Match programme. Quello che resta di una partita

Un pezzo di carta stropicciato, dimenticato sotto un seggiolino umido: sembrava destinato a morire alla fine dei novanta minuti. E invece custodisce il battito sordo di un’epoca, il profumo di birra e pioggia, la fremente promessa d’attesa di quando tutto doveva ancora succedere.
 Fabrizio Ghilardi
Match programme

Costa pochi penny il match programme. È sottile, leggero, stampato su una carta che raramente ha la pretesa di durare. Lo si compra fuori dallo stadio o appena superati i turnstiles, lo si sfoglia aspettando che entrino le squadre, qualcuno ci segna sopra le variazioni delle formazioni, qualcuno lo piega e lo mette nella tasca del cappotto. Alla fine della partita può tornare a casa insieme al tifoso oppure essere dimenticato sotto un seggiolino, su una terrace, nel pub dove si torna a bere qualcosa.

Oltre i novanta minuti

Il match programme nasce per quel pomeriggio. Eppure, molti decenni dopo, basta aprirne uno per accorgersi che della partita conserva soltanto una parte. Dentro ci sono naturalmente i nomi dei ventidue giocatori, la classifica, i risultati precedenti, le parole del manager, la fotografia del centravanti. Ma qualche pagina più avanti compare una Ford nuova di fabbrica, poi una birra, una marca di sigarette, un’assicurazione, un negozio di mobili, il pub dietro lo stadio. C’è una mappa che spiega agli ospiti come arrivare al ground, l’orario di un football special, la notizia che una nuova tribuna è quasi pronta, un avviso della polizia, un concorso che invita i supporters a riconoscersi in una fotografia della settimana precedente. E improvvisamente quella partita comincia ad allargarsi.

L’affresco di una comunità

Il match programme racconta chi la guardava, come arrivava allo stadio, che cosa indossava, che cosa beveva, quali automobili desiderava, quali negozi frequentava e quale città attraversava per arrivare al calcio d’inizio. Racconta il modo in cui un club parlava ai propri tifosi e quello in cui rappresentava gli avversari, mostra come cambiavano la grafica, la pubblicità, gli stadi e persino il lessico con cui il football descriveva sé stesso.

Un dialogo intimo e senza filtri

Ma c’è anche qualcosa di più difficile da misurare. Il match programme  appartiene a una forma di relazione molto precisa tra il club e il suo pubblico. È una voce ufficiale, certo, ma non ha ancora il tono levigato della comunicazione contemporanea. In quelle pagine convivono informazione, orgoglio locale, paternalismo, ironia, retorica, piccole ossessioni e un senso di appartenenza che spesso passa attraverso dettagli minimi. Il club parla ai supporters come a una comunità che conosce già i luoghi, le abitudini, i riferimenti e perfino certe battute interne.

La geografia e l’accento del calcio

Per questo ogni match programme  ha anche un accento locale. Quello di una squadra londinese non parla allo stesso pubblico di uno stampato a Liverpool, Glasgow, Newcastle o nelle Midlands. Cambiano gli inserzionisti, i modi di dire, i riferimenti alla città, il peso delle industrie, dei porti, delle miniere, dei quartieri operai o dei nuovi sobborghi. Anche quando il formato è simile, il contenuto restituisce una geografia precisa.

La temperatura del tempo

E poi c’è il tempo: un match programme del 1952 non ha bisogno di dichiararsi “anni Cinquanta”, lo si capisce dalla carta, dai caratteri tipografici, dai cappotti sugli spalti, dal prezzo di una pinta, dal modello dell’automobile pubblicizzata, dal modo in cui viene fotografato un giocatore. Lo stesso vale per gli anni Settanta o Ottanta, ogni esemplare porta con sé una temperatura visiva e sociale difficilmente riproducibile a posteriori.

Match programme

La memoria tattile

Anche l’usura conta. Una piega, una scritta a matita, una formazione corretta a mano, il risultato segnato accanto alle squadre, un bordo consumato: sono tracce di utilizzo che ricordano che questi oggetti non nascevano per essere custoditi in archivio. Venivano comprati per essere usati e proprio per questo conservano un rapporto fisico con il matchday che altri documenti non hanno.

