Primo Carnera. Il giorno di Villa Borghese

Una parabola di riscatto, trionfi e tradimenti. La storia di un emigrante che diventa il primo italiano a conquistare la corona mondiale dei pesi massimi. Una storia che inizia in Friuli passa per Parigi e New York, ma che trova una delle sue pagine più epiche a Villa Borghese, nel cuore di Roma
 Marco Panella
Primo Carnera

Il 22 ottobre 1933 Roma si dà una scossa. Il fermento agita la città già da alcuni giorni, i preparativi sono stati laboriosi, i giornali hanno spinto sulla notizia e verso l’ora di pranzo di quella domenica in decine di migliaia saltano la ritualità del pranzo e si incamminano verso Villa Borghese. Questa volta l’adunata che li attende non è quella solita del regime; questa volta l’appuntamento è con il grande sport. Sotto il sole dell’ottobre romano, alle 16:00 in punto – procrastinato di due ore rispetto all’orario inizialmente previsto –  il pugilato si prende una scena che durerà sino a poco prima del tramonto. Una scena che ha un re, Primo Carnera, e una storia che prima di arrivare a Villa Borghese, passa per Sequals, Parigi e poi per New York.

Oltre il destino

Sequals, colline friulane, terra dura, gente povera, destini consegnati alla fatica e agli stenti. Qualcuno, però, il destino lo ribalta, lo ribalta a forza. Primo Carnera poteva essere una storia comune della sua terra, ne sarà invece una storia straordinaria che a raccontarla adesso ancora morde di emozione. Sembra che il destino agisca per segni, se è così, con Primo il destino si mostra dandogli un fisico come nessuno. Bambino da subito più grande di tutti, a 17 anni Primo supera i cento chili e sfiora i due metri di altezza. Attenzione però, non era un vantaggio, era una condanna. Quel fisico significa carne da lavoro duro, significa andare in Francia a cercare ingaggi per i cantieri e finire a esibirsi alle fiere di paese nel baraccone dell’uomo più forte del mondo, peer giunta spesso spacciato per spagnolo. Soldi per vivere, per non abbassare sempre gli occhi, appena sufficienti per tirare a campare.

Anni veloci

Accade che un ex pugile, Paul Journée, lo scorge mentre fa il fenomeno, strizza gli occhi e capisce. È il 1927. L’anno dopo, il 12 settembre del 1928 a Parigi, Primo Carnera esordisce sul ring da pugile professionista e al secondo round manda KO il francese Leon Sebilo. Da lì a New York c’è solo un oceano di mezzo e Primo, ad attraversarlo, ci mette un attimo. Sono anni veloci. Ring, pugni, scommesse, soldi, veleni, fama, invidia, mito.

La notte di Long Island

Il 29 giugno 1933 al Madison Square Garden Bowl di Long Island City quarantamila persone si stringono sugli spalti e battono con un solo cuore, quello della casa del paese, degli amici andati via, delle piazzette e delle terre arse che hanno abbandonato per cercare fortuna. Primo Carnera sale sul quadrato per affrontare Jack Sharkey, il detentore del titolo mondiale dei pesi massimi e che due anni prima lo aveva sconfitto ai punti. Non è il momento di pensare, però. Su quel ring l’unico tempo possibile è quello dei pugni dati e incassati. Tanti, uno dietro l’altro, uno dopo l’altro, uno sopra l’altro. Al sesto round Primo carica il montante destro. lo carica con tutto quello che ha e anche con tutto quello che non ha avuto, lo carica di sogni e delusioni, di amore rubato e immaginato, di occhi che volevano una vita dignitosa, di speranza di non dover più chiedere nulla a nessuno. È così che il montante diventa un fulmine e il crollo al tappeto di Sharkey un tuono che si spegne nell’urlo della folla che per diciassette minuti e ventisette secondi aveva atteso quel momento. Primo Carnera è il primo italiano a conquistare il titolo iridato dei pesi massimi. Ha vinto lui, ma hanno vinto anche tutti gli italiani che il giorno dopo in casa e nei negozi faranno cornice delle prime pagine di giornale con la fotografia del gigante italiano.

