Quanti calciatori possono vantare di essere stati compagni di squadra, di nazionale, e addirittura di stanza del calciatore più forte di tutti i tempi? Quanti possono raccontare di aver condiviso con lui le emozioni, le paure, quelle sensazioni di impotenza e impazienza che scandiscono le lunghe attese precedenti non partite qualsiasi, ma di quelle che ti portano a diventare campione del Mondo?
La risposta è semplice. Uno solo: Pedro Pablo Pasculli.
Origini italiane, nato in Argentina, segno distintivo: bomber.
Nel suo destino il futbol, l’Albiceleste e soprattutto lui: Diego Armando Maradona, il compagno di squadra, di nazionale, e di stanza che tutti avrebbero voluto avere accanto.
Pedro cominciamo dall’ inizio. Il tuo esordio nel 1978, a Colon, tra i professionisti: quale, a quasi 50 anni di distanza, il ricordo più nitido, quello che non dimenticherai mai?
Il calcio è sempre stato nel mio destino, fin da quando ero bambino. Sono nato a Santa Fe nello stesso quartiere dello stadio del Colon; il campo era ad un chilometro da casa mia. Ricordo che andai a chiedere io stesso di partecipare ad un provino per entrare nelle squadre giovanili. Il passaggio e l’esordio in prima squadra furono una doppia soddisfazione: giocavo con la maglia del barrio in cui ero nato e avevo mosso i primi passi come calciatore, e poi la mia famiglia, gli amici, tutti sugli spalti. Cosa potevo volere di più? Avevo 18 anni appena compiuti. Il mister mi disse quello che tutti i ragazzi si aspettano di sentire: gioca come sai. Vai e divertiti. Anche in campo avevo la massima stima e la fiducia dei miei compagni che conoscevano già molto bene le mie doti sotto porta.
Quale era il livello del calcio argentino dell’epoca?
Il livello era molto competitivo, il calcio sudamericano è sempre stato spettacolo e fantasia. Forse, in generale, non molto tecnico, però estremamente competitivo. Non scordiamoci che l’astro nascente del calcio mondiale, Diego Armando Maradona, aveva già esordito, e che ad eccezione di Kempes che giocava in Spagna, a Valencia, vi militavano tutti i futuri campioni del mondo argentini. Autentici fenomeni.
Il 1978 è infatti anche un anno magico per l’Argentina perché coincide con la vittoria del primo mondiale dell’Albiceleste. Cosa ricordi del regime Videla e della polemica per la mancata convocazione del giovanissimo Maradona?
Si è discusso moltissimo, forse anche troppo, su come il regime possa aver condizionato e influenzato il risultato finale. Sinceramente preferisco non parlare di politica, ma di calcio. La diatriba tra Menotti e Maradona monopolizzò l’attenzione pubblica e destò molto scalpore all’epoca. Tutti gli argentini, io compreso, pensavano che Diego, nonostante la giovanissima età, meritasse di diritto un posto in quella nazionale. Parlai spesso di questo con lui e mi confessò che visse quella mancata convocazione come un’ingiustizia, una grandissima delusione, un improvviso colpo basso. Non se lo aspettava e soprattutto non lo meritava.

Al suo posto venne scelto Beto Alonso del River Plate…
Ad onor del vero posso dire che Alonso era un vero numero 10, un fenomeno. Come calciatore non si discute assolutamente. In quei mesi circolavano molte voci di corridoio più o meno vere e altre dicerie le scrivevano i giornali, tra le quali quella secondo cui fu il capitano Daniel Passarella a non volere Diego. Al netto di tutto questo, voglio sottolineare che quella del 1978 fu una delle migliori nazionali di sempre del calcio argentino.
Passarella, Luque, Ardiles, Bertoni e poi lui, l’eroe per eccellenza del Mundial: Mario Kempes…
Kempes era l’idolo dell’Argentina intera. Un calciatore strepitoso, un autentico fuoriclasse che ci portò alla vittoria a suon di gol e da vero condottiero. È stato un fenomeno assoluto. Dopo Diego, che è un’icona unica ed inarrivabile del calcio mondiale, e Leo Messi, subito dopo c’è lui, el Matador. Poi, dopo anni, lo conobbi personalmente perché abbiamo lavorato insieme in Indonesia: una persona straordinaria.
