggiare lo stesso. Quei rettangoli di carta, nati per ingannare la nostalgia, oggi passano di mano in mano tra i collezionisti di mezzo mondo.

Flotta Gialla

Lo sport come salvezza

Quando la noia diventa il nemico più pericoloso, il corpo cerca un modo per non arrendersi. Sul Grande Lago Amaro quel modo fu lo sport, che diventò la vera lingua comune della flotta.
Il primo fu il calcio. Il campo era il ponte della Port Invercargill, una lastra d’acciaio che a mezzogiorno scottava come una piastra. Quattro contro quattro, le reti da carico tese a fare da porte, un pallone che rimbalzava sulle lamiere e a volte finiva in acqua, inseguito da qualche tuffo generoso. Ogni nave aveva la sua squadra e il torneo era una cosa seria: due serie, chi vinceva saliva, chi perdeva scendeva, come in un campionato vero. Si giocava duro, senza risparmiarsi. Intorno, tra casse di birra, panini e scommesse sussurrate, i tifosi urlavano in sei o sette lingue e per novanta minuti nessuno si ricordava di essere prigioniero.
Poi venne la vela. Ogni mese si organizzava una regata. Le scialuppe di salvataggio e le barche a remi del canale furono trasformate con vele improvvisate e chiglie allungate e si sfidavano sull’acqua immobile del lago sotto un sole implacabile. Nacque perfino uno yacht club, con un guidone blu su cui spiccavano un’Ă ncora gialla e una fascia bianca con il numero 14: le navi della comunitĂ . Si correvano gare di scialuppe a remi, qualcuno faceva sci nautico trainato da una lancia con una tavola da surf, si giocava a cricket, si nuotava da una nave all’altra. Ogni giorno vinto contro l’immobilitĂ  era una piccola vittoria.

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Le Olimpiadi del Grande Lago Amaro

Nel 1968 il mondo attendeva i Giochi di CittĂ  del Messico e sul lago qualcuno ebbe un’idea tanto audace quanto poetica. Furono i polacchi della Djakarta a proporla e a organizzarla con una serietĂ  commovente: le Olimpiadi della Flotta Gialla.
La fiaccola, sul Grande Lago Amaro, fu una vela. Il 26 settembre 1968 una regata diede il via ai Giochi e da quel giorno, per piĂą di due settimane, il lago non fu piĂą lo stesso. L’ultima gara fu il salto in alto, il 12 ottobre. In mezzo, quattordici discipline: vela, tuffi, velocitĂ , salto in alto, tiro con l’arco, tiro a segno con la carabina ad aria, pallanuoto, sollevamento pesi, ping-pong, nuoto, canottaggio, corsa, triathlon e calcio. Si iscrissero in duecento, e valeva una regola sola: nessuno in tribuna. Chi non aveva abbastanza compagni di bandiera per fare squadra finiva in una formazione mista o sotto i colori del Commonwealth. Sul lago, nessuno doveva sentirsi escluso.