La magia dell’attesa

Il programme, inoltre, vive prima della partita. Questa è forse una delle sue caratteristiche più affascinanti. Non conosce il risultato, non sa chi segnerà, non sa se quella giornata resterà memorabile o verrà dimenticata, è ancora dentro l’attesa. Presenta l’avversario, azzarda previsioni, ricorda i precedenti, dispone le formazioni come se tutto fosse ancora possibile. È questa capacità di trattenere quasi incidentalmente il mondo che circonda una partita a rendere i match programmes uno dei documenti più interessanti della cultura calcistica britannica.

 Quarantaquattro anni di trasformazioni

Non si tratta di un reperto appartenente a una tradizione scomparsa, il programme continua a essere pubblicato ancora oggi da molti club britannici e rimane uno degli elementi più riconoscibili del matchday. Ma se si prendono in mano gli esemplari prodotti tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni Ottanta, ciò che emerge è qualcosa di particolare: attraverso quelle pagine si può seguire quasi in presa diretta una delle trasformazioni più profonde attraversate dal football inglese e dalla società che gli viveva intorno.

Dalle macerie alla svolta

Nel 1945 il Paese esce dalla guerra e gli stadi tornano rapidamente a riempirsi. Nei decenni successivi cambiano i consumi, le città, l’abbigliamento e la mobilità; arrivano i floodlights, si trasformano le terraces, cresce il peso della televisione, cambiano le trasferte e il rapporto tra tifoserie. Il problema della sicurezza diventa sempre più urgente, mentre le sottoculture giovanili portano dentro e fuori dagli stadi nuovi codici estetici e sociali. Alla fine degli anni Ottanta, dopo Bradford, Heysel e Hillsborough, quello stesso mondo si trova di fronte alla necessità di essere ripensato. È in questo spazio, fra il dopoguerra e il Taylor Report, che quei piccoli fascicoli cominciano a mostrare tutta la loro capacità di raccontare una storia molto più grande della partita per la quale erano stati stampati.

La mostra: Football in Print

Da qui nasce Football in Print: the saturday game – British Football and Society, 1945–1990, la mostra organizzata da White Fence che utilizza i match programmes britannici come punto di osservazione sul football e sulla società d’oltremanica. Il percorso parte dagli originali e dalle loro pagine, ingrandendo dettagli che normalmente occupano pochi centimetri: una formazione, un’inserzione pubblicitaria, una fotografia del pubblico, la pianta di uno stadio, un’indicazione per i tifosi in trasferta.

Una prospettiva inedita

È un modo per guardare il football britannico da una prospettiva laterale, lontana dalla semplice successione di partite, campioni e trofei. Nei programmes restano infatti tracce di ciò che avveniva intorno al gioco: il sabato, le città, i quartieri, i consumi, i viaggi, le terraces, il rapporto tra club e supporters e il lento cambiamento di quel mondo nel corso di quarantacinque anni.

Il valore di un dettaglio

Molte di quelle pagine erano destinate a essere lette una sola volta. Oggi, osservate insieme, acquistano un significato diverso. Un annuncio pubblicitario, una formazione, una fotografia o poche righe rivolte ai tifosi possono restituire con sorprendente immediatezza un tempo, un luogo e un modo di vivere il calcio. Football in print. The saturday game nasce da questa possibilità: tornare a leggere quei piccoli oggetti per capire quanto abbiano conservato del football che li ha prodotti. Il resto è dentro le loro pagine.

Fabrizio Ghilardi (Roma, 1967) è scrittore, curatore e collezionista di football memorabilia. È autore di "Wembley in una stanza" pubblicato da Minerva e di "Di efferati delitti e altre storie macabre", "Le avventure romane di Enomoto Takeshi" e "Le indagini e le opinioni di Herbert Taylor, detective" pubblicati da Idrovolante Edizioni. Ha curato la mostra "Flick About "dedicata alla cultura e all'immaginario del calcio

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