mercoledì, 23 Giugno 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
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Chi non ha sognato di essere Paolo Rossi?

Chi non ha sognato di essere Paolo Rossi?
Federico D'Andrea

Correva l’anno 1982, un anno denso di episodi che sono presenti sicuramente nella nostra mente, grandi o piccoli che fossimo all’epoca.
Come dimenticare che dal 2 aprile al 14 giugno di quell’anno il mondo aveva seguito col fiato sospeso la guerra tra l’Argentina e l’Inghilterra per il possesso delle isole Falkland? Come lasciare che l’oblio cada sulla scomparsa di Grace Kelly, l’attrice americana che aveva sposato un Principe e che probabilmente ha incarnato il sogno di qualsiasi ragazza di quegli anni (ma probabilmente anche di quelli a venire)? E non meno importanti sono le uccisioni del Generale Dalla Chiesa e del deputato Pio La Torre; la morte di Roberto Calvi.
Ma quel 1982 rimane, nel nostro immaginario collettivo, come l’anno della vittoria ai campionati del mondo di calcio. Una sorta di riscatto per tutti, appassionati e non; non esisteva più la rivalità tra le varie tifoserie. No, c’erano solo i campioni del mondo, la squadra di tutti, quella che quando trionfa porta tutti sul carro dei vincitori, attenuando le divisioni… almeno per un po’.

Nell’estate di quell’anno, sulla sabbia di una spiaggia o in un qualsiasi campetto dove ci fosse un gruppo di ragazzi ad inseguire un pallone, ognuno sognava di essere Paolo Rossi. Ognuno immaginava di realizzare una tripletta contro il Brasile, di diventare il capocannoniere dei Mondiali di calcio; ognuno fantasticava di segnare due gol nella semifinale che avrebbe spalancato le porte della storia ad un gruppo di ragazzi, entrati di diritto nel cuore di ognuno di noi, al di là della propria appartenenza a questa o a quella fede calcistica.
Certo non potevamo fare tutti Paolo Rossi e qualcuno di accontentava, per modo di dire, di fare Tardelli per poter esultare correndo con le braccia aperte e gridando “Gol!”, come a voler esprimere la gioia più forte che si possa provare nella vita; perché anche quella è una delle immagini rimaste scolpite in maniera indelebile nella nostra mente di quell’indimenticabile 1982.

Il 1982 non era iniziato sicuramente nel migliore dei modi per Rossi; stava finendo di scontare i due anni di squalifica che gli erano stati inflitti dalla CAF con l’accusa di avere partecipato alla combine della partita Avellino-Perugia del 30 dicembre 1979; partita che finì con il risultato di due a due e in cui Rossi realizzò quella che è stata, probabilmente, la doppietta più amara della sua carriera di calciatore.
Questa potrebbe essere una storia che parla del declino di un uomo a cui sono stati tolti due anni della sua vita, ma si sa, il tempo è galantuomo e sa anche restituire ciò che in passato ha tolto, a volte anche con gli interessi.
L’avventura di Paolo Rossi ai mondiali del 1982 non era partita nel migliore dei modi; nelle prime quattro partite gioca, ma non mette a segno neanche una rete, attirando su di sé le critiche dei giornalisti, visto che il CT Bearzot lo aveva preferito al capocannoniere del campionato italiano di quell’anno: Roberto Pruzzo.
Ma come abbiamo detto quello che sembrava essere un viaggio verso un baratro sempre più profondo, d’incanto si tramuta in un racconto destinato a diventare qualcosa di indelebile nelle pagine della storia del calcio e nei cuori di chi questo sport lo ama.
Il 5 luglio 1982 il brutto anatroccolo è pronto a spiccare il volo ed a tramutarsi in un bellissimo cigno, in quella che verrà definita come una delle più belle partite di calcio di tutti i tempi. Finalmente Rossi si sblocca e segna non una, non due, ma bensì tre reti e per farlo non sceglie una avversaria tra le più abbordabili. No, per farlo sceglie il Brasile allenato da Telè Santana e che annovera nella sua rosa giocatori del calibro di Cerezo, Falcao, Junior, Socrates e Zico.
Dopo quella partita e quella tripletta, Paolo Rossi entra di diritto nel gotha del calcio mondiale. Si, perché la sua impresa riuscirà soltanto ad un altro giocatore in futuro, un certo Leo Messi durante un’amichevole vinta dall’Argentina per quattro a tre. Ma senza voler sminuire l’impresa della “pulce“, quella resta pur sempre una tripletta segnata in una amichevole e non certo in una partita di un mondiale dove la tensione che si respira è diversa.
A completare l’opera, che porterà Paolo Rossi a diventare capocannoniere di quei Mondiali di calcio, ci sono la doppietta rifilata in semifinale alla Polonia e il gol con cui nella finale del 12 luglio apre le marcature contro la Germania Ovest, spianando la strada ai gol di Tardelli ed Altobelli che fisseranno il risultato sul 3 a 1 e che faranno rompere i rigidi protocolli in tribuna addirittura all’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che alzandosi in piedi inizierà a dire: “Non ci prendono più, non ci prendono più!”.

Quello del 1982 rimarrà nella storia per essere stato il mondiale delle prime volte: la prima vittoria di una squadra africana contro una squadra europea in una competizione mondiale, il primo silenzio stampa, la prima partita terminata ai rigori.

Da quella vittoria sono oramai passati quasi quarant’anni, ma i nomi di quei giocatori ancora sembrano risuonare anche nelle orecchie di chi quelle immagini le ha potute vedere solo sui video di repertorio e non in diretta. Immagini che sono molto lontane da quelle in HD o in 4K dei nostri giorni; immagini che non erano trasmesse su schermi piatti, ma su televisori che avevano il tubo catodico ed in alcuni casi erano ancora in bianco e nero; immagini che, come sa fare solo lo sport, hanno unito intere generazioni.

Le immagini di una calda estate del 1982. Un’estate in cui ognuno, almeno una volta, calciando un pallone, ha sognato di essere Paolo Rossi.

(Chi non ha sognato di essere Paolo Rossi? testo estratto dalla omonima pièce originale)

Federico D'Andrea, romano, classe '74, dopo il diploma di liceo classico si dedica al teatro prima in veste di attore e poi come autore di testi brillanti. Autore di storytelling, almeno fino a quando qualcuno avrà voglia di ascoltare le storie che racconta.