L’arbitro della finale tra Argentina e Olanda fu l’italiano Gonnella: dopo la sconfitta gli olandesi criticarono aspramente il suo operato…
Vidi la partita in televisione. Come tutte le finali di un campionato del mondo fu molto tirata; anche gli olandesi erano fenomeni, mancava Cruijff ma gli altri non erano da meno.
Gonnella fu esemplare, ebbe molta personalità a gestire anche gli umori di uno stadio stracolmo. La sua direzione di gara lineare ed equilibrata privilegiò sempre il gioco e non influì in nessun modo sul risultato. Per una partita così importante venne scelto l’arbitro migliore e il campo confermò la bontà di quella decisione.
Tornando a te Pedro, dopo sei stagioni in cui fosti protagonista nel campionato argentino arrivò finalmente anche la convocazione in Nazionale…
La convocazione con l’Albiceleste fu un sogno diventato realtà. Credo molto nel destino e il mio, soprattutto in Nazionale, è legato senza dubbio a quello di Carlos Bilardo, il mister che prese il posto di Menotti dopo il mondiale in Spagna del 1982. A differenza di Menotti che si concentrava soprattutto sui calciatori che militavano nei grandi club come Boca e il River, el naricon, come è soprannominato Bilardo, seguiva i giovani anche delle squadre cosiddette minori. Uno dei suoi grandi segreti, se così vogliamo chiamarlo, era lo staff. Il suo vice, Carlos Pachamé, era un vero maestro, parlava moltissimo con i più giovani, li spronava, gli dava fiducia, li faceva sentire parte integrante della squadra. Inutile dire poi che un altro fattore fondamentale per la mia integrazione in quel gruppo fu l’amicizia con Diego.
A metà degli anni Ottanta, dopo la parentesi all’ Argentinos Junior proprio con Maradona, arrivi in Italia in quello che era considerato il campionato più bello e difficile del mondo: la Roma di Falcao, la Juve di Platini, l’Udinese di Zico, l’Inter di Rumenigge…Sbarchi a Lecce: quanto influirono nella scelta le tue origini pugliesi?
Nel 1984/85 in Argentina avevo vinto tutto: campionato, titolo di capocannoniere con la prospettiva della finale di Coppa Intercontinentale contro la Juventus di Platini. Nonostante questo, e ben 28 gol in stagione la società mi convocò e fu molto chiara: ti dobbiamo vendere. Il motivo era chiaro: avevo molto mercato e dalle giovanili scalpitava per venire in prima squadra quel Claudio Borghi, appena ventenne, di cui si innamorò poi Berlusconi tanto da portarlo al Milan contro il parere di Sacchi. Devo essere sincero, sapevo che c’erano squadre importanti che mi cercavano ma ero all’ oscuro delle trattative sui nomi delle pretendenti. Seppi, in seguito, che c’erano tre società interessate: il National de Medellin (di cui il proprietario era il patron del narcotraffico mondiale di cocaina, Pablo Escobar) l’Atletico di Madrid e una squadra in Italia di cui mi dissero solo che stava salendo in serie A. Arrivato a questo bivio devo confessare che nella mia decisione fu decisivo proprio Maradona. Avevo fatto già amicizia con Diego in Argentina, non solo in Nazionale ma soprattutto durante i due anni e mezzo trascorsi insieme nell’Argentinos, prima del suo trasferimento in Spagna al Barcellona. Ricordo che mi diede casa, mi fece conoscere la sua famiglia e i suoi genitori. Scelsi la serie A perché seguii Maradona che l’anno prima andò proprio in Italia al Napoli. Non sapevo nulla di Lecce, all’ epoca, in Argentina, conoscevamo solamente le città più grandi e importanti: Roma, Milano, Torino, Firenze, e naturalmente Napoli per Diego. Non seguivamo il calcio italiano. Era una cosa del tutto nuova. La scelta comunque fu estremamente positiva. Lecce è molto accogliente, sono stato benissimo. A posteriori, dopo tanto tempo, forse commisi solo un errore: dopo tre anni, una volta finito il contratto, sarei dovuto andare via. Sarebbe stato meglio cambiare.

