Charles Jewtraw. La prima medaglia d’oro nella storia delle Olimpiadi invernali

Chamonix 1924, Settimana dello Sport Internazionale, Giochi Olimpici quasi senza saperlo. I norvegesi fanno man bassa di medaglie, ma la prima gara, quella dei 500 metri di pattinaggio veloce, si decide nello spolvero di un secondo e due decimi.
 Roberto Amorosino
Charles Jewtraw

L’ultima premiazione di Milano Cortina è stata per la 50K di fondo. Sul gradino più alto l’alieno Johannes H. Klaebo alla sua undicesima medaglia d’oro olimpica, la sesta di questa nostra edizione numero XXV dei Giochi Invernali. Tutti in piedi, nella suggestiva cornice dell’arena di Verona, mentre risuonano le note dell’inno norvegese “Ja, vi elsker dette landet” (Sì, noi amiamo questo paese”), la stessa bandiera sui tre pennoni a ribadire la supremazia di una piccola, grande nazione.

Klaebo l’ultimo, Charles Jewtraw il primo

Centodue anni prima, 26 gennaio 1924, Chamonix. È la prima edizione dei Giochi senza sapere di esserlo. In verità, è “la settimana dello sport internazionale“, il successo della manifestazione porta alla storica decisione retroattiva. Giusto, giusto così da tempo è forte il desiderio di affiancare i giochi su ghiaccio e neve a quelli estivi già decollati e riconosciuti. La cronaca racconta che il pattinaggio artistico è nel programma originale dei Giochi estivi 1900, ma poi non se ne fa nulla. Otto anni dopo a Londra, l’obiettivo viene raggiunto e ci sono le prime prove, sempre di pattinaggio artistico. Vincono lo svedese Salchow nel singolo, la britannica Florence “Madge” Syers tra le donne, i tedeschi Hubler e Burger nel duo di coppia. Successivamente l’iniziativa del nostro membro CIO, il conte Brunetta d’Ussaux, apre la porta ai Giochi invernali, nonostante l’ostracismo scandinavo che non vuole vedere sminuire il peso dei quadriennali Giochi Nordici già avviati dal 1901. La guerra rallenta tutto, anche l’entusiasmo, solo ad Anversa 1920 si riprende il filo, torna il pattinaggio e, per la prima volta, l’hockey naturalmente su ghiaccio, anche se ben due mesi prima dei Giochi estivi.

Charles Jewtraw

A Chamonix si fa finalmente sul serio

Gli scandinavi ci sono e fanno piazza pulita, lasciano solo cinque delle 14 medaglie d’oro (n.b. 116 a Milano Cortina), ma una – la prima – è una sconfitta indigesta. Charles Jewtraw vince i 500 metri di pattinaggio veloce. È americano e si lascia dietro due norvegesi, due finlandesi ed uno svedese. Tutti nel fazzoletto di un secondo e due decimi. Dell’americano nessuno sa nulla, non si è mai misurato con gli avversari europei, anche se quel 9″4 sulle 100 yards è un buon biglietto da visita. Due volte campione nazionale poi, ma chissà com’è davvero la concorrenza oltreoceano. Sono ventisette al via, si pattina contro il tempo, ventisette atleti di dieci diverse nazioni. Charles la vince nei primi metri, la sua partenza da fermo è eccellente (10”50 ai cento metri), gli appoggi di spinta poderosi, si trova bene sulla superficie ghiacciata dello stadio del Monte Bianco. Ferma il cronometro manuale a 44″ netti. Il riferimento cronometrico non viene battuto, i norvegesi Olsen e Larsen si avvicinano a due e otto decimi rispettivamente, ma Charles vince e il corrispondente del “Time” fa il suo dovere facendo rimbalzare la notizia fino a Lake Placid.

Mirror Lake

Di famiglia modesta, il papà di Charles cura l’anello di ghiaccio di Mirror Lake, la pista di pattinaggio dove tutti i ragazzini di zona si divertono e qualcuno è più bravo degli altri, Charles è semplicemente il più veloce. D’estate c’è da consegnare i blocchi di ghiaccio per pagarsi pattini e un minimo di attrezzatura, il frigorifero è ancora al di là da venire. Il ragazzo ha talento, passa all’agonismo, con le prime vittorie arriva un po’ di attenzione e di fortuna. Sulla sua strada incontra un uomo d’affari che, puro mecenatismo, decide di investire sulle sue imprese sportive. Charles può andare in Francia, coronare il sogno, scopre le Alpi, si misura con i più forti, scopre di essere il più forte almeno per un giorno. Nelle distanze lunghe, 1500 e 3000, non riesce a ripetersi, la sua partenza non può fare la differenza e si deve accontentare delle posizioni di rincalzo.

Charles Jewtraw

Palm Beach

Popolarità effimera, come per tanti, per di più in una disciplina poco praticata, lontana dai dollari e dai riflettori. La depressione del ’29, le scelte sbagliate, il futuro a tinte scure di una generazione tra le guerre. Charles annaspa, tiene botta perché si è sempre tirato fuori dalle difficoltà, prende e perde lavori umili. Resta nello sport, è lui ad ispirare una generazione di pattinatori, il più vincente è Jack Shea, due ori per lui nella prima delle due edizioni dei Giochi a Lake Placid (1932, 1980). Soffre cocenti delusioni, lui ricorda il passaggio dal trionfo alla sconfitta nello spazio di giorni a Chamonix e sa che la vita può essere un anello a cui giriamo attorno, ma non è mai liscia e piatta.
Dei suoi racconti – muore a 96 anni a Palm Beach, paradossalmente lontano dalla sua neve e dal suo ghiaccio – il giorno di gloria nelle Alpi francesi era il più gettonato. E lui, come quel giorno, partiva in tromba per ripercorrere quelle emozioni aggiungendo sempre un nuovo particolare. La medaglia donata al Smithsonian Institute di Washington DC è la sua eredità.

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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