Tutto era fatto a mano e proprio per questo era bellissimo

Qualcuno prese la vernice e tracciò quattro corsie sul ponte della Djakarta: la pista d’atletica piĂą strana del mondo, tra verricelli e boccaporti. Per il salto in alto bastarono i materassi delle cuccette, impilati a fare da morbido atterraggio. I polacchi diventarono artigiani di ogni cosa: archi, frecce e bersagli, i pesi per il sollevamento battuti a mano, perfino le porte della pallanuoto, appese ai bighi di carico e calate sopra l’acqua. Per il nuoto bastava tuffarsi da una nave polacca e raggiungere a bracciate l’altra. Le racchette del ping-pong battevano invece sui tavoli della tedesca MĂĽnsterland. Le medaglie d’oro, d’argento e di bronzo erano artigianali, anche queste realizzate dai polacchi. I vincitori salivano su un vero podio e ascoltavano il proprio inno nazionale, a migliaia di chilometri da casa, con gli occhi lucidi di chi per un momento si sente di nuovo libero.
Gli svedesi vinsero il salto in alto. I francesi conquistarono il loro unico oro nella vela. I tedeschi si imposero nel sollevamento pesi e uno di loro trionfò nella gara di pesca, ma nel calcio arrivarono senza due giocatori infortunati e persero l’occasione di prendersi l’oro. Il torneo di calcio e il tiro con l’arco andarono alla squadra della britannica Agapenor, premiata con una coppa d’argento messa in palio da un quotidiano inglese, che salutò quel successo come un’altra “Coppa del Mondo” per la Gran Bretagna. Alla fine, il medagliere premiò chi aveva inventato nell’impresa: prima la Polonia, con ori nel nuoto, nel canottaggio, nella corsa e nel triathlon; seconda la Germania Ovest; terza la Gran Bretagna. Tra i racconti dell’epoca c’è anche quello di Bulbul, il cane di una delle navi, che avrebbe giocato a calcio e ricevuto la sua medaglia sul podio, composto e solenne. Forse è una leggenda, ma in un posto come quello era giusto che esistesse. Un marinaio britannico, anni dopo, ricordava ancora con orgoglio di aver vinto piĂą medaglie di chiunque altro e raccontava che l’atmosfera di quei giorni era stata semplicemente straordinaria.

Flotta GiallaArrivarono troupe televisive britanniche, francesi, svedesi e tedesche. Qualcuno era convinto di trovare un’iniziativa inglese e rimase sorpreso nello scoprire che l’idea era venuta ai polacchi. In quei giorni il Grande Lago Amaro smise di essere una prigione: diventò un piccolo villaggio olimpico galleggiante, dove la Guerra Fredda restava sulla riva e dove un marinaio di Danzica poteva stringere la mano a uno di Liverpool senza chiedersi da che parte stesse il suo governo.

Gli anni passarono, lenti e uguali

Nel 1972 anche gli ultimi tedeschi fecero le valigie e a custodire le loro navi rimase una squadra arrivata dalla Norvegia. Nel 1973 una nuova guerra, quella del Kippur, riportò il fuoco sul canale e trasformò di nuovo il lago in un campo di battaglia. Le navi, intanto, si coprivano di sabbia del deserto, uno strato giallo e sottile che si posava ovunque e che diede alla flotta il suo nome.

Flotta Gialla

Otto anni dopo

Nel 1975, dopo mesi di sminamento e di rimozione dei relitti, il canale tornò a vivere, e la riapertura ufficiale arrivò il 5 giugno, otto anni esatti dopo la chiusura. Quasi tutte le navi erano ormai troppo malridotte per muoversi da sole. Solo due ci riuscirono, le tedesche Münsterland e Nordwind, che anticiparono perfino la cerimonia: il 24 maggio 1975 entrarono nel porto di Amburgo accolte da più di trentamila persone, tra sirene, bandiere e lacrime. Per la Münsterland il viaggio cominciato in Australia era durato otto anni, tre mesi e cinque giorni. Le altre, troppo provate per affrontare da sole il mare aperto, ebbero destini diversi e meno gloriosi: avevano retto agli anni di attesa, ma non al tempo. Restava di loro il ricordo inciso nella memoria di chi le aveva abitate, insieme a una cravatta, a una tessera sbiadita, a una medaglia fatta a mano conservata in un cassetto.
Delle merci si era perso molto. Degli uomini, invece, era rimasto qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere: la prova che, quando la storia ti blocca in mezzo a due eserciti, si può ancora dipingere una pista da corsa su un ponte di ferro, appendere una medaglia al collo di uno sconosciuto e scoprire che, in fondo, è un amico.

 

 

Marco Panella, (Roma 1963) direttore editoriale di Sportmemory, giornalista, scrittore. Ha pubblicato i romanzi "Io sono Elettra" (RAI Libri 2024) e "Tutto in una notte" (Robin 2019), la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021), i saggi "Il pranzo della domenica. Una storia italiana" (Artix 2025)"Pranzo di famiglia. 1950-1980" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016), "Il Cibo Immaginario. PubblicitĂ  e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015).

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