Il giorno di Villa Borghese

Il 22 ottobre 1933, quattro mesi dopo l’impresa americana, Roma si ferma e s’infiamma. Villa Borghese non è più solo un polmone verde; l’anfiteatro allestito in piazza di Siena può ospitare 65.000 persone, ma è stracolmo e altre migliaia di persone si assiepano come possono, molti persino sugli alberi. i sei match in programma promettono spettacolo; ci sono Cleto Locatelli “il professore” contro Charles Sybille per il titolo europeo dei leggeri, Vittorio Venturi contro Kid Frattini per il titolo nazionale dei medio leggeri, “l’uragano di Civitavecchia” piuma leggero Vittorio Tamagnini – primo oro olimpico della boxe italiana cinque anni prima ad Amsterdam  – contro Tommy Rogers, il medio-massino beniamino del pubblico di casa Armando De Carolis contro il tedesco Arthur Huttick e il peso massimo Raul Bianchi contro Harold Mays.
I 70.000 di Villa Borghese però sono tutti lì per Primo Carnera che difenderà il titolo mondiale conquistato da qualche mese e tenterà di prendersi anche quello europeo detenuto dallo sfidante, il basco Paulino Uzcudun, il “Toro di Eibar“, una roccia, scorza durissima, incassatore stoico con l’unico KO che arriverà solo nell’ultimo incontro della carriera, nel 1935.
Per il basco che per primo sale sul ring ci sono solo applausi, ma quando sul quadrato arriva Carnera in camicia nera e cintura da campione del mondo l’aria esplode in un boato che dura fino a quando i due salutano romanamente il Duce, le autorità in tribuna e il pubblico. Per nessuno dei due è solo un rituale; Carnera del regime è un simbolo, Uzcudum quando lascerà la boxe combatterà la guerra civile spagnola arruolandosi nella falange franchista.

Finito il teatro, si passa allo sport

Sette anni in più, 26 chili e 20 centimetri in meno di Carnera, il basco combatte per 15 riprese e incassa colpi ai quali nessuno si spiegava come facesse a resistere. Il pubblico lo applaude insistentemente, ne rispetta valore e coraggio, e più di uno applaude anche per sottolineare i presunti mancati affondi di Carnera. Nessuno di loro poteva sapere che dalla decima ripresa Carnera combatteva con una dolorosa contusione al polso destro conseguenza di un montante al volto del basco. Ogni ripresa ha i suoi colpi di scena, ma la maschera più rappresentativa non è tanto il fisico di Carnera che giganteggia, ma il volto insanguinato di Uzcudun che di andare a terra non vuole proprio saperne.
Al quindicesimo round Carnera è stanco ma determinato, Uzcudun è in piedi, ma segnato. L’arbitro guarda i cartellini. La decisione è unanime: vittoria di Primo Carnera ai punti. Non c’è KO, non c’è finale drammatico, ma la vittoria è lampante. Il gigante ha difeso il titolo mondiale e conquistato anche quello europeo. La folla esplode in un urlo liberatorio. Carnera alza le braccia, sorride. Uzcudun lo abbraccia. Sono rivali, ma si rispettano. Il pubblico applaude entrambi, ma l’immaginario collettivo è quasi troppo piccolo per contenere la grandezza del gigante di Sequals.

Dopo, c’è un’altra storia

Il 14 giugno 1934, al Madison Square Garden Bowl, la parabola perfetta di Primo Carnera impatta contro la foga di Max Baer. Fu un massacro. Più veloce, beffardo ed esplosivo, lo sfidante americano demolisce la stazza del friulano con un’aggressività spietata. Carnera va al tappeto e si rialza per undici volte; il coraggio è straziante, il corpo che non si vuole arrendere, straziato.  All’undicesimo round l’arbitro interrompe il supplizio. Il titolo passa a Baer, le jene dei giornali rilanciano i veleni sui match passati e nei titoli il “Gigante buono” diventa subito il “Gigante caduto”.
Gli anni successivi furono una lenta via crucis. Carnera torna sui ring di tutto il mondo, ma il tempo passa per tutti, anche per lui. La sconfitta definitiva arriva nel 1935; Joe Louis lo manda al tappeto in soli due round. Nel 1946, dopo ottantanove vittorie e quattordici sconfitte, Carnera appende i guantoni, si dedica al wrestling, torna nei circhi, vive l’eco del suo passato, forse si riconosce solo in quello e forse si diverte solo nelle particine da “fenomeno” dove Hollywood lo piazza.

Alla fine, il ritorno a casa, a Sequals. Malato, è lì che Primo vuole andare.

Il 29 giugno 1967, esattamente trentaquattro anni dopo il trionfo mondiale su Jack Sharkey, una cirrosi epatica ferma il gigante. Aveva solo sessant’anni, ma ne aveva vissuti forse mille e anche di più.
Grande, Primo Carnera. Gigante lo hanno chiamato, gigante ti hanno chiamato.
Io posso solo dire che sei Primo.
Ancora Primo.

 

Marco Panella, (Roma 1963) direttore editoriale di Sportmemory, giornalista, scrittore. Ha pubblicato i romanzi "Io sono Elettra" (RAI Libri 2024) e "Tutto in una notte" (Robin 2019), la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021), i saggi "Il pranzo della domenica. Una storia italiana" (Artix 2025)"Pranzo di famiglia. 1950-1980" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016), "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015).

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