Quali squadre ti cercavano?
Una su tutte: la Fiorentina. Ero la prima scelta per sostituire Ramon Diaz che andò all’Inter di Trapattoni. Ricordo, anche, di un forte interessamento da parte della Lazio. Rimane il rammarico di non aver giocato in una squadra che puntava allo scudetto, quantomeno che si giocava le Coppe. Da campione del mondo in carica penso che la mia fosse una pretesa più che legittima. Dopo di me vennero in società importanti di Serie A altri miei connazionali di cui non voglio fare i nomi. Senza presunzione: non erano al mio livello. Lecce rimane comunque un ricordo meraviglioso ed indelebile della mia vita.
Il 1985 fu l’anno della tua consacrazione: oltre che per l’arrivo in Serie A soprattutto per i gol che furono decisivi alla qualificazione dell’Argentina al Mondiale. Non se ne parla spesso ma quello fu un girone di ferro, deciso all’ ultima giornata grazie ad un pareggio con il Perù in cui proprio tu fosti protagonista…
È giusto ricordare che l’Argentina a soli 15 minuti dallo scadere dell’ultima partita del girone contro il Perù era fuori dal Mondiale di Messico 86. Ci salvò un pareggio in extremis. Oltre al gol in quella gara complicatissima contro i peruviani mi piace ricordare come fu fondamentale anche la mia doppietta, in trasferta, alla Colombia. Potete solo immaginare cosa significava andare a giocare in quei campi negli anni Ottanta. Il girone sudamericano, all’epoca, era una guerra contro tutti che iniziava già da quando sbarcavamo in aeroporto e proseguiva in albergo quando i tifosi avversari con urla e tamburi ci tenevano svegli tutta la notte. Ricordo un altro fatto emblematico che ci capitò una domenica: chiusero mister Bilardo dentro uno stanzino per non farlo sedere in panchina.
A giugno 2026 saranno passati 40 anni dal Mondiale in Messico: non partivate favoriti dal pronostico. Maradona, in uno stato di grazia forse superiore anche a quello di Italia 90 fu decisivo in campo e anche fuori… quale fu, invece, il ruolo di mister Bilardo e della sua strategia?
Penso che nell’ 86 si sia visto il miglior Maradona di sempre, in assoluto. Essere suo compagno di squadra, assistere dal vivo alle sue magie in allenamento e in partita fu un privilegio unico. Non esistono parole adeguate per descrivere la perfezione di quelle giocate. In Messico, oltre a Diego, fu decisivo avere anche l’allenatore giusto, Carlos Bilardo. Ricordo che i mesi precedenti al Mondiale perdemmo in gare amichevoli contro squadrette e ci furono diverse polemiche, la sostanza era questa: a Bilardo non lo volevano. O meglio, la politica rappresentata dal presidente federale Grondona voleva assolutamente sostituirlo. Maradona si oppose.
Ancora una volta ebbe ragione Dieguito?
Esatto. Diego aveva 26 anni. Il suo fisico era perfetto, pesava 74/75 kg. Sapeva benissimo che quello sarebbe stato il suo mondiale, e lo voleva disputare con Bilardo al suo fianco. Anche il mister era un grande, un vero fenomeno. Era fissato per calcio, guardava centinaia di partite sulle cassette, sapeva tutto di tutti. Aveva visto la condizione strepitosa di Maradona e il suo grandissimo merito fu di aver scelto gli uomini giusti da affiancargli. Mi convocò perché sapeva benissimo che le mie caratteristiche si adattavano e si abbinavano perfettamente al gioco che aveva in mente di fare con Diego. L’allenatore giusto con i calciatori giusti, con l’uomo in più, che era Maradona. Questa è stata la formula dell’Argentina campione del mondo in Messico.
È iconica la foto tua e di Maradona portati a spalla da due tifosi con la Coppa nelle mani. Non solo compagni di squadra ma anche di stanza durante quel mese indimenticabile: puoi svelarci le vostre confidenze magari proprio prima delle partite più importanti come Inghilterra e Germania?
La grandezza di Diego consisteva nel fatto che non ti faceva mai pesare di essere il migliore del mondo. Potrà sembrare strano sentirlo dire ma si comportava come se Maradona fossimo tutti noi. Ci faceva sentire i più forti, ci caricava nei momenti più difficili, ci incoraggiava a non mollare. Sempre positivo anche prima delle gare più importanti. Stemperava sempre la tensione, dopo l’allenamento faceva gruppo, bevevamo tutti insieme il mate. Con Diego ci sentivamo importanti, e anche invincibili.
Cosa hai conservato di quel Mondiale? Oltre ai ricordi indelebili anche qualche cimelio come magliette, palloni, scarpini ed altri memorabilia?
Ho conservato la Coppa che ci diede la Fifa. Naturalmente le magliette delle partite, i gagliardetti. In quei momenti di gioia assoluta è come vivere un sogno. Non pensi al futuro ma all’ attimo. Sei concentrato solo su ciò che stai vivendo, sarebbe impossibile riuscire a pensare ad altro.

Da oltre 20 anni hai intrapreso la carriera di allenatore in molti paesi del mondo. Hai lavorato molto e benissimo con i giovani: chi meglio di un campione del mondo per giunta con la tua esperienza può dare consigli fondamentali per la crescita e il miglioramento della carriera: sei in attesa di una panchina tra i professionisti?
Mi piacerebbe molto. In particolare nel settore giovanile perché posso trasmettere soprattutto alle nuove leve i tantissimi segreti che ho imparato nella mia lunga carriera in Italia e all’ estero. È un peccato constatare come in Italia non si punti più a lanciare i giovani. In Argentina abbiamo già due giocatori di altissimo livello per il dopo Messi come Nico Paz e Soulé. Da noi giocatori di calibro mondiale escono sempre, è un fatto naturale, qui in Italia, invece, si fa sempre più fatica. La mia prerogativa è lavorare con la mentalità argentina, sudamericana che è sempre vincente. Del resto, nel calcio come nella vita parlano i risultati e nel caso mio lo dimostra aver giocato tanti anni a fianco di Maradona e aver vinto anche un campionato del mondo.
Ultime tre domande secche. L’Argentina partirà favorita nei prossimi Mondiali?
Sicuramente con il Brasile sarà una delle due squadre da battere. In questi anni l’Argentina ha raggiunto risultati straordinari in cui si vede la mano e il grande lavoro di mister Scaloni. Senza dubbio, abbiamo fuoriclasse in grado di fare la differenza in ogni partita. È vero, l’eroe del mondiale in Quatar, e mi riferisco ovviamente a Leo Messi avrà quasi 40 anni, ma credo che se gestito, possa essere ancora protagonista assoluto.
Quale sarà la sorpresa dell’Albiceleste?
Tutto dipenderà dalle convocazioni. Al momento mi piacciano moltissimo Nico Paz e Alvarez: due fenomeni. Come dicevo prima sono tanti che possono risolvere la partita con una giocata soprattutto in avanti dove si sta già pensando al dopo Lautaro. Ribadisco: dipenderà dalle scelte di Scolari ma anche se non si può parlare di sorpresa anche Messi lo metto sempre.
La più difficile: meglio Di Stefano, Maradona o Messi?
Non è la più difficile. Anzi, almeno per me, è la più scontata. Diego non ha eguali e fidatevi perché ve lo dice chi lo ha visto da vicinissimo e nel massimo del suo splendore in Argentina, in Italia e in Nazionale. Come Maradona non c’è stato e non ci sarà più nessuno…Per me è stato unico anche